ORHAN PAMUK.
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Istanbul.
I ricordi e la citt.
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Parte 1.

Titolo originale: Istanbul. Paterular ve gelir. 2003.
Traduzione di: Semsa Gezgin (con Marta Bertolini per: Autore implicito).
2006. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Cura editoriale di Walter Bergero.
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Una delle pi affascinanti citt del mondo raccontata con la passione enciclopedica del collezionista, l'amore del figlio, il lirismo intenso del poeta.
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"Istanbul come malinconia condivisa, Istanbul come doppio, Istanbul come immagini in bianco e nero di edifici sbriciolati e di minareti fantasma, Istanbul
come labirinto di strade osservate da alte finestre e balconi, Istanbul come invenzione degli stranieri, Istanbul come luogo di primi amori e ultimi riti:
alla fine tutti questi tentativi di una definizione diventano Istanbul come autoritratto, Istanbul come Pamuk".
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Alberto Manguel, "The Washington Post"
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Racconta Orhan Pamuk di aver vissuto fin dalla pi tenera et nella convinzione che in un altro luogo di Istanbul abitasse un bambino identico a lui, un
altro Orhan. Cos, come in un gioco di specchi, Istanbul guarda verso l'Europa alla ricerca della citt invisibile libera dalla miseria, tristezza e decadenza,
forse una citt che conservando un'identit orientale racchiuda qualit e successi dell'invidiato Occidente.
Tutto, nella citt fantastica di Pamuk, si raddoppia: perfino lo sguardo che gli abitanti del Corno d'Oro gettano sulla propria vita cerca conferme e smentite
nello sguardo giudicante degli occidentali, dai turisti ai grandi viaggiatori ottocenteschi, come Nerval, Gautier e Flaubert, affascinati e abbagliati
dai miraggi dell'esotismo.
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La tristezza che domina Istanbul, lo huzun, che Pamuk descrive con geniale passione classificatoria,  una "condizione della mente che la citt ha assimilato
con orgoglio" e ha infinite forme e sfumature. Nasce dal declino dell'impero ottomano, dai sogni delusi di grandezza della Turchia moderna, dalle antiche
rovine che le case hanno inglobato senza cancellare, dal legno delle vecchie costruzioni che si annerisce per l'umidit e il freddo. E si nutre di innumerevoli
dettagli: le sirene dei battelli che urlano nella nebbia, i gabbiani immobili sotto la pioggia, i cantanti di terza classe che imitano le popstar americane
e turche, e persino "le folle di uomini della mia infanzia, che tornavano a casa fumandosi una sigaretta dopo aver assistito a una delle partite di calcio
della nazionale, sempre pesantemente sconfitta".
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Tristezza che  bellezza, come scriveva Ahmet Rasim, uno dei numi tutelari della citt di Pamuk. Gli scrittori non si stancano di cantare questa magia malinconica,
forse per il senso di colpa di aver preferito la comodit moderna di un'Istanbul ormai occidentalizzata. La citt che Pamuk continua ad amare resta quella
della sua infanzia, "una fotografia in bianco e nero". Perci i vecchi film e i disegni a chiaroscuro sono gli strumenti insieme pi fedeli ed evocativi
per rappresentarla (e il giovane Orhan, prima di decidere di fare lo scrittore, accarezz a lungo l'idea di dipingere). Come la Recherche di Proust si
pu, volendo, riassumere in una frase ("Marcel diventa scrittore"), cos in Pamuk il destino di una citt diventa il carattere del suo narratore. In questo
senso, Istanbul  la storia di una vocazione.
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L'Autore.
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Orhan Pamuk, premio Nobel 2006 per la letteratura,  nato nel 1952 a Istanbul. Einaudi ha in corso di stampa tutte le sue opere e ha finora pubblicato Il
castello bianco (2006), La nuova vita (2000), Il mio nome  rosso (2001), Neve (2004), La casa del silenzio (2007), Il libro nero (2007), l'autobiografia
Istanbul (2006) e la raccolta di conferenze La valigia di mio padre (2007).
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Indice di questa parte.
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1.   Un altro Orhan.
2.   Le fotografie della casa-museo buia.
3.   "Io".
4.   La tristezza delle case signorili dei pasci, ormai abbattute: la scoperta delle strade.
5    Bianco e nero.
6.   La scoperta del Bosforo.
7.   I panorami del Bosforo di Melling.
8    I miei genitori e le loro sparizioni.
9.    Un'altra casa: Cihangir.
10.   Tristezza.
11.   Quattro scrittori tristi e solitari.
12.   La nonna paterna.
13.   I piaceri e i fastidi della scuola.
14.   Arret rep etatups non.
15.   Ahmet Rasim e altri scrittori di citt.
16.   Non camminate a bocca aperta per le strade.
17.   La passione per il disegno.
18.   La collezione di fatti e curiosit di Reat Ekrem Kou: l'Enciclopedia di Istanbul.
19.   Conquista o caduta: la turchizzazione di Costantinopoli.
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FINE Indice.
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A mio padre, Gunduz Pamuk
1925  2002.
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La bellezza del panorama  nella sua tristezza.
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Capitolo primo.
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Un altro Orhan.
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Fin da bambino, per tanti anni ho creduto che vivesse un al-
tro Orhan, del tutto simile a me, un mio gemello, uno completa-
mente uguale a me, in una strada di Istanbul, in un'altra casa si-
mile alla nostra. Non mi ricordo dove e come ebbi per la prima
volta questo pensiero. Molto probabilmente, il pensiero si era in-
ciso dentro di me alla fine di un lungo processo, tessuto di incom-
prensioni, coincidenze, giochi e paure. Per poter spiegare cosa
provavo quando questa idea mi balenava nella testa, devo rac-
contare uno dei primi momenti in cui l'avvertii nella sua forma
pi evidente.

A cinque anni, a un certo punto ero stato mandato in un'altra
casa. I miei genitori, dopo la loro separazione, si erano incontrati
a Parigi e avevano deciso di lasciare me e mio fratello a Istanbul,
ma divisi. Mio fratello era rimasto a Palazzo Pamuk, a Niantai,
con la nonna paterna e il resto della famiglia. Io invece ero stato
mandato dalla zia materna, a Cihangir. Su una parete di questa ca-
sa, dove sono sempre stato accolto con affetto e sorrisi, c'era la fo-
tografia di un bambino piccolo, in una cornice bianca. Ogni tanto,
mia zia o mio zio, indicando la fotografia, mi dicevano sorriden-
do: "Guarda, quel bambino sei tu".
Questo bambino grazioso, dagli occhi grandi, s, mi somiglia-
va un po'.
Anche lui aveva in testa uno di quei berretti che portavo io
quando si usciva. Ma al tempo stesso sapevo che non ero esatta-
mente io. (In realt la fotografia era una riproduzione kitsch, com-
prata in Europa). Poteva il bambino essere l'altro Orhan cui pen-
savo sempre, che viveva in quell'altra casa?
Adesso anch'io avevo iniziato a vivere in un'altra casa. Era co-
me se fossi stato obbligato ad andare in un'altra casa per poter in-
contrare il mio simile che viveva da un'altra parte a Istanbul, ma
io non ero affatto contento di questo incontro. Volevo tornare a
casa mia, a Palazzo Pamuk. Quando mi dicevano che era mia quel-
la fotografia sul muro, nella mia mente tutto si confondeva: io, la
mia fotografia, la fotografia che somigliava a me, il mio simile, le
immagini di un'altra abitazione si mescolavano e volevo tornare a
casa e restare per sempre l, in mezzo alla mia famiglia.
Il mio desiderio si realizz e poco tempo dopo tornai a Palazzo
Pamuk. Ma l'idea di un altro Orhan che viveva in un'altra casa a
Istanbul non mi abbandon mai. Durante l'infanzia e l'adolescen-
za, questo pensiero affascinante fu sempre presente in una parte
della mia testa che potevo raggiungere con facilit. Nelle sere in-
vernali, camminando per le strade di Istanbul, rabbrividivo al pen-
siero che in una delle case che mi scorrevano a fianco, con le palli-
de luci arancioni a illuminare le stanze dove immaginavo che per-
sone felici e serene conducessero un'esistenza tranquilla, vivesse
l'altro Orhan. Con il passare degli anni quest'idea si  trasformata
in una fantasia, e la fantasia in una scena da sogno. Nei miei sogni,
a volte incontravo - gridando quasi fosse un incubo - l'altro Orhan
sempre in un'altra casa, e ci guardavamo in silenzio con una fred-
dezza stupefacente e spietata. Allora abbracciavo ancor pi stret-
to, nel dormiveglia, il mio cuscino, la mia casa, la nostra strada, il
luogo in cui vivevo. Invece, quando mi sentivo infelice, comincia-
vo a fantasticare di andare in un'altra casa, in un'altra vita, nel po-
sto in cui viveva l'altro Orhan, e poi credevo di essere l'altro Orhan
e mi distraevo con i suoi sogni di felicit. E questi sogni mi rende-
vano cos felice che non c'era bisogno di andare in un'altra casa.
Siamo arrivati al tema centrale: dal giorno in cui sono nato, non
ho mai abbandonato le case, le strade, i quartieri dove ho vissuto.
So che il fatto che dopo cinquant'anni (nonostante abbia abitato
anche in altri luoghi di Istanbul) io viva ancora a Palazzo Pamuk,
nel posto in cui mia madre mi prese in braccio per farmi vedere
per la prima volta il mondo e dove vennero scattate le mie prime
fotografie, ha un legame con l'idea dell'altro Orhan in un altro
luogo di Istanbul, come una forma di consolazione. E sento che
quello che rende speciale la mia storia per me, e attraverso di me
per Istanbul, consiste nel fatto di essere rimasto sempre nello stes-
so posto, anzi per cinquant'anni sempre nella stessa casa, in un se-
colo contraddistinto da tanta emigrazione, e dalla potenza creati-
va che ne segue. "Esci un po' fuori, va' in altri luoghi, viaggia",
diceva mia madre con tristezza.
Ci sono scrittori come Conrad, Nabokov e Naipaul che hanno
scritto con successo pur avendo cambiato lingua, nazione, cultu-
ra, paese, continente, persino civilt. Io so che la mia ispirazione
trae vigore dall'attaccamento alla stessa casa, alla stessa strada, al-
lo stesso panorama e alla stessa citt, come l'identit creativa di
quegli scrittori ha preso forza dall'esilio e dall'emigrazione. Que-
sto mio legame con Istanbul significa che il destino di una citt
pu diventare il carattere di una persona.
Flaubert, giunto a Istanbul centodue anni prima della mia na-
scita, fu colpito dalla quantit di gente e dalla sua diversit: in una
lettera scrisse che Costantinopoli, un secolo dopo, sarebbe stata la
capitale del mondo. Quando l'impero ottomano croll e scompar-
ve, si realizz proprio il contrario. E quando nacqui io, Istanbul vi-
veva i giorni pi deboli, pi poveri, pi miseri e pi isolati della sua
storia di duemila anni. Il senso di fallimento dell'impero ottomano
la desolazione e la tristezza generate dalle rovine che occupavano la
citt, sono stati per me, per tutta la vita, la caratteristica principa-
le di Istanbul. Ho trascorso la mia esistenza combattendo contro
questa tristezza, oppure abituandomi a lei come tutti gli altri.
Coloro che si preoccupano di dare un significato alla vita si in-
terrogano almeno una volta sul senso dello spazio e del tempo in
cui sono nati. Che cosa vuol dire la nostra nascita in quest'angolo
del mondo, nella tal data? Questa famiglia, questo paese, questa
citt che ci sono stati donati quasi fossero usciti alla lotteria, che
dobbiamo amare e che alla fine riusciamo ad amare, sono state scel-
te giuste? Qualche volta mi sento sfortunato a essere nato a Istan-
bul, citt logorata e decaduta, in preda alla miseria e alla tristezza,
rimasta sotto le rovine che sprofondano sempre di pi, fra le ce-
neri di un impero crollato. (Tuttavia una voce dentro di me dice
che questa, in realt,  una benedizione). Se la ricchezza  impor-
tante, qualche volta penso anche di essere stato fortunato perch
sono nato in una famiglia benestante di Istanbul. (Qualcuno pen-
sa pure il contrario). E spesso capisco che, proprio come il mio cor-
po di cui non posso lamentarmi (avrei forse voluto avere le ossa pi
grosse ed essere pi avvenente) e il mio sesso (se fossi stato donna,
la sessualit sarebbe stata un problema minore?), anche Istanbul,
citt in cui sono nato e dove ho passato tutta la vita, per me  un
destino inesorabile. Questo libro parla di questo destino...
Sono nato il 7 giugno 1952, poco dopo mezzanotte, a Istanbul,
in una piccola clinica privata di Moda. Di notte i corridoi erano
tranquilli, cos come il mondo. Nel nostro pianeta non c'era nulla
di sconvolgente oltre alle fiamme e le ceneri che il vulcano Strom-
boli, in Italia, aveva cominciato a eruttare improvvisamente due
giorni prima. Sui quotidiani comparivano alcuni trafiletti sui sol-
dati turchi che combattevano nella Corea del Nord, e brevi articoli
su voci di fonte americana che i nordcoreani si preparassero a usa-
re armi biologiche. Le vere notizie erano quelle che riguardavano
"la nostra citt", e, come tutti gli abitanti di Istanbul, anche mia
madre le aveva lette attentamente prima del parto: un negoziante
di tessuti, il giorno precedente, aveva identificato il cadavere di
un ladro che, due notti prima, aveva cercato, con una maschera
orribile in faccia, di entrare in una casa a Langa forzando la fine-
stra del bagno, ma era stato notato e inseguito dalle guardie e dai
"coraggiosi" pensionanti della Casa dello studente di Konya, che
l'avevano poi sorpreso in un deposito di legna. Dopo aver impre-
cato contro i poliziotti si era suicidato, e il negoziante aveva ri-
cordato che l'anno prima sempre questo bandito aveva compiuto,
in pieno giorno, una rapina a mano armata nel suo negozio a Har-
biye. Mia madre leggeva queste notizie da sola all'ospedale per-
ch, secondo quanto mi ha raccontato anni dopo in un miscuglio
di rabbia e tristezza, mio padre, dopo averla accompagnata in cli-
nica, si era annoiato a stare l ad aspettare la mia nascita che sem-
brava non arrivare mai ed era uscito a incontrare gli amici. Vici-
no a mia madre, nella sala dell'ospedale c'era soltanto mia zia, che
era entrata in quella clinica in piena notte, scavalcando il muro del
giardino. Mia madre, quando mi vide per la prima volta, pens che
io fossi pi magro; pi fragile e pi esile rispetto a mio fratello,
due anni pi grande di me.
In realt dovevo dire "aveva pensato". Questo tempo che usia-
mo per raccontare i sogni, le fiabe e le vite che non abbiamo vis-
suto direttamente,  molto adatto per raccontare le situazioni che
abbiamo affrontato nella culla, nel passeggino, oppure quando ab-
biamo compiuto i primi passi. Perch i nostri genitori solo dopo
tanti anni ci raccontano queste nostre prime esperienze di vita, e
noi godiamo, rabbrividendo, ad ascoltare la nostra storia, quasi
sentissimo le prime parole e contemplassimo i primi passi di un
altro. Questo dolce sentimento, che ricorda il piacere di riveder-
ci nei sogni, ci fa nascere dentro anche un'abitudine destinata ad
avvelenarci per tutta la vita: la sensazione di imparare il signifi-
cato delle situazioni che abbiamo vissuto - persino dei piaceri pi
profondi - dagli altri. Cos, proprio come questi "ricordi" della
prima infanzia, che assimiliamo di buon grado e poi raccontiamo
con convinzione perch cominciamo a credere di ricordarli noi
stessi, alla fine quello che dicono gli altri su diverse azioni che ab-
biamo compiuto nella vita non solo diventa dopo un po' la nostra
opinione, ma si trasforma anche in un ricordo pi importante di
quanto abbiamo vissuto. Molte volte impariamo dagli altri il si-
gnificato della citt in cui abitiamo, come la vita che viviamo.
Nei momenti in cui assimilo ci che gli altri raccontano su di me
e su Istanbul, quasi il ricordo fosse mio, mi viene da dire: "Una vol-
ta disegnavo, io che nacqui a Istanbul e crebbi a Istanbul, ed ero
un bambino curioso; poi a ventidue anni, non si sa perch, iniziai
a sczivere romanzi". Avrei voluto scrivere il libro con questo lin-
guaggio, sia perch racconta tutta una vita come un'esperienza vis-
suta da un altro, sia perch la fa diventare un dolce sogno in cui la
voce e la volont della persona si indeboliscono. Ma questo bel lin-
guaggio di fiaba non mi pare credibile, perch fa vedere questa vi-
ta come una preparazione a una seconda esistenza pi reale, pi
luminosa, in cui ci si potr svegliare come da un sogno. E la se-
conda esistenza che pu vivere gente come me non  altro che il
libro che si ha tra le mani. Questo dipende dalla tua attenzione,
caro lettore. Io ti offro onest, e tu dimostrami affetto.

Capitolo secondo
Le fotografie della casa-museo buia


I miei genitori, mio fratello, mia nonna, i miei zii e le mie zie
- tutti noi vivevamo in un palazzo di cinque piani. La grande ca-
sa signorile di pietra accanto, dove tutta la famiglia aveva vissuto
fino a un anno prima della mia nascita, in stanze e camere separa-
te, come facevano le grandi famiglie ottomane, era stata abban-
donata e poi data in affitto a una scuola elementare privata, e nel
1951 era stato costruito, sempre sullo stesso terreno, il palazzo
"moderno" dove anche ora abitiamo, al quarto piano, e sulla por-
ta d'ingresso, secondo la moda di quegli anni, era stato scritto, con
orgoglio, Palazzo Pamuk. A ogni piano, dove i primi anni salivo e
scendevo in braccio a mia madre, c'erano uno o due pianoforti.
Mio zio, che a quanto ricordo leggeva sempre i giornali, si era spo-
sato per ultimo, e si era sistemato con la moglie e il suo pianofor-
te al primo piano, dove aveva vissuto mezzo secolo a contempla-
re dalla finestra i passanti sotto casa. Questi pianoforti che non
venivano mai suonati mi davano un senso di tristezza e angoscia.
Ma non c'erano solo i pianoforti mai suonati ad angustiarmi;
mi intristivano anche le credenze sempre chiuse a chiave e piene
zeppe di porcellane cinesi, tazzine, servizi d'argento, zuccheriere,
tabacchiere, bicchieri di cristallo, contenitori per l'acqua di rose,
piatti, incensieri (e una macchinina rimasta un giorno incastrata
in mezzo), i leggii intarsiati di madreperla, i ripiani di legno per i
turbanti imbottiti, i paraventi giapponesi e art nouveau mai usa-
ti, e la libreria dalle ante di vetro sempre chiuse, in cui erano in-
filati i volumi di medicina polverosi e rilegati - ormai vecchi di
vent'anni - di mio zio, emigrato in America; e io pensavo che tut-
ti questi oggetti che riempivano ogni buco del nostro palazzo fos-
sero esposti non per la vita, bens per la morte. (Qualche volta, un
tavolino o una cassapanca intagliata partivano misteriosamente da
un salotto per finire in un altro, di un altro appartamento).
Quando ci buttavamo sulle poltrone intarsiate di madreperla
e ricamate di fili d'argento, nostra nonna ci avvisava: "Sedetevi
composti". Dietro il fatto che i soggiorni fossero organizzati co-
me dei piccoli musei, sistemati per ospiti immaginari di cui non
si sapeva l'ora d'arrivo, e non come luoghi rilassanti dove i pro-
prietari della casa potessero passare il tempo serenamente, c'era,
 ovvio, il desiderio di occidentalizzazione (uno che non digiuna
durante il Ramadan si sente meno in colpa tra credenze e pia-
noforti rispetto a uno che in casa si deve stendere su divani e cu-
scini). Nessuno sapeva bene a cosa servisse questo processo, ol-
tre a liberarci dalle costrizioni religiose; tuttavia comparvero sog-
giorni-museo nelle case pi ricche di Istanbul, e nei successivi
cinquant'anni si poterono trovare prove, estemporanee e malin-
coniche (anche se talvolta poetiche), dell'influenza occidentale
nei soggiorni di tutta la Turchia; poi per, alla fine degli anni
Settanta, con l'ingresso della televisione nelle case, questi luo-
ghi persero il loro fascino. Quando la gente inizi a scoprire il
piacere di riunirsi davanti allo schermo e di parlare e ridere tut-
ti insieme seguendo un film o un notiziario, i soggiorni si tra-
sformarono da musei in piccole sale cinematografiche, e io ri-
cordo di aver incontrato vecchie famiglie che tenevano la televi-
sione in una stanza che sembrava un'anticamera e aprivano la
porta chiusa a chiave del loro soggiorno-museo solo durante le
feste o per ospiti molto speciali.
Dato che fra i piani del nostro palazzo c'era un continuo via-
vai, come fra le stanze di una grande casa signorile, le porte degli
appartamenti di Palazzo Pamuk erano spesso aperte. L'anno in cui
mio fratello aveva iniziato la scuola, con il permesso della mamma
e qualche volta insieme a lei salivo al piano di sopra, la mattina,
mentre mia nonna era ancora a letto, e giocavo da solo sui tappe-
ti grandi e pesanti, nel salone che soprattutto in quelle ore somi-
gliava a un negozio di antiquariato, semioscurato dalle tende di
tulle chiuse e dalla vicinanza del palazzo sull'altro lato della stra-
da. A volte  iocavo con le macchinine comprate in Europa,. che
mettevo in fila con un ordine maniacale, quasi fossi il proprieta-
rio di un'autorimessa, oppure, quando immaginavo che i tappeti
che si allungavano anche nei corridoi fossero il mare, e le poltro-
ne e i tavoli delle piccole isole che ne uscivano fuori, mi mettevo
a saltare da un mobile all'altro senza toccare terra (proprio come
il barone di Calvino, che pass la sua vita da un albero all'altro,
senza assolutamente sfiorare il suolo). Ma quando mi stancavo di
guidare il mio cocchio, seduto sul bracciolo della poltrona come su
un cavallo, ispirandomi alle carrozze di Heybeliada, una delle iso-
le dei Principi, allora iniziavo a trasformare il luogo in cui mi tro-
vavo (questa stanza, questo salone, quest'aula, questa camerata,
questa stanza d'ospedale, questo ufficio statale) in un altro posto,
come ho poi fatto per tutta la vita nei momenti di noia, e dopo
aver esaurito le mie energie in questi sogni, cercavo rifugio nelle
foto sui tavoli, le scrivanie e le pareti intorno.
E cos pensavo che i pianoforti servissero a esporre le fotogra-
fie incorniciate, perch anche i pianoforti degli altri appartamen-
ti avevano questa funzione. Non c'era superficie orizzontale nel-
l'anticamera e nel salone di mia nonna che non fosse coperta di
fotografie piccole e grandi, tutte incorniciate. Sulla parete sopra
un camino che non si accendeva mai, erano appese le due enormi
foto, gi ritoccate, di mio nonno, morto nel 1934, e di mia non-
na. Chiunque entrasse in quel salone-museo, dalla posizione di
queste grandi fotografie e dallo sguardo dei protagonisti, girati
l'uno verso l'altra come i re e le regine che a quei tempi vedevo
sui francobolli di alcuni stati europei, comprendeva che la storia
aveva inizio con loro.
Entrambi arrivavano dalla citt di Grdes, vicino a Manisa, e
venivano da una famiglia chiamata "Pamuk" (cotone) per il colo-
re molto chiaro della pelle e dei capelli. Nelle vene di mia nonna
scorreva il sangue dei circassi, popolazione che aveva fornito per
secoli ragazze belle e alte all'harem ottomano. Suo padre, duran-
te la guerra ottomano-russa del 1877-78, era emigrato in Anato-
lia; la famiglia era poi andata a Izmir (ogni tanto si parlava di quel-
la casa vuota), e quindi era giunta a Istanbul, dove mio nonno ave-
va studiato ingegneria edile. Dopo aver fatto fortuna negli anni
Trenta - periodo in cui la Repubblica turca spendeva moltissimi
soldi nella costruzione delle ferrovie -, questi aveva messo su una
grande fabbrica sulle rive del Gksu, un ruscello che finiva nel
Bosforo, dove produceva tutto il necessario - dallo spago alla cor-
da - per essiccare il tabacco. Alla sua morte, nel 1934, a cinquan-
tadue anni, lasci dietro di s una ricchezza che mio padre e mio
zio non sono riusciti a dilapidare, pur intraprendendo diverse at-
tivit edili e fallendo tante volte.
Sulle pareti dello studio che dava sul salone erano sistemate in-
vece, in accurata simmetria, le grandi foto incorniciate della nuo-
va generazione, in tinte pastello, sempre dello stesso fotografo
amante dei ritocchi.
Il mio zio medico (zhan), un uomo grosso e pieno di salute,
dopo aver finito gli studi era emigrato in America e non era pi
tornato in Turchia, perch non aveva fatto il servizio militare, e
cos mia nonna pot vivere sempre in un'atmosfera di lutto. L'al-
tro mio zio, Aydin, pi giovane di lui, che abitava al pianterreno,
portava gli occhiali e anch'egli, come mio padre, dopo aver studiato
ingegneria edile, aveva intrapreso, ancor giovane, diverse attivit
che non aveva portato a termine. E mia zia, che aveva studiato per
anni il pianoforte, trasferendosi pure a Parigi, aveva abbandonato
tutto dopo il matrimonio, e insieme a suo marito, che era assistente
alla facolt di Legge, viveva nella mansarda dove poi ho trasloca-
to io, tanti anni dopo, e dove adesso scrivo questo libro.
Quando passavo dallo studio al salone, reso ancor pi depri-
mente dai lampadari di cristallo, la vita, all'improvviso acquista-
va velocit fra la marea di fotografie in bianco e nero e quelle pi
piccole e senza ritocchi: le immagini dei fidanzamenti e matrimo-
ni di tutti i fratelli, le pose davanti a un fotografo convocato per le
occasioni speciali, le prime foto a colori spedite dallo zio d'Ameri-
ca, i parchi di Istanbul, e le foto scattate sulla riva del Bosforo, in
piazza Taksim, a un pranzo festivo in cui tutta la famiglia era riu-
nita, a un matrimonio dove ci siamo io, mio fratello e i miei geni-
tori, nel giardino della casa vecchia, davanti alle auto di mio non-
no e di mio zio e di fronte al portone del nostro palazzo. Ma no-
nostante avessi guardato una per una, centinaia di volte, queste
fotografie che non cambiavano mai, proprio come in un museo,
dallo stile ormai antico tranne alcuni casi straordinari, come la so-
stituzione del ritratto della prima moglie del mio zio d'America
con quello della seconda, ogni volta che entravo in quel salone pie-
no zeppo iniziavo ad ammirarle di nuovo.
Ogni sguardo alle fotografie mi insegnava l'importanza della
vita che si viveva, e soprattutto di alcuni momenti sottratti alla vi-
ta stessa, protetti contro il tempo e fissati in una cornice. Osser-
vare mio zio che interrogava mio fratello su un problema di conti
e vedere nello stesso istante una sua fotografia scattata trent'anni
prima, oppure osservare mio padre, di cui capivo dal sorriso che
mentre sfogliava il suo giornale partecipava anche agli scherzi nel-
la sala affollata, e vedere nello stesso istante una sua foto di quan-
do aveva cinque anni, la mia et, e i capelli lunghi come una bam-
bina, tutto ci mi dava la sensazione che noi potessimo vivere quei
momenti particolari della vita come se fossero le occasioni specia-
li ora inquadrate nelle cornici. Il fatto che mia nonna, ogni tanto,
descrivendo quel mio nonno morto precocemente come il fonda-
tore di uno stato, indicasse con la mano queste foto sui tavoli e
sulle pareti sottolineava il desiderio di unire vita quotidiana e mo-
mento ideale, ordinario e straordinario. Mentre da una parte com-
prendevo ammirato l'importanza e il senso di quegli attimi spe-
ciali, che resistevano allo scorrere del tempo e al logoramento de-
gli uomini e delle cose ma che erano ormai fissati nelle cornici,
dall'altra per iniziavo ad annoiarmi.
Nei primi anni della mia infanzia amavo molto le serate in cui
tutta la famiglia si riuniva e mangiava insieme, ridendo e scher-
zando, e i pranzi fatti durante le feste del Ramadan e del Sacri-
ficio e le cene di Capodanno, anche se, crescendo, ogni volta mi
dicevo: "L'anno prossimo non verr pi", ma poi tornavo e gio-
cavamo tutti a tombola. Queste tavolate piene di gente, e le bat-
tute e le risate di mio zio che aveva bevuto raki o vodka, e di mia
nonna, provocate dalla pur pochissima birra, da un lato mi face-
vano capire che la vita rimasta fuori dalle cornici era molto pi
divertente, ma dall'altro mi davano l'illusione che la felicit fos-
se una specie di fede, una gioia, una fortuna da condividere con
la famiglia, con una moltitudine. E comunque mi accorgevo che
se anche i miei parenti ridevano e scherzavano e consumavano lun-
ghi pranzi festivi insieme, tuttavia si comportavano crudelmente
tra di loro ogni volta che nascevano discussioni sui beni di fami-
glia. Mia madre, quando eravamo nel nostro appartamento fra di
noi, condannava con rabbia, davanti a me e a mio fratello, chi fa-
ceva del male a noi - cio al nostro nucleo famigliare di quattro
persone all'interno della grande famiglia - dicendo "vostra zia",
"vostro zio", "vostra nonna". La divisione di alcuni beni, come
le quote della fabbrica di corda oppure di un appartamento, cau-
sava sempre lunghissime discussioni, litigi e risentimenti. Forse,
tra le risate che si facevano i miei parenti nella casa di mia non-
na, dimenticavo per un po' queste storie oscure, simili alle scre-
polature sulle fotografie di momenti felici incorniciate con vetri
sottili e sistemate sul pianoforte, ma anche quando ero molto pic-
colo intuivo che dietro questi momenti di gioia c'erano conti se-
greti, allusioni. Vedevo che pure le domestiche di ogni nucleo che
formava la grande famiglia si impegnavano con lo stesso spirito
combattivo a litigare tra loro (per esempio la nostra Esma bistic-
ciava con Ikbal, la domestica di mia zia).
"Hai sentito cosa ha detto Aydin?", chiedeva mia madre il
giorno dopo a colazione.
"Cosa ha detto?", replicava mio padre, spinto dalla curiosit.
Dopo aver ascoltato la storia, chiudeva l'argomento dicendo: "Per
l'amor di Dio, fregatene", e sprofondava nel suo giornale.
Tuttavia non erano questi litigi a farmi capire che la famiglia,
ancora con le impronte di un grande clan ottomano, tradizionale,
di Istanbul, stava per disgregarsi, guastandosi pian piano; lo in-
tuivo dai continui fallimenti di mio padre, in questo aiutato da mio
zio, dai nuovi lavori che intraprendeva e dalle sue assenze sempre
pi frequenti. Mia madre, quando ci portava ogni tanto "dalla no--
stra nonna materna", mentre io e mio fratello giocavamo nelle stan-
ze piene di fantasmi della casa di ili, raccontava a sua madre che
le cose andavano male, ma mia nonna le consigliava calma e fer-
mezza, e qualora mia madre avesse voluto tornare da lei, ci face-
va capire che la casa di tre piani piena di polvere in cui viveva da
sola non era affatto un luogo attraente.
Al di l degli scatti d'ira che talvolta lo coglievano, mio padre
era una persona molto contenta della sua vita - di se stesso, della
sua bellezza, della sua intelligenza e della sua fortuna -, e con
un'ingenuit fanciullesca di cui non si liber mai non nascondeva
queste sue fortune. Mi ricordo che girava spesso per la casa fi-
schiettando, si guardava allo specchio e si ammirava, poi spremeva
il succo di limone in una mano e se lo metteva sui capelli, a mo'
di brillantina. Gli piaceva scherzare, fare giochi di parole, sor-
prendere, recitare poesie a memoria, mostrare la sua intelligen-
za, prendere l'aereo e andare lontano. Non era assolutamente uno
di quei padri che vietano e puniscono. Specialmente nei primi an-
ni della mia infanzia, quando uscivo e iniziavo a conoscerlo, sen-
tivo che il mondo era un luogo divertente a cui l'uomo approda-
va per essere felice.
Mentre mio padre girava silenziosamente intorno alla cattive-
ria, all'ostilit oppure alla noia, mia madre ci avvisava di questi
pericoli, ci poneva divieti, e aggrottando le sopracciglia prendeva
provvedimenti contro i lati bui della vita. E questo la rendeva me-
no divertente rispetto a mio padre; ma siccome ci riservava pi
tempo di lui, che a ogni occasione scappava di casa, io ero molto
legato al suo amore, al suo affetto. Essere obbligato a competere
con mio fratello per questo amore era la realt sostanziale della mia
vita, che imparai appena fui cosciente.
L'intensa lotta e rivalit che ebbi con mio fratello per l'affet-
to di mia madre prese il posto delle ferite che potevano provoca-
re alla mia anima l'autorit, la forza e l'attitudine al comando che
mio padre invece non mi fece mai sentire. A quei tempi non lo ca-
pivo come ora. Perch la rivalit con mio fratello, soprattutto agli
inizi, non veniva fuori nella sua forma pi chiara: era percepita
come una parte del gioco, e nel momento in cui ci immaginava-
mo come persone diverse durante quel gioco. Spesso lottavamo
non come Orhan e evket, bens come un calciatore o un eroe in
cui mi identificavo io, e il calciatore o l'eroe in cui si identificava
mio fratello. Mentre interpretavamo queste persone immaginarie
o reali che sembravano combattere al nostro posto, dimenticavamo
che eravamo noi, due fratelli, a combattere e a ferirsi, disprezzar-
si e insultarsi, perch ci concentravamo completamente sul gioco
e sul litigio, che finiva quasi sempre tra lacrime e sangue. Come
mi ha detto dopo molti anni e dopo tanti calcoli mio fratello, ap-
passionato da sempre alle statistiche dei successi, e agli elenchi det-
tagliati dei trionfi della parte vincente, aveva avuto la meglio lui
il novanta per cento delle volte.
Quando mi rattristavo, quando diventavo infelice, iniziavo ad
annoiarmi e senza dire niente a nessuno uscivo dal nostro appar-
tamento e andavo o a giocare con mio cugino al piano inferiore, o
pi spesso da mia nonna. ("Da bambino non hai detto neanche una
volta che ti annoiavi, come facevano gli altri", aveva confessato mia
madre). Ogni appartamento, nonostante si somigliassero tra loro e
avessero molti oggetti uguali come i servizi di piatti, le zuccheriere,
le poltrone e i portacenere, sembrava un mondo, un paese comple-
tamente a s. Forse per questo mi piaceva andare nel salone di mia
nonna, nonostante le sue condizioni disastrose, e giocarci e imma-
ginarlo come un altro posto, oppure sognare all'ombra del salone-
museo, dei vasi, delle cornici e dei tavolini.
In una mia fantasia, quando tutta la famiglia era riunita sotto
la luce dei lampadari, la casa di mia nonna diventava il ponte di
comando di una grande nave. Noi eravamo sia il capitano sia il per-
sonale sia i viaggiatori di questa nave che avanzava nella bufera,
e ci preoccupavamo sempre pi via via che le onde si ingrandiva-
no. In questa invenzione, che aveva molte affinit con i sogni not-
turni provocati dai fischi dolenti e tristi delle grandi imbarcazio-
ni in transito sul Bosforo, sentivo orgogliosamente che il destino
della nave, di tutti noi, dipendeva da me.
Nonostante questa fantasia, che ricordava anche gli eroi dei
fumetti di mio fratello, mentre pensavo ad Allah intuivo che il fu-
turo delle masse che formavano la citt e il nostro non combacia-
vano: noi eravamo ricchi. Ma quando negli anni successivi il gran-
de clan e la nostra piccola famiglia andarono in briciole a causa
di spaccature e rotture, e si impoverirono sia per i fallimenti di
mio padre e di mio zio sia per la divisione dei beni che aveva pro-
vocato litigi e incomprensioni, precipitando verso la rovina, ogni
volta che visitavo la casa di mia nonna mi si risvegliava dentro
un senso di tristezza. Quel sentimento di depressione, smarri-
mento e malinconia che il crollo dell'impero ottomano aveva cau-
sato a Istanbul, per altre vie e con un po' di ritardo, alla fine, ave-
va raggiunto anche noi.

Capitolo terzo
"Io"


Nei momenti di felicit - la mia infanzia ne  piena - ero im-
mune da ogni tristezza, e sentivo che il mondo era delizioso, bel-
lo, piacevole e pieno di sole. Un cibo non gradito, un gusto amaro,
una puntura di spillo, l'impulso di addentare con rabbia il bordo
della gabbia di legno dove venivo rinchiuso perch non scappassi,
oppure, com' successo in uno dei miei ricordi d'infanzia pi ter-
ribili, lasciare il dito nella portiera della macchina di mio zio e pian-
gere per ore (una visita drammatica presso un medico che mi fece
le lastre), mi insegnavano non com'ero io, ma l'idea di cattiveria
e sofferenza da evitare. D'altra parte, fra le confusioni, fantasie
e tensioni della mia coscienza, il sentimento di essere me stesso, di
avere un "io", mi penetrava dentro lentamente, come un senso
di colpa .
Mio fratello, pi grande di me di due anni, a sei inizi la scuo-
la, e io, dai quattro fino ai sei, rimasi lontano dall'amicizia e dal
sentimento di concordia che c'era tra noi. In questi due anni da
un lato mi sentii meglio, perch sfuggivo alla sua forza e rivalit
e avevo a disposizione, completamente e per lunghi tratti della
giornata, Palazzo Pamuk, e l'affetto e l'attenzione di mia ma-
dre, ma dall'altro scoprii sia cosa significava rimanere da solo,
sia quanto fossero strani i miei primi ricordi, che tuttora non ho
dimenticato.
Gli permettevo di leggere tranquillamente le nuvolette dei
suoi fumetti, poi, quando lui era a scuola, le aprivo e le "legge-
vo" recitando a memoria ci che avevo sentito da lui. Un po-
meriggio piacevole e caldo, a letto per il sonnellino pomeridiano
- non mi ero addormentato subito e avevo iniziato a sfogliare le
pagine di Tom Mix -, a un tratto mi accorsi dell'indurimento
del mio pene (mia madre lo chiamava "bibi"). Questo avvenne
mentre guardavo il disegno di un indiano mezzo nudo. Dall'in-
guine dell'indiano, che non aveva nient'altro che un filo sotti-
lissimo intorno alla vita, penzolava un pezzo di tela liscia come
una bandiera a nascondere il suo "bibi", e l sopra era stato di-
segnato un cerchio.
Un altro giorno, sempre a letto, sotto la trapunta, con il pigia-
ma del riposo pomeridiano, mentre parlavo all'orsacchiotto che sta-
va da sempre con me, avvertii lo stesso indurimento. Questa pia-
cevole novit, che non volevo che gli altri vedessero e di cui non
comprendevo la magia, si era realizzata proprio nel momento in
cui avevo detto all'orsacchiotto: "Io ti mangio!" Anche in altre
occasioni, quando prendevo il mio orsacchiotto cui in fondo non
ero cos legato e che minacciavo ogni volta con le stesse parole, il
mio pene si induriva di nuovo. Avevo sentito l'espressione "Io ti
mangio", in genere, nei momenti pi crudeli delle favole che rac-
contava mia madre. I demoni - "div" in persiano - che quattro-
cento anni fa venivano dipinti come mostri terribili, bassi, dota-
ti di code, nella letteratura classica iraniana erano i fratelli dei
diavoli, dei folletti. Il termine persiano "div", nel turco di Istan-
bule nelle sue favole, era diventato "dev", che vuol dire gigan-
te. L'idea di come fosse un gigante la ebbi dalla copertina di De-
de Korkut, una piccola raccolta di favole. Qui, un mostro mezzo
nudo come gli indiani, forte e piuttosto repellente, sembrava co-
mandare tutto il mondo.
La frase "Io ti mangio" delle favole che mi raccontava mia ma-
dre, oltre ad avere il significato di cibarsi e ingoiare, aveva anche
quello di uccidere ed eliminare. In quegli stessi anni, mio zio ave-
va comprato un piccolo proiettore e aveva iniziato a noleggiare, da
uno studio fotografico di Niantai, dei cortometraggi di dieci, do-
dici minuti (Charlie Chaplin, Walt Disney, Stanlio e Ollio) e a
proiettarli, per tutta la famiglia, sulla parete sopra il camino (le fo-
tografie di mio nonno e di mia nonna venivano allora cerimonio-
samente rimosse), durante le feste religiose e i Capodanni. E un
cortometraggio di Walt Disney, tratto dalla piccola collezione ci-
nematografica di mio zio, per colpa mia non  stato proiettato pi
di due volte. In questo film, il gigante primitivo e rozzo, lento e
grande quanto un palazzo, inseguiva il piccolo Mickey Mouse, ma
il topolino si nascondeva in fondo a un pozzo, e quando il gigan-
te strappava il pozzo dalla terra con una sola mossa e ne beveva
l'acqua, allora il topolino cadeva nella sua bocca e io iniziavo a
piangere con tutte le mie forze. Il quadro di Goya intitolato Sa-
turno che divora uno dei suoi figli, che si trova al museo del Prado
e in cui si vede una figura gigantesca che prende dalla terra un pic-
colo uomo e lo porta alla bocca, mi fa ancora paura.
Sempre in uno di quei riposini pomeridiani, mentre minac-
ciavo il mio orsacchiotto e nel frattempo provavo uno strano af-
fetto nei suoi confronti, si apr la porta e mio padre mi vide per
un attimo con le mutande gi e il pene duro. La porta si chiuse
ancor pi silenziosamente, e con un rispetto che avevo intuito pu-
re allora. Mio padre, che veniva a casa a mezzogiorno per man-
giare e farsi un sonnellino, entrava sempre in camera per baciar-
mi, prima di rientrare al lavoro. La sensazione che stavo facendo
qualcosa di sbagliato, peggio ancora, il fatto di commetterlo per
provare piacere, mi si insinu lentamente dentro, avvelenando
l'idea stessa del piacere.
Un'altra volta mi successe di nuovo mentre la bambinaia, che
era arrivata quando mia madre aveva abbandonato la casa dopo
uno dei suoi litigi interminabili con mio padre, mi lavava nella va-
sca da bagno. Mi ricordo che la donna mi disse con una voce per
niente affettuosa che ero "come i cani", ma ci che mi dava pia-
cere era l'acqua, il bagno, il caldo.
Quello che rendeva tutte queste mie esperienze incandescen-
ti e vergognose non era soltanto l'impossibilit di controllare la
reazione del mio corpo, ma soprattutto la convinzione che que-
sto fenomeno chiamato erezione fosse una stranezza tutta mia.
Soltanto sei, sette anni dopo, alle medie, quando capitai in una
classe di soli maschi e iniziai a sentire discorsi tipo "il mio coso
si  drizzato", capii che l'erezione non era qualcosa che succe-
deva solo a me.
Dal timore che l'erezione e la cattiveria fossero soltanto mie
giunsi alla conclusione di dover nascondere "il diavolo" che ave-
vo dentro. E questo mi spinse a vivere in un mio mondo chiuso,
dove nessuno poteva raggiungermi. Oltre alle erezioni, che co-
munque non succedevano spesso, sentivo che la vera fonte della
mia cattiveria erano le mie fantasie inopportune. Mentre vivevo
nelle stanze degli appartamenti-museo, molte volte solo per noia,
immaginavo di vivere in un altro posto, di essere un'altra perso-
na. Era molto semplice fuggire in questo secondo mondo, che na-
scondevo nella mia testa come un segreto: nel salone della casa di
mia nonna iniziavo per esempio a immaginarmi in un sommergi-
bile. In quei giorni mi avevano portato per la prima volta al cine-
ma, al Saray pieno di polvere, a Beyoglu: mentre vedevo un film
tratto da Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, ebbi paura dei
silenzi di quella storia. Le scene semibuie della pellicola in bian-
co e nero, e gli interni ombrosi da cui la cinepresa non si allonta-
nava mai, mi ricordavano ogni momento la nostra casa. Dato che
non ero ancora capace di leggere i sottotitoli, avevo perso tanti			  un moment
particolari, ma in fondo non leggevo cos anche i fumetti di mio			  quello che
fratello ? Era molto facile reinventare ci che non capivo (e anco-
ra oggi, quando leggo, pi che la comprensione penso sia impor-
tante la possibilit di sognare mondi paralleli a quelli del libro).
Questi sogni, che regolavo come se entrassi consapevolmente in
un mondo tutto mio, non erano estensioni incontrollabili come
"l'erezione", ma eventi che riuscivo a dominare facilmente. Can-
cellavo per un attimo le incisioni e gli ornamenti, piuttosto baroc-			  no stan
chi, del tavolo dal ripiano largo, intarsiato di madreperla, che si tro-
vava sotto il grande lampadario e me lo raffiguravo come l'enorme
montagna che avevo ammirato su una rivista illustrata da me "let-
ta", e sognavo che l, proprio come in questa montagna grande e
strana, ci fosse una civilt diversa. Poi vedevo tutti gli oggetti
della stanza come montagne, e io diventavo un aereo in volo tra
quelle vette.
"Non agitare cos le gambe, mi gira la testa", diceva mia non-
na seduta davanti a me.
Non le agitavo, ma l'aereo della mia fantasia scompariva nel
fumo della sigaretta Gelincik che mia nonna mandava fuori dal-
le sue labbra, e il mio sguardo entrava allora nella foresta piena
di conigli, foglie, serpenti e leoni che avevo individuato e sco-
perto fra i disegni dei tappeti: da l si immergeva in un'avventu-
ra, creava un incendio, uccideva un paio di persone, andava a ca-
vallo e poi io ricordavo di aver sparpagliato qua e l le biglie di
mio fratello che era a scuola, e siccome una parte della mia men-
te era aperta ai rumori del palazzo, capivo che il portiere Ismail
era arrivato al nostro piano dallo sbattere della porta dell'ascen-
sore e cos mi trascinavo in una nuova avventura tra gli indiani
seminudi. Mi piaceva incendiare le case, riempire di pallottole le
persone dentro la casa bruciata oppure sognare di salvarmi dal-
l'incendio scavando un tunnel; mi piaceva uccidere una mosca
schiacciandola pian piano tra la tenda di tulle puzzolente di fu-
mo e il vetro della finestra, e mentre la mosca agonizzante ca-
deva sulla mensola traforata sopra il termosifone, sognare che lei
fosse un bandito che aveva avuto la giusta punizione. Fino ai
quarantacinque anni, in quella zona del dormiveglia, pensando
che mi facesse bene, ho sempre ucciso. Chiedo scusa a queste
persone: alcune sono parenti stretti, anzi molto stretti, come mio
fratello; altre sono politici, letterati e commercianti e, per la mag-
gior parte, personaggi immaginari. Mi  successo diverse volte
di dare un calcio a un gatto che amavo di un affetto sincero, in
un momento di disperazione, per poi riderne e vergognarmi di
quello che avevo fatto. Ancora venticinque anni dopo, durante
il servizio militare, quando finito il pranzo ci mettevamo a fu-
mare e a spettegolare, io immaginavo settecentocinquanta solda-
ti che, seduti sulle sedie, da lontano sembravano simili tra loro,
con le teste staccate dal collo e l'esofago sanguinante nella gran-
de mensa colorata dell'azzurro dolce e trasparente del fumo, e al-
la fine un mio compagno diceva: "Basta agitare le gambe, mi so-
no stancato io al posto tuo".
Mi sembrava che soltanto mio padre sapesse dell'esistenza di
questo secondo mondo che da piccolo custodivo come un segreto
- come l'erezione -, e pi lo nascondevo pi mi sembrava in-
nocuo.
Mentre andavo con la mente al mio orsacchiotto cui avevo stac-
cato un occhio in un momento di rabbia e che avevo fatto dima-
grire togliendogli un po' di paglia dal buco nella pancia, oppure al
giocattolo comprato ben tre volte e sempre rotto a causa dell'ec-
cessiva frenesia, e al suo corpo ferito e agonizzante che avevo na-
scosto (un calciatore grande come un dito, che tirava calci quan-
do si premeva il bottone sulla testa), oppure mentre pensavo con
paura alle faine che la nostra domestica Esma diceva che giravano
sul tetto del palazzo accanto, con la stessa convinzione di quando
parlava di Allah, mio padre mi diceva all'improvviso: "Cosa ti pas-
sa per la testa? Dimmelo che ti do venticinque piastre!"
Quando rimanevo in silenzio, indeciso, pensando di modifica-
re la verit e poi confessargliela, oppure di inventare bellamente
una bugia, lui aggiungeva sorridendo: "Ormai non vale pi, do-
vevi dirlo subito".
Poteva anche lui vivere in questo secondo mondo? Quanto era
giusto pensare che questa particolarit fosse, a quei tempi, una
stranezza soltanto della mia mente, stranezza di cui avrei capito
solamente dopo tanto tempo che era gi legittimata dal verbo "fan-
tasticare"? Sorvolavo su questa domanda senza pormela, non so-
lo perch la mia mente si faceva prendere dall'ansia per le parole
di mio padre, ma anche perch possedevo il talento di dimentica-
re i fatti inquietanti, grazie alla mia buona volont.
Un altro motivo per cui pensavo che fantasticare fosse soltanto
una mia stranezza e nascondevo quello che mi passava per la te-
sta, era che questo secondo mondo non mi impediva affatto di
tornare indietro. Seduto di fronte a mia nonna, quando fissavo
la luce del sole che si rifletteva tra le tende come i fari indiscreti
delle imbarcazioni sul Bosforo e allora battevo le ciglia, mi scor-
revano improvvisamente davanti agli occhi navicelle spaziali ros-
se, proprio come volevo io, e immaginavo tutto secondo i miei de-
sideri; poi, uscendo dalla stanza, come uno che spegne la luce
("spegni la luce"  una delle frasi che ho sentito di pi durante la
mia infanzia) smorzavo a poco a poco l'immaginazione e tornavo
nel mondo reale.
La differenza tra colui che ama immaginarsi continuamente Na-
poleone e colui che crede di essere Napoleone  la differenza tra
il sognatore felice e lo schizofrenico infelice. Capisco molto bene
la persona "schizofrenica" che non riesce a vivere senza assume-
re un'altra identit, ma mi fa anche pena, perch  schiavo del se-
condo mondo e non ha una sua realt "vera", compiuta e solida,
dove pu ritornare, e un po' la disprezzo (segretamente). Ci che
mi faceva correre verso il secondo mondo, e mi induceva anche a
pensare che ci fosse un altro Orhan, in un'altra casa, a Istanbul,
non era per me fonte di infelicit; lo era piuttosto il fatto che mi
annoiassero le stanze, i corridoi e i tappeti (io odio i tappeti) del-
la casa-museo, e la sua folla di maschi positivisti appassionati di
matematica e di parole crociate, in quella casa buia, deprimente e
piena zeppa di oggetti concreti, freddi e privi di colore, di lette-
ratura e di fiabe (ma invecchiando tutti lo hanno negato).
Gi, perch durante la mia infanzia, soprattutto nei due anni
prima della scuola, mi sentivo molto felice. Lo dico con sarcasmo:
ero un bambino bravo, intelligente, sempre coccolato e conside-
rato molto "carino" e "simpatico", non solo in famiglia, o tra ami-
ci e parenti, ma da tutti. I baci, gli elogi, le parole dolci e la mela
offerta dal fruttivendolo ("Lavala prima di mangiarla", diceva su-
bito mia madre), cos come il fico secco regalato dal droghiere ("Lo
mangi dopo pranzo", diceva mia madre, mentre sorrideva gentil-
mente al rivenditore) e la caramella dell'anziana parente incontrata
per strada ("Ringraziala", diceva mia madre), e tanti altri piace-
voli episodi mi spingevano a tenere per me, nella mia mente, la
crudelt, la stranezza e l'inadeguatezza di quel secondo mondo.
Le mie lamentele da bambino riguardavano il fatto di non riu-
scire a vedere al di l dei muri e, stando alla finestra, di poter con-
templare soltanto il cielo e non la strada, e neanche il palazzo di
fronte; e non poter osservare, quando andavo con mia madre nel-
la macelleria maleodorante (dopo un po' dimenticavo il fetore, ma
appena uscito sulla strada, nell'aria fresca, lo ricordavo di nuovo),
subito davanti al posto di polizia, l'uomo che tagliava sul banco di
legno la carne con i suoi coltelli, grandi quanto la mia gamba, e poi
non poter vedere dentro i contenitori del gelato, la superficie dei
banchi e dei tavoli e non riuscire nemmeno ad arrivare ai pulsan-
ti dell'ascensore e ai campanelli. Quando c'era un incidente stra-
dale, oppure quando vedevo passare all'improvviso i poliziotti a
cavallo, un adulto si fermava davanti a me e io perdevo la met di
quello che succedeva. Durante le partite di calcio allo stadio, do-
ve mio padre ci aveva portati fin da piccoli, quando si sviluppava
a un tratto un'azione pericolosa, tutti coloro nella fila davanti si
alzavano di colpo in piedi, e non riuscivo a vedere i gol. Ma sicco-
me durante quelle partite la mia attenzione non era rivolta al cam-
po ma ai panini col formaggio, ai toast e alle barrette di cioccola-
to avvolte nelle carte dorate che mio padre ci comprava, non me
ne lamentavo quanto mio fratello. Ci che odiavo di pi era resta-
re intrappolato e schiacciato, all'uscita dello stadio, tra le gambe
della folla di maschi che avanzavano a furia di spintoni; allora non
potevo respirare e vedevo tutto il mondo come una foresta di gam-
be maschili, buia e priva d'aria, e fatta solo di pantaloni stropic-
ciati e scarpe fangose. Non posso dire che amavo molto gli adul-
ti, tranne le donne belle come mia madre. Erano brutti, pelosi e
sgarbati. Erano troppo grossolani, troppo lenti e troppo pratici.
Avevano visto, tanto tempo prima, che esisteva un secondo mon-
do nascosto, ma avevano perso la capacit di meravigliarsi e di fan-
tasticare. Mi faceva piacere che mi trovassero simpatico, mi di-
cessero sempre quanto ero carino, mi sorridessero dolcemente e
mi viziassero di regali, ma mi davano fastidio i loro continui ba-
ci. Non sopportavo l'odore di sigaretta n il profumo intenso, e
la loro barba mi pungeva. Non mi piacevano i peli sulle dita e sul
collo, e quelli che spuntavano dalle orecchie e dai nasi dei maschi,
creature cattive e volgari.
Queste lamentele mi portano alla vita fuori casa, sulle strade
di Istanbul.

Capitolo quarto
La tristezza delle case signorili dei pasci, ormai abbattute:
la scoperta delle strade


Palazzo Pamuk era stato costruito, a Niantai, al confine di
un vasto terreno che un tempo era il giardino di una grande casa
signorile, dimora di un pasci. Il quartiere Niantai ha preso il
suo nome dalle tavolette di pietra che indicavano il luogo dove ca-
devano le frecce scoccate, sulle colline deserte, dai sultani rifor-
misti e sostenitori dell'occidentalizzazione, tra la fine del XVIII e
l'inizio del XIX secolo (Selim III, Mahmut II), per sport o per di-
letto, e dove venivano rotte le brocche vuote contro cui sparava-
no, a volte, con i fucili (sopra le tavolette erano incisi un paio di
versi che narravano le loro gesta). Quando i sultani ottomani ab-
bandonarono Palazzo Topkapi, sia perch attratti dall'idea di
comfort occidentale e di novit sia per fuggire alla tubercolosi, e
si sistemarono nei nuovi palazzi costruiti a Dolmabahe e a Yildiz,
i visir, i gran visir e i principi fecero costruire ville signorili di le-
gno sulla collina di Niantai. Io iniziai le elementari nella casa del
gran visir Yusuf Izzettin Pasci (il liceo Iik), e continuai i miei
studi nella casa del gran visir Halil Rifat Pasci (il liceo ili Te-
rakki). Queste due case, quando ancora studiavo e giocavo a pal-
lone nei loro giardini, hanno preso fuoco e sono andate distrutte
dalle fiamme. Il palazzo di fronte al nostro era stato costruito sul-
le rovine della casa signorile del ciambellano Faik Bey. L'unica vil-
la vecchia e solida nei dintorni era la costruzione di pietra, edifi-
cata alla fine del XIX secolo, in cui avevano abitato i gran visir; l,
quando era crollato l'impero ottomano e la capitale era stata tra-
sferita ad Ankara, erano stati ospitati i prefetti. Per la vaccina-
zione contro il vaiolo andavo nella casa signorile di un altro pasci,
che ormai veniva usata come sottoprefettura. La villa, sede degli
Affari esteri, dove alloggiavano gli ospiti occidentali dell'impero
ottomano, le case delle figlie del sultano Abdulhamit e i resti del-
le ville crollate - muri di mattoni, frammenti di vetri rotti, un
paio di gradini ormai a pezzi e un miscuglio di felci e fichi che in
me creano ancora oggi una profonda tristezza, ricordandomi i
tempi dell'infanzia - non erano ancora stati spazzati via dai nuo-
vi palazzi.
Dalle finestre posteriori del nostro alloggio in viale Tevikiye
si vedeva, al di l dei cipressi e dei tigli del giardino, la casa si-
gnorile costruita dal tunisino Hayrettin Pasci, che era stato gran
visir per un breve periodo durante la guerra ottomano-russa. Il pa-
sci, che era un circasso nato nel Caucaso dieci anni prima che
Flaubert scrivesse "Vorrei stabilirmi a Istanbul e prendermi uno
schiavo", negli anni intorno al 1830, quando era ancora un bam-
bino, fu venduto come schiavo prima a Istanbul, e poi al prefetto
della Tunisia; trascorse cos la sua giovinezza in Francia, ma creb-
be imparando la lingua e la cultura araba, e quando entr nell'e-
sercito, in Tunisia, fece carriera fino a raggiungere incarichi di al-
to livello e fu comandante, prefetto, diplomatico e consulente fi-
nanziario, vivendo sino al suo ritiro, verso i sessant'anni, a Parigi.
Qui Abdulhamit l'aveva fatto chiamare (su suggerimento dello
sceicco Zafiri, che era anche lui tunisino), e dopo avergli affidato
alcuni suoi affari l'aveva nominato gran visir. Si cont molto sul
pasci, che era uno dei primi esempi particolari, in Turchia (e nei
paesi poveri), di finanziere-amministratore a essere stato chia-
mato da una nazione occidentale per salvare il paese dai debiti,
proprio perch non era troppo ottomano, indigeno e turco - co-
me i suoi successori - e ormai aveva acquisito una mentalit oc-
cidentale, pervasa di sogni di riforma, ma poi fu criticato esatta-
mente per gli stessi motivi, cio perch non era abbastanza turco
e indigeno. Secondo certe voci, il tunisino Hayrettin Pasci, quan-
do tornava da palazzo, nella carrozza su cui saliva prendeva nota
dei suoi colloqui in arabo e poi li faceva tradurre in francese dal
suo scrivano. A causa delle dicerie messe in giro dai suoi opposi-
tori sul fatto che non conoscesse abbastanza la lingua turca, e poi-
ch alcuni temevano che il suo scopo segreto fosse fondare uno
stato arabo (Abdulhamit prestava fede anche alle denunce che gli
sembravano poco probabili), venne allontanato dal suo incarico.
Considerando inopportuno un ritorno nella sua amata Francia do-
po quella sconfitta, il pasci pass il resto della sua vita infelice-
mente, quasi da prigioniero, in inverno nella casa signorile col
giardino dove noi avremmo poi costruito il nostro palazzo, e in
estate sulla riva del Bosforo, nella sua villa di legno sul mare -
yalz - a Kurueme, a scrivere rapporti per Abdulhamit e a sten-
dere in francese i suoi ricordi. Dedic ai figli queste sue memo-
rie, pubblicate in turco solo ottant'anni dopo: sono testimonian-
ze che mettono in evidenza come il pasci avesse un forte senso
del dovere, ma non altrettanto umorismo. Vent'anni dopo, uno
dei figli fu giustiziato con l'accusa di aver partecipato all'attenta-
to contro Mahmut evket Pasci, e il sultano Abdulhamit compr
la sua casa signorile per regalarla a sua figlia adiye Sultan.
Nel nostro palazzo tuttavia non si parl mai di queste case si-
gnorili bruciate e demolite, discorsi che ci avrebbero indotti a pen-
sare a un principe pazzo, a un cortigiano oppiomane, a un figlio
chiuso a chiave in una soffitta, alla figlia tradita di un sultano, al-
la storia di un pasci mandato in esilio oppure ucciso e al disfaci-
mento, alla rovina e al crollo dell'impero ottomano. Noi eravamo
arrivati a Niantai negli anni Trenta, dopo che tutti questi pasci,
principi e burocrati ottomani di alto livello erano gi stati liqui-
dati con la fondazione della Repubblica e le loro case, simili ai pa-
lazzi dei sultani, anche se pi piccole, avevano cominciato a svuo-
tarsi, a bruciare e a crollare per l'incuria.
D'altra parte la tristezza di questa cultura che moriva insieme
all'impero era ovunque. Lo sforzo per l'occidentalizzazione mi 
parso sempre trarre origine, pi che dal desiderio di modernizza-
zione, dalla voglia di liberarsi degli oggetti carichi di tristi e dolo-
rosi ricordi rimasti fra le rovine di quel mondo, proprio come si
buttano via gli abiti, i gioielli, gli oggetti e le struggenti fotografie
di una persona amata morta all'improvviso. Poich non siamo riu-
sciti a costruire un'entit forte, solida, nuova, occidentale o loca-
le, un mondo moderno al posto dell'antico, tutto questo sforzo 
servito perlopi a dimenticare il passato: ha causato l'incendio e il
crollo delle case signorili, la semplificazione e la vaghezza della cul-
tura e la sistemazione degli interni degli alloggi come musei di una
tradizione che non ci  mai appartenuta. Ho vissuto tutta questa
stranezza e angoscia, che mi si sono insinuate dentro a poco a po-
co, durante la mia infanzia, come una forma di noia e di malinco-
nia. Il sentimento di tristezza in cui era immersa la citt, senza pos-
sibilit di liberarsene, simile a quello che provavo io ascoltando la
musica "turca" che mia nonna seguiva muovendo la punta della
pantofola, era qualcosa che mi spingeva a costruire un mondo di
sogni, se non volevo farmi cogliere da un'ansia mortale.
Il secondo sistema per vivere senza farsi prendere dalla tristezza
e dall'angoscia era andare in giro con mia madre. Poich non era
ancora consuetudine portare i bambini nei parcogiochi, nei giar-
dinetti o in posti dove si potesse stare all'aperto, i giorni in cui mi
facevano uscire avevano per me un'importanza speciale. "Doma-
ni andr fuori!", dicevo con orgoglio a mio cugino, tre anni pi
giovane di me. Scendevamo le scale a chiocciola, e dopo che il mio
abbigliamento e i miei bottoni venivano ispezionati per un'ultima
volta davanti alla finestrella della portineria io, appena fuori, mor-
moravo "Strada!" profondamente affascinato.
Sole, aria fresca, cielo luminoso. La casa era cos buia che a
volte la luce mi abbagliava, come mi succedeva in estate, quando
aprivo le tende. All'inizio mi piaceva molto camminare sui mar-
ciapiedi. Mentre mia madre mi teneva per mano, guardavo atten-
tamente le vetrine dei negozi: scambiavo i ciclamini oltre i vetri
appannati del fioraio per lupi colorati e dal muso lungo, seguivo i
fili quasi invisibili a cui erano appese le scarpe coi tacchi, e ve-
dendo nella vetrina della cartoleria lo stesso libro di scuola di mio
fratello, intuivo che anche gli altri avevano vite simili a quelle del
nostro palazzo. La scuola elementare dove andava mio fratello, e
dove avrei iniziato ad andare io l'anno dopo, sorgeva accanto alla
moschea di Tevikiye, quella in cui si svolgevano i funerali. Sic-
come mio fratello parlava con entusiasmo dell'insegnante, dicen-
do "la mia maestra, la mia maestra", pensavo che ogni studente
avesse un suo insegnante personale, come una bambinaia. E cos,
quando l'anno dopo cominciai la stessa scuola, il fatto di vedere
che a trentadue studenti spettava un solo insegnante in una clas-
se piena zeppa aveva aggiunto alla tristezza di restare lontano da
mia madre e dagli agi della casa anche la delusione di essere una
goccia in mezzo al mare. Un altro posto dove passavamo ogni tan-
to, e che sapeva di vapori proprio come il fioraio, era la lavande-
ria in cui venivano stirate e inamidate le camicie di mio padre.
Quando mia madre entrava in banca, io, senza alcuna spiegazio-
ne, mi rifiutavo di accompagnarla alla cassa, in cima a una scala di
sei gradini, perch avevo paura di scivolare e di cadere negli spa-
zi vuoti tra quegli scalini di legno. "Perch non vieni qui?", mi in-
vitava mia madre da sopra, mentre era in coda. Non davo rispo-
ste, e con l'ansia di non poter spiegare il mio problema e di esse-
re giudicato un bimbo strano, pensavo per un po' di essere un'altra
persona e iniziavo a fantasticare, dando occhiate ogni tanto a mia
madre: l c'era un palazzo reale, o il fondo di un pozzo... Se cam-
minavamo verso Osmanbey o Harbiye, il cavallo volante delle
pompe di benzina Mobil, che occupava l'intera facciata laterale di
un palazzo, si mescolava a queste fantasie. La bocca, il muso dei
cavalli, dei lupi e delle altre terribili creature mi rimanevano im-
pressi e io pensavo di precipitare in una di quelle aperture e scom-
parire. C'era una donna greca piuttosto vecchia che rammendava
le calze, e vendeva bottoni, cinture, e anche "uova di campagna",
che tirava fuori con delicatezza, quasi fossero gioielli, da un cas-
setto laccato. I pesci rossi che si dondolavano lentamente nel pic-
colo acquario del suo negozio muovevano la loro bocca minuscola
ma spaventosa per mangiare il mio dito, appoggiato sul vetro, spinti
da una determinazione e un'ingenuit che mi piacevano. Un altro
negozio lungo la strada era la piccola rivendita di tabacchi e gior-
nali gestita da Yakup e Vasil, ma era cos stretta che quasi non riu-
scivamo a entrare. C'era anche un caff che chiamavamo "nego-
zio dell'arabo" (cos come in America Latina gli arabi erano cono-
sciuti come "turchi", a Istanbul chiamavamo "arabi" una piccola
minoranza di neri), e quando l'enorme macinacaff cominciava a
rumoreggiare, scuotendosi proprio come la lavatrice di casa, mi al-
lontanavo un po' e allora vedevo che "l'arabo" mi sorrideva bo-
nario per la mia codardia. Negli anni successivi, io e mio fratello
elencavamo, pi che per nostalgia per un semplice esercizio mne-
monico, la storia quarantennale di questi negozi chiusi uno dopo
l'altro in virt delle mode e degli entusiasmi passeggeri, e sosti-
tuiti da altri negozi anch'essi ormai chiusi; per esempio uno di noi
diceva: "Il negozio di fronte alla scuola serale femminile", e l'al-
tro iniziava: "La pasticceria della signora greca, un fioraio, un ne-
gozio di borse, un orologiaio, un centro scommesse, una galleria
d'arte e libreria, e una farmacia".
Com'era nei miei progetti, quando entravo nel buio di quella
piccola caverna che era la rivendita di tabacchi, giocattoli e gior-
nali di Alaaddin, che  sempre l da cinquant'anni, chiedevo a mia
madre di comprarmi un fischietto o un paio di biglie o un libro da
colorare, oppure uno yo-yo. Appena il regalo finiva nella borsa di
mia madre, ero preso dal desiderio di tornare a casa.
"Andiamo fino al parco", diceva allora mia madre.
Improvvisamente sentivo uno strano formicolio nelle gambe,
che si diffondeva poi dappertutto: la pigrizia si impadroniva del
corpo e dell'anima. In seguito, dopo aver portato anch'io a passeg-
gio mia figlia in quelle stesse strade, e dopo aver sentito le stesse
lamentele, consultatomi con un medico ho provato a convincermi
che la stanchezza e la noia genetiche avessero a che fare con le fa-
tiche della vita e gli affanni della crescita. Quando la stanchezza e
la noia mi si insediavano dentro, tutte le strade e le vetrine che or-
mai non volevo pi guardare pian piano perdevano i loro colori, e
io iniziavo a vedere la citt come un film in bianco e nero.
"Mamma, prendimi in braccio".
"Camminiamo fino a Maka, - replicava mia madre, - al ri-
torno prenderemo il tram".
A me piaceva il tram, che percorreva le nostre strade fin dal
1914 collegando Maka e Niantai con piazza Taksim, Tunel e il
ponte di Galata, e tutti gli angoli poveri, antichi e storici della citt
che allora mi sembravano appartenere a un altro luogo. Mi piace-
va il suo gemito, che nelle notti in cui andavo a letto presto mi rag-
giungeva come una musica triste, e poi i suoi interni di legno, il
vetro color indaco della porta sprangata, tra il posto dell'autista e
i sedili dei viaggiatori, e l'autista, che mi permetteva di giocare
con le manovelle di ferro mentre aspettavo con mia madre l'inizio
della corsa. E sulla via del ritorno le strade, i palazzi, addirittura
gli alberi mi parevano in bianco e nero.

Capitolo quinto
Bianco e nero


La citt della mia infanzia era una fotografia in bianco e nero,
un mondo semibuio e grigio, almeno io me la ricordo cos, anche
perch da sempre mi hanno attratto gli interni delle abitazioni, no-
nostante sia cresciuto nell'oscurit di una deprimente casa-museo.
Le strade, i viali e i quartieri lontani mi sembravano luoghi peri-
colosi, usciti da film di gangster in bianco e nero. A Istanbul, mi 
sempre piaciuto di pi l'inverno che l'estate: ancora oggi rimango
a osservare i pomeriggi che arrivano presto, gli alberi senza foglie
che tremano nel vento, gli uomini con giacche e cappotti neri, sul-
le strade semibuie, che tornano a casa in fretta, nelle giornate di
fine autunno o inizio inverno. Anche i muri dei palazzi antichi e
delle vecchie case signorili di legno ormai crollate, che adesso han-
no preso il colore speciale di Istanbul, fatto di trascuratezza e de-
solazione, mi risvegliano dentro una dolce tristezza e un desiderio
di contemplazione. Le sfumature in bianco e nero delle persone
che tornano a casa di corsa nelle giornate invernali, quando il buio
arriva presto, mi spingono a pensare che anch'io appartengo a que-
sta citt, e condivido qualcosa con la sua gente. Mi sembra che il
buio della notte sia davvero in grado di coprire la miseria della vi-
ta, delle strade e degli oggetti, mentre respiriamo dentro le case,
nelle stanze e nei letti, impegnati con i sogni e le fantasie costrui-
te sulla ricchezza della vecchia Istanbul, avvolta nelle sue leggen-
de ora smarrite. Mi piace il buio delle fredde sere invernali, la not-
te che scende ad ammantare di poesia i quartieri periferici deser-
ti e i pallidi lampioni, anche perch ci tiene lontani dagli sguardi
degli occhi stranieri, occidentali, e copre la miseria della citt che
noi vogliamo nascondere imbarazzati.
Mi torna alla mente, ogni tanto, questa fotografia di Ara Gu-
ler, perch mostra, nelle strade deserte, l'alternanza dei palazzi
di muratura con le case di legno della mia infanzia (col tempo
queste ultime sono state demolite e i palazzi, che in un certo sen-
so mi sembravano il loro proseguimento, hanno continuato a dar-
mi la stessa sensazione, nella stessa strada, nello stesso posto), e
rispecchia molto bene il sentimento di "chiaroscuro" che per me
 tipico di Istanbul, quando la pallida luce dei lampioni non illu-
mina nulla. Ci che mi lega a questa foto, oltre alla strada lastri-
cata, il selciato, le inferriate delle finestre e le case di legno fra-
gili e vuote,  il ricordo della vita che continuava anche quando
iniziava a scendere la sera, con quelle due persone che, trascinando
le proprie ombre nel cammino verso casa, sembrano portare la not-
te nella citt.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, a ogni angolo incontravo gen-
te che girava dei film, con il furgoncino della societ cinemato-
grafica parcheggiato vicino; l accanto si vedevano due enormi lam-
pade col loro generatore, e una donna vistosamente truccata e un
attore di bell'aspetto che non riuscivano a imparare a memoria le
loro battute - il "suggeritore" doveva gridare a squarciagola per
coprire il ronzio del generatore; e poi la folla curiosa che li con-
templava, e gli operai del set che allontanavano a calci e spintoni
i bambini che passavano continuamente davanti alla cinepresa; an-
ch'io stavo l, come tutti, a osservare gli eventi. Guardando dopo
quarant'anni questi film in bianco e nero alla televisione - l'indu-
stria cinematografica turca era crollata principalmente a causa del-
l'incapacit dei suoi sceneggiatori, attori e produttori, ma anche per
lo strapotere di Hollywood -, tornavo a vedere le stesse strade, i
vecchi giardini, le rive del Bosforo, le ville e i palazzi demoliti, pro-
prio come li avevo lasciati, in bianco e nero, e la tristezza mi stor-
diva all'improvviso perch mi sembrava di assistere non a un film,
ma ai miei ricordi.
Un elemento inseparabile di questo tessuto in chiaroscuro del-
la citt  costituito dalle vie lastricate che ogni volta, riviste in
questi vecchi film, tornano a entusiasmarmi. A quindici, sedici
anni immaginavo di essere il pittore impressionista delle strade di
Istanbul e provavo allo stesso tempo piacere e sofferenza a dise-
gnare una per una le loro pietre. Prima di essere spietaramenre
asfaltate dallo zelo comunale, i tassisti si lamentavano sempre di
quelle vie lastricate, che logoravano in fretta le loro vetture - i tas-
sisti si lamentavano con i loro clienti anche dei continui scavi per
il sistema fognario, dei cavi elettrici e dei lavori stradali in gene-
re. Mi piaceva molto osservare gli operai che smontavano, una do-
po l'altra, quelle lastre di pietra, e quando terminava finalmente
uno scavo - qualche volta si incontravano i resti di un corridoio
bizantino - guardarne la ricomposizione, quasi fosse un tappeto,
affascinato da un'abilit manuale che mi pareva magica.
A rendere la citt bianca e nera erano anche le case signorili
di legno e i vecchi palazzi ormai in rovina della mia infanzia. Poi-
ch queste abitazioni, misere e trascurate, non erano dipinte e
avevano il legno annerito dal freddo e dall'umidit, sui loro mu-
ri venivano fuori un colore e un disegno speciali e io, da bambi-
no, vedendo nei quartieri periferici molte di quelle case accomu-
nate da questi toni deprimenti ma allo stesso tempo spaventosa-
mente attraenti, pensavo che quello fosse stato il primo colore di
queste costruzioni. Forse un paio di quei palazzi, dopo la loro edi-
ficazione nelle strade pi povere, non erano mai stati dipinti e
avevano conservato questo colore grigiastro, in alcuni punti qua-
si marrone, come un marchio. Ma ci che hanno scritto i viag-
giatori occidentali arrivati a Istanbul alla met del XIX secolo e
anche prima, testimonia che i colori e le limpide sfumature che
caratterizzavano specialmente i palazzi dei ricchi conferivano al-
la citt una bellezza forte, piena e variegata. Anch'io, quand'ero
bambino, talvolta immaginavo tutte queste case di legno dipin-
te, ma poi, quando sono scomparse dalla citt e dalla mia vita, il
particolare disegno del vecchio legno annerito e la sua atmosfera
mi sono tristemente mancati. Un legno che in estate si seccava
completamente e si copriva di una sfumatura marrone scura e opa-
ca come il gesso, e che sembrava potesse prender fuoco all'im-
provviso, talmente scricchiolava, nei giorni invernali, dopo che il
freddo, la neve e le piogge di quella stagione gli avevano regala-
to un odore particolare di umidit e muffa. Le strutture di legno
dei conventi dervisci, dove da anni non entrava nessuno - solo
bambini vivaci e turisti in cerca di antichit - perch le leggi del-
lo stato avevano proibito il loro culto, mi trasmettevano un sen-
so di paura misto a curiosit e attrazione, e io guardavo con un
brivido di desiderio queste costruzioni, di cui si intravedevano i
vetri rotti fra gli alberi bagnati e i muri quasi demoliti.
Mi piaceva osservare gli schizzi a matita dei viaggiatori curio-
si dell'Oriente, come Le Corbusier, perch mi ponevano di fron-
te quest'anima bianca e nera della citt, e adoravo leggere i fumetti
con storie ambientate a Istanbul e disegnate in chiaroscuro. (An-
che se Herg, il creatore di Tintin, non ha mai ambientato una sua
storia a Istanbul, il primo film su questo personaggio  stato gira-
to in questa citt. Un produttore di Istanbul, creativo quanto di-
sonesto, ha montato un film in bianco e nero intitolato Tintin a
Istanbul mettendo insieme alcune inquadrature di questa pellicola
semisconosciuta girata nel 1962 con altre, di altri film). E poi leg-
gevo le notizie degli omicidi, dei suicidi e delle rapine nei vecchi
giornali (erano tutti senza colori), come nella mia infanzia, pi che
con paura con un senso di nostalgia e tristezza per il passato.
Le strade secondarie di Tepebai, Cihangir, Galata, Fatih,
Zeyrek, e di alcuni villaggi del Bosforo e di _skudar, sono luoghi
dove si aggira ancora oggi l'anima bianca e nera che ho tentato qui
di descrivere. Le mattine piene di nebbia e foschia, le notti piovo-
se e ventilate, gli stormi di gabbiani che trovano riparo nelle cu-
pole delle moschee, l'inquinamento, i comignoli che escono dalle
case come bocche di cannoni a soffiare un fumo sporco, i cassonetti
arrugginiti, i parchi rimasti vuoti e trascurati nell'inverno e la
fretta delle persone che d'inverno tornano a casa la sera nella ne-
ve e nel fango, tutto questo richiama quel sentimento di chiaro-
scuro nascosto dentro di me, come una felicit velata dalla tri-
stezza; le fontane senz'acqua da secoli, i minuscoli negozi spun-
tati intorno alle moschee dei quartieri di periferia, o intorno alle
grandi moschee del centro, la folla di alunni delle scuole elemen-
tari che con i loro grembiuli neri e i colletti bianchi invadono
improvvisamente le strade, i vecchi e stanchi camion carichi di
carbone, le piccole drogherie ormai buie perch lasciate al degra-
do, i caff dei piccoli quartieri, pieni di disoccupati tristi, i mar-
ciapiedi scoscesi, tortuosi e sporchi, i cipressi che non mi paiono
pi verde scuro ma neri, i vecchi cimiteri sparsi sulle colline, le
mura cittadine in rovina che ora sembrano ripide strade lastrica-
te, gli ingressi dei cinema che, in qualche modo, si somigliano tut-
ti un po', le pasticcerie dove si mangiano dolci e budini, le per-
sone che vendono giornali per la strada, le vie dove di notte gira-
no gli ubriachi, i tenui lampioni, i battelli che vanno su e gi nel
Bosforo a scaricare i loro fumi, i panorami della citt sotto la neve:
tutte queste scene mi sembrano i segni della stessa anima bianca
e nera.
La neve era una parte essenziale dell'Istanbul della mia in-
fanzia. Come alcuni bambini che non vedono l'ora che arrivi l'e-
state per poter viaggiare, anch'io non vedevo l'ora che nevicasse.
Non per andare in strada a giocare con la neve, ma perch la citt
mi pareva pi "bella", ammantata di bianco; e non per la novit
o la sorpresa che portava coprendo il fango, la sporcizia, le crepe
e gli angoli dimenticati della citt, ma per l'atmosfera di emer-
genza, anzi di calamit che creava. Nonostante nevicasse tre o
quattro giorni ogni anno e la citt rimanesse imbiancata una set-
timana o poco pi, la neve coglieva sempre di sorpresa gli abitan-
ti di Istanbul, che si trovavano impreparati quasi fosse la prima
volta; come avveniva in tempi di guerra o di catastrofi, si forma-
vano subito code davanti alle panetterie e, fatto ancor pi impor-
tante, tutta la citt si trovava riunita intorno allo stesso argomen-
to, la neve, in uno sforzo di condivisione. E siccome la citt e i
suoi abitanti, staccandosi completamente dal resto del mondo, si
chiudevano in se stessi, Istanbul, nei giorni invernali di neve, mi
pareva pi deserta, pi vicina ai suoi vecchi giorni di favola.
Un'altra delle meraviglie meteorologiche di questo tipo, che io
ricordo dalla mia infanzia e che un la comunit, fu l'arrivo di bloc-
chi di ghiaccio dal Danubio al Mar Nero, blocchi che scendendo
da nord erano entrati nel Bosforo. C'era gente che raccontava an-
cora, a distanza di anni, questo fenomeno, che aveva spaventato
e meravigliato l'intera Istanbul (una citt, tutto sommato, medi-
terranea) e allo stesso tempo, essendo un ricordo indimenticabile,
l'aveva rallegrata.
Una parte di questo sentimento in chiaroscuro riguarda, natu-
ralmente, la miseria e la storia della citt, un luogo ormai al tra-
monto dimesso e desolato, pieno solo di rovine. Un'altra parte
invece riguarda la semplicit dell'architettura ottomana, modesta
anche nei periodi pi splendidi e pi solenni. Il fatto che gli abi-
tanti di Istanbul, dopo il crollo di un grande impero, fossero con-
dannati a una miseria eterna, quasi avessero una malattia incura-
bile, al cospetto di un'Europa che pure non  lontana geografica-
mente, alimenta quest'anima malinconica della citt.
Per comprendere meglio l'atmosfera bianca e nera di Istanbul
che accentua questo senso di tristezza e lo rende inesorabile, qua-
si fosse un destino comune a tutti gli abitanti,  necessario atter-
rare qui da una ricca citt occidentale e mettersi a girare subito
per le strade affollate, oppure andare sul ponte di Galata, che  il
cuore di Istanbul, e vedere la folla di persone che vagano qua e l
con gli abiti sempre di un colore anonimo, pallidi, grigi, ombro-
si. Gli abitanti dei miei tempi, che raramente si vestono di tinte
luminose, rosso, arancione, verde, al contrario dei loro antenati
ricchi e orgogliosi, al viaggiatore arrivato da fuori possono sem-
brare all'inizio particolarmente attenti a non destare la curiosit
altrui per qualche motivo speciale, tenuto segreto. Certamente non
esiste nulla di tutto ci, ma solo un sentimento di tristezza inten-
so, che impone un certo decoro. Il senso di sconfitta e smarrimen-
to che negli ultimi centocinquant'anni  sceso lentamente sulla citt
mostra ovunque, dai panorami in chiaroscuro ai vestiti dei suoi abi-
tanti, i segni della miseria e della rovina. I branchi di cani nelle
strade su cui scrissero, con lo stesso entusiasmo, tutti i viaggiatori
occidentali che vennero in citt nel XIX secolo, da Lamartine a Ner-
val a Mark Twain, alimentano in me questo sentimento di bianco
e nero, e lo caricano di tensione. Questi cani tutti uguali, senza un
colore troppo marcato ma grigi, anonimi oppure riuniti in una ma-
tassa di colori confusi, che girano in citt ancora liberi e forti, ci
ricordano che, nonostante i tentativi di occidentalizzazione e mo-
dernizzazione, i colpi di stato, la disciplina scolastica e le campa-
gne di riforme, nei pi profondi meandri di Istanbul circolano an-
cora, come mine vaganti, pi che l'autorit del potere, vanit, in-
differenza e sentimenti di nostalgia.
Un altro aspetto che rende ancor pi solido questo senso di
bianco e nero  il fatto che i colori vittoriosi e felici del passato del-
la citt non sono stati fissati dagli occhi di persone vissute qui, n
dipinti dalle loro mani. Non esiste un'arte pittorica ottomana che
possa facilmente suggestionare il nostro gusto contemporaneo; non
esiste oggigiorno neanche uno scritto, un'opera che possa abitua-
re il nostro sentire alla pittura ottomana, o alla pittura classica ira-
niana da cui deriva. I miniaturisti ottomani, che si ispirarono sen-
za alcun entusiasmo all'arte iraniana, considerarono Istanbul (pro-
prio come i poeti dell'antica letteratura Divan, che lodarono e
amarono Istanbul non in quanto luogo reale bens come parola) una
superficie e una mappa, e non un volume o un panorama (l'esem-
pio pi calzante  Matraki Nasuh). E nei surname la loro atten-
zione era rivolta agli schiavi, ai sudditi del sultano e alla sua ma-
gnificenza: anche l la citt era tratteggiata non come un posto di
vita quotidiana, ma come uno scenario di parate, o un ricco pal-
coscenico visto attraverso la lente di un'apposita cinepresa.
Cos, quando c' stato bisogno di panorami della vecchia Istan-
bul per giornali, riviste e volumi di fotografie, o per le cartoline il-
lustrate, sono state utilizzate le incisioni dei viaggiatori e dei pit-
tori occidentali, in bianco e nero. Come spiegher pi avanti, quan-
do parler di Melling, i periodi pi felici della citt sono stati dipinti
con modesti colori da guazzo, ma gli abitanti di Istanbul non han-
no avuto il piacere di ammirarne i fasti raffigurati con quelle tinte
e hanno sempre vissuto la loro citt attraverso un sentimento di
chiaroscuro accettato come un destino implacabile. Questa imma-
gine corrispondeva alla loro tristezza.
Durante la mia infanzia, le notti erano belle perch coprivano
e rendevano poetica - proprio come la neve - l'atmosfera confu-
sa e stanca in cui la citt sprofondava. Dato che allora erano po-
chi i palazzi alti, la notte di Istanbul si insinuava nelle case, tra gli
alberi e i rami, nei cinema all'aperto, sui balconi e nelle finestre
rimaste aperte, con una delicatezza sinuosa, adatta alle salite e al-
le colline della citt. Amo in particolare un'incisione fatta nel 1839
per un libro di viaggi di Thomas Allom, perch mostra il buio co-
me un elemento fiabesco e magico. Mi piace il plenilunio, che sal-
va il mondo dall'oscurit, la cosiddetta "cultura del chiaro di luna"
condivisa da tutta Istanbul, e ancora di pi la mezzaluna, perch
mostra la forza misteriosa della notte come una fonte di malvagit,
oppure la luce della luna sfumata dalle nuvole, quale si vede in que-
sto disegno, simile alla lampada che si abbassa quando si sta per
compiere un omicidio.
La notte, ammantando la citt di un'atmosfera fantastica e fia-
besca, e avvolgendola di crudelt e mistero, rafforza l'anima bian-
ca e nera di Istanbul. Gli sguardi dei viaggiatori occidentali, che
vedono la notte come uno scrigno di segreti impenetrabili, sem-
pre pronta a nascondere la stranezza inaccessibile della citt e a
favorire con il suo buio nuove nefandezze, e quelli degli abitanti
di Istanbul, che non capiscono gli intrighi e i complotti consuma-
ti nelle corti dei sultani, si somigliano tra loro. La storia della don-
na dell'harem ammazzata nel palazzo reale, e del suo assassino,
entrambi fatti uscire da una porta che d sul Corno d'Oro e get-
tati a mare, viene ancora raccontata sia dai viaggiatori sia dagli
abitanti di Istanbul.
L'omicidio di Salacak, commesso nell'estate del 1958, prima
che imparassi a leggere e a scrivere, in un groviglio di elementi a
me familiari come la notte, la barca e le acque del Bosforo, non so-
lo ha arricchito nella mia mente l'immagine in bianco e nero del-
le acque, ma ha assunto dentro di me, in ogni momento, i contor-
ni di una fantasia spaventosa. Il giovane protagonista di questa vi-
cenda, di cui io avevo saputo inizialmente dai discorsi fatti in casa
ma che era stata resa leggendaria, a furia di ripeterla, dai giornali,
era un pescatore povero e ubriaco. Per colpa del "Mostro di Sala-
cak", che per violentare una donna salita sulla sua barca aveva get-
tato fra le onde i due figli e un loro amico che erano poi annegati,
non solo ci era stato negato di andare con i pescatori a buttare le
reti, quando eravamo nella nostra residenza estiva di Heybeliada,
ma per un certo periodo ci avevano pure proibito di girare da soli
in giardino. Sono passati anni, ma quando leggo di omicidi sul gior-
nale (una consuetudine ormai) mi attraversano la mente, come una
sequenza in bianco e nero, la disperazione dei bambini nel loro
sforzo di restare aggrappati al bordo della barca, le urla della ma-
dre, e il remo del pescatore che si abbatte sulle loro teste.

Capitolo sesto
La scoperta del Bosforo


Dopo l'omicidio di Salacak, io e mio fratello non siamo mai
pi andati in barca nel Bosforo con nostra madre. Invece, l'in-
verno prima, poich una forte tosse ci aveva colpiti entrambi
per un certo periodo ogni giorno avevamo fatto gite in barca sul-
lo stretto. Il primo ad aver avuto quella tosse fu mio fratello, e
dopo dieci giorni fu il mio turno. La malattia aveva anche un la-
to positivo: mia madre mi trattava molto bene, regalandomi quel-
le parole dolci che mi piacevano tanto, e mi comprava i piccoli
giocattoli che da tempo desideravo. Il dolore che provavo non
nasceva dalla malattia, ma dall'impossibilit di partecipare ai
pranzi e alle cene con tutti i parenti, nel nostro appartamento o
al piano superiore: non potevo mettermi ad ascoltare da lontano
i discorsi fatti intorno alla tavola, il rumore delle posate e dei
piatti e le risate.
Il pediatra Alber che ci incuteva un certo timore a partire dai
suoi baffi fino alla sua borsa, dopo che noi due avevamo passato
le prime notti con la febbre, aveva detto che dovevamo essere
portati ogni giorno, per un certo periodo, sul Bosforo a prendere
aria. Il vero significato della parola "Bosforo" in turco, gola, e l'e-
sigenza di "prendere aria", si sono confusi nella mia testa. Forse
per questo motivo non mi ero affatto stupito quando avevo sapu-
to che Tarabya non era, come adesso, un luogo di svaghi, famoso
per i suoi ristoranti tipici e il suo albergo, ma un tranquillo villag-
gio greco di pescatori conosciuto sotto il nome di Therapia, dove
il famoso poeta Kavafis aveva trascorso la sua infanzia, cent'anni
fa. Vedere il Bosforo mi fa sempre bene, forse perch si mescola
all'idea di terapia che ho in mente.
Nonostante la sconfitta, il declino, l'oppressione, la tristezza e
la miseria che guastavano a poco a poco la citt, il Bosforo, nella
mia testa,  legato profondamente a sentimenti come l'attacca-
mento alla vita, l'entusiasmo e la felicit. Lo spirito e la forza di
Istanbul vengono dal Bosforo. Invece la citt all'inizio non gli ave-
va dato molta importanza, vedendolo sempre come una via d'ac-
qua, un bel panorama, e negli ultimi duecento anni come un luo-
go per palazzi reali estivi o yalz.
A partire dal XVIII secolo, quando l'lite ottomana cominci ad
andare in villeggiatura sullo stretto, un posto dove vivevano soltan-
to alcuni pescatori greci con le loro famiglie, soprattutto intorno a
Gksu, Kuuksu, Bebek, Kandilli, Rumelihisan e Kanhca, si 
sviluppata una cultura specifica di Istanbul e della civilt ottoma-
na, chiusa al mondo esterno. Le ville di legno costruite successi-
vamente dai pasci, dall'lite ottomana e dai ricchi, nel Ventesimo secolo,
con l'entusiasmo della Repubblica e le esaltazioni del nazionalismo
turco, costituirono un modello per l'identit e l'architettura turco-
ottomana.
Sedad Hakki Eldem ha inserito, nel suo libro intitolato Ricor-
di del Bosforo, le vecchie fotografie, le incisioni fatte dai pittori co-
me Melling e i progetti di queste costruzioni "moderne" dalle fi-
nestre alte e strette, i cornicioni larghi, i sottili camini e i bovindi,
ma ormai sono soltanto ombre dimenticaate di questa cultura crol-
lata e sparita.
L'autobus della linea Taksim-Emirgan, negli anni Cinquanta
passava anche da Niantai. Per andare sul Bosforo, con mia ma-
dre lo si prendeva alla fermata davanti a casa nostra. Se andavamo
con il tram, scendevamo invece a Bebek, e dopo aver camminato
a lungo sulla riva, salivamo sulla barca che ci aspettava sempre al-
lo stesso punto. Mi piaceva molto girare, nella baia di Bebek, con
la barca tra le altre imbarcazioni a vela, battelli, zattere ricoperte
di cozze e il faro, e andare al largo a sentire la forza della corrente
del Bosforo, e il dondolio della nostra barca fra le onde create dal
transito delle navi: io volevo che queste gite non finissero mai.
Il piacere di andare su e gi per lo stretto consiste nel sentire
dentro la libert e la forza di un mare profondo, sicuro e dinami-
co, mentre ci si sposta dentro una citt grande, antica e trascura-
ta. Il viaggiatore che avanza velocemente nelle acque del Bosfo-
ro, attraversate da forti correnti, intuisce che la potenza del ma-
re riesce a farsi largo in mezzo alla sporcizia, al fumo e al frastuono
di una citt molto affollata, e gli sembra ancora possibile essere li-
bero e indipendente fra tutte quelle persone, quelle costruzioni e
quella storia. Questo lembo d'acqua che gira dentro la citt non
pu essere messo a confronto con i canali di Amsterdam o Vene-
zia, n con i fiumi che dividono in due Parigi o Roma: il Bosforo
ha correnti marine,  ventilato, agitato, profondo e buio. Se avete
la corrente dietro di voi, se vi fate trascinare lateralmente come
un granchio, verso i battelli, Istanbul vi passa piano piano davanti,
e allora  otete vedere le signore anziane che bevono il t sui bal-
coni e g ardano verso di voi, gli edifici, le case di legno sul mare,
il molo l vicino e il caff col pergolato, i bambini che si tuffano in
mutande nel mare dove arrivano gli scarichi delle fogne e poi si
sdraiano sull'asfalto per riscaldarsi, e coloro che pescano sulla ri-
va e quelli distesi nei loro yacht, gli studenti che poco pi in l
camminano con le loro borse in mano, i viaggiatori negli autobus
che, col traffico paralizzato, guardano dai finestrini il mare, i gat-
ti sul	ontile che aspettano i pescatori, i platani, che in quel mo-
ment  scoprite che sono altissimi, e le case signorili con giardini,
le salite e le colline dietro che  impossibile vedere dalla riva, ma
si notano solo dal mare, e tutta la citt con i suoi palazzi alti e lon-
tani, e la sua confusione, le moschee, i quartieri distanti, i ponti,
i minareti, le torri, i giardini, gli enormi edifici sempre in costru-
zione. Girare nel Bosforo con battelli, motoscafi e barche, come
facevo io quand'ero bambino, d la soddisfazione di spiare Istan-
bul sia da vicino, casa per casa, quartiere per quartiere, sia da lon-
tano, come una silhouette che cambia continuamente.
Anche durante la mia infanzia, quando andavamo tutti insie-
me sul Bosforo con la macchina, uno dei miei piaceri era vedere le
testimonianze di un periodo molto ricco in cui la civilt e la cul-
tura ottomane, pur sotto l'influenza occidentale, tuttavia non per-
sero mai la loro libert e forza.
Intuivo le impronte di quella tradizione ormai finita e sepolta
nel passato dalla solenne porta di ferro senza tinta di una grande
casa di legno sul mare, dalla solidit dei muri spessi e alti ma or-
mai coperti di muschio di un'altra, dalle persiane di legno e dalle
particolari rifiniture di una terza non incendiata, oppure dai giar-
dini che si estendevano fino alla fine delle colline dietro ad alcu-
ne ville, scuri e coperti di siliquastri, pini del Bosforo e platani se-
colari, e sentivo che una volta, qui, alcune persone simili a noi con-
ducevano una vita completamente differente, ma ormai questi
tempi facevano parte del passato e noi eravamo diversi, pi pove-
ri pi tristi, pi oppressi e provinciali di loro.
Mentre il vecchio centro di Istanbul, la penisola storica, veni-
va evidentemente colpito e umiliato, a partire dalla met del XIX
secolo, dai grandi palazzi della burocrazia ottomana moderna - si
era ormai sotto l'influsso della miseria, del degrado, della sconfit-
ta della crescita demografica, delle guerre perse una dopo l'altra
e dell'occidentalizzazione gli stessi burocrati i ricchi e i pasci
crearono una cultura chiusa e assolutamente impermeabile intorno
alle loro ville di legno costruite sulle rive dello stretto, dove fug-
givano d'estate. Le nostre informazioni su questi luoghi e sulla lo-
ro cultura impenetrabile si basano soltanto sui memoriali della se-
conda e terza generazione, intrisi di nostalgia, perch invece gli
ottomani non scrissero nulla. Inoltre, una volta queste zone non
facevano parte di Istanbul, ed erano irraggiungibili via terra: ci si
pot arrivare via mare soltanto dalla met del XIX secolo; tuttavia
rimasero sempre luoghi in cui agli estranei era proibito girare li-
beramente.
La pi brillante di queste opere  quella di Abdulhak inasi Hi-
sar (1887-1963), che introdusse la sensibilit di Proust e le sue lun-
ghe frasi, da lui adorate, in questo mondo che lui chiamava "Civilt
del Bosforo". Hisar, che trascorse l'infanzia in una yalz a Rume-
lihisari e studi Scienze politiche a Parigi, e insieme al suo amico-
poeta Yahya Kemal (1884-1958) impar a conoscere gli scrittori
francesi della sua giovinezza, aveva sentito il bisogno, nei suoi libri
intitolati Chiari di luna del Bosforo e Le case di legno del Bosforo, di
"tessere e ricamare, con tutta la sua attenzione e cura, come un
miniaturista dei tempi antichi, per far vivere ancora per un po'"
questa cultura e questo mondo particolari ormai scomparsi.
Mi piace ogni tanto andare a rivedere il capitolo "Il momento
del silenzio" nei Chiari di luna del Bosforo, dove lo scrittore narra
i rituali che accompagnavano le sue avventure in barca nelle sere
al chiaro di luna, sullo stretto, ad ascoltare la musica che proveni-
va da un'imbarcazione lontana e a contemplare la luce della luna
e i suoi giochi d'argento sulle acque, per un intero giorno e una
lunga notte, i silenzi, gli amori, le abitudini e tutte le cerimonie su
cui lo scrittore si sofferma, e mi viene da rattristarmi perch non
ho vissuto in questo mondo scomparso; penso per anche che la
nostalgia di quel passato porti lo scrittore a non vedere ci che 
diabolico e crudele, un universo ricco di odio, vizi umani, rabbia
e violenza: Hisar afferma che nelle notti al chiaro di luna, quando
la musica finiva e iniziava il silenzio dell'oscurit, "le acque, sen-
za che ci fosse il vento, qualche volta sembravano ondeggiare con
un brivido leggero".
E nelle gite in barca che facevamo con nostra madre, i colori
che arrivavano dalle colline del Bosforo non mi parevano il rifles-
so di una luce esterna. Mi sembrava invece che una luce legger-
mente sfumata provenisse dai tetti, dai platani e dai siliquastri,
dalle ali dei gabbiani che all'improvviso ci sfrecciavano davanti, e
dai muri demoliti delle rimesse di barche. Anche nel giorno esti-
vo pi caldo in cui i bambini pi poveri si buttano dalla riva, il so-
le, nel Bosforo, non domina mai il clima e il panorama. E nei po-
meriggi estivi amo contemplare, in uno sforzo di partecipazione,
quella luce straordinaria che unisce il rosso del cielo al buio mi-
sterioso dello stretto. Mi piace anche vedere l'acqua che, in un
punto, scorre furiosamente, in un ribollire di schiuma e invece due
passi pi in l, in un altro angolo, oscilla lentamente come nella pi-
scina delle ninfe di Monet, e cambia colore.
A met degli anni Sessanta quando facevo le superiori al Ro-
bert College, la mattina presto andavo con l'autobus da Beikta
a Sariyer, e mentre stavo in piedi in mezzo a tutta quella gente,
mi perdevo a contemplare il sorgere del sole dall'altra parte della
riva, dietro le colline dell'Asia, e l'illuminarsi delle acque del Bo-
sforo, che poco prima si muovevano come un mare buio e miste-
rioso. Nelle nebbiose notti primaverili, in cui in citt non si muo-
ve neanche una foglia, oppure in un'ora tarda delle silenziose not-
ti estive scure e senza vento, un uomo triste che cammina da solo
ascoltando soltanto il rumore dei propri passi, quando arriva d'un
tratto al promontorio di Akinttburnu dove la corrente  molto for-
te, oppure il faro davanti al cimitero di Aiyan, e sente con un bri-
vido l'urlo del mare che rimbomba all'improvviso nel silenzio, con
tutto il suo impeto - e tremando si accorge delle schiume candide
che brillano a una luce che non si sa da dove arrivi -, a quel pun-
to deve ammettere stupito, come una volta il sottoscritto e come
Hisar, che il Bosforo ha un'anima tutta sua.
Parlo del colore dei cipressi, dei boschi bui nelle valli, delle abi-
tazioni di legno trascurate, sgombrate e abbandonate, delle barche
arrugginite e malmesse, della poesia delle navi e delle ville dello
stretto che soltanto chi ha passato la vita su queste rive pu capi-
re; parlo del sapore della vita tra le rovine di una civilt una volta
grande, maestosa e originale, della voglia di un bambino, che non
bada affatto alla storia e alle epoche, di essere felice, di divertirsi,
di comprendere questo mondo, e delle indecisioni e dei dolori di
uno scrittore ormai cinquantenne, dei desideri che lui chiama vi-
ta e delle sue esperienze. Ogni volta che mi soffermo sulla bel-
lezza e la poesia del Bosforo, di Istanbul e delle strade buie, una
voce dentro di me mi invita ad amplificare le virt della citt in
cui vivo, proprio per nascondere a me stesso le lacune della mia
esistenza, come gli scrittori delle generazioni precedenti. Se la citt
ci sembra bella e magica, anche la nostra vita dev'essere tale. Mol-
ti scrittori che prima di me hanno parlato di Istanbul, ogni volta
che raccontano di avere le vertigini di fronte alla bellezza della
citt, da una parte mi colpiscono per l'atmosfera magica delle loro
storie e della loro lingua, per dall'altra mi spingono a ricordare
che non vivono pi nella grande citt che descrivono, ma hanno
preferito gli agi moderni di un'Istanbul ormai occidentalizzata. Ho
imparato da loro che il prezzo di un elogio troppo plateale e lirico
 non vivere pi in quella citt, oppure guardare da fuori ci che
si trova "bello". Lo scrittore che per questo avverte nell'anima i
sensi di colpa, quando tratta della rovina e della tristezza della
citt deve parlare della luce misteriosa che esse riflettono sulla
sua vita, e allorch si fa prendere dalle bellezze di Istanbul e del
Bosforo deve ricordare la miseria della sua vita, e che lui non 
per nulla degno dell'atmosfera gloriosa e felice della citt, ormai
sepolta nel passato.
Quando la gita in barca insieme a nostra madre finiva - a vol-
te eravamo trascinati via dalla corrente, altre volte eravamo sbal-
lottati dalle onde di una nave di passaggio -, il barcaiolo ci lascia-
va ad Aiyan, prima del promontorio di Rumelihisari, dove la cor-
rente arrivava a sfiorare la riva; mia madre allora ci accompagnava
a piedi fino al promontorio, il punto pi stretto del Bosforo, e l
io e mio fratello ci mettevamo a giocare con i cannoni rimasti dal
tempo del Conquistatore, Mehmet II, sistemati nel cortile ester-
no della fortezza di Rumelihisan come ornamento, e intuivamo
dai frammenti di vetri rotti, dalla sporcizia, dai pezzi di lamiera
e dai mozziconi dentro questi enormi cilindri, dove i senzatetto
passavano la notte, che l'eredit storica di Istanbul e del Bosforo
adesso era un'entit buia, misteriosa e incomprensibile per la mag-
gior parte di coloro che ci vivevano.
Quando arrivavamo al molo di Rumelihisan, met strada la-
stricata, met marciapiede, mia madre, indicando un posto occu-
pato da un piccolo caff, subito dall'altra parte, ci diceva: "Una
volta l c'era una villa di legno. Quando ero bambina, vostro non-
no ci portava qui in estate". La prima storia, che non ho mai di-
menticato, su questa casa estiva che ogni volta immaginavo spa-
ventosa, vecchia e in rovina come un rudere da demolire e bru-
ciare, era che la proprietaria di casa, figlia di un pasci, allora - si
era alla met degli anni Trenta - era stata uccisa dai ladri in un
modo misterioso, nella sua dimora al pianterreno. Quando mia ma-
dre, mentre ci indicava i segni della rimessa di barche della villa
scomparsa, si accorgeva della mia grande passione per il lato oscu-
ro di questa storia, passava a un'altra vicenda, e raccontava, tra
sorrisi e rimpianti, come nostro nonno avesse buttato dalla fine-
stra, in un momento d'ira, la pentola col cibo cucinato da mia non-
na: l'aveva gettata in quelle profonde acque piene di correnti ma-
rine solo perch non gli era piaciuto quello che conteneva.
Un nostro lontano parente, da cui mia madre si recava quando
era in collera con mio padre, aveva a Istinye una villa di legno che
dava sull'arsenale; mi ricordo che anche quel posto si  poi trasfor-
mato in un cumulo di macerie. Durante la mia infanzia, per i nuovi
ricchi del periodo, e per i borghesi di Istanbul che cominciavano
pian piano a far soldi, le ville di legno del Bosforo non erano as-
solutamente una meta ambita. Quelle abitazioni non erano nean-
che protette dal vento e dal freddo invernale, e riscaldarle era co-
stoso e complicato. I nuovi ricchi del periodo della Repubblica,
non essendo ancora potenti come i pasci ottomani, e sentendosi
pi occidentali per il fatto di abitare nei quartieri intorno a Tak-
sim, negli appartamenti dei palazzi che si affacciavano sul Bosfo-
ro, non comprarono quelle vecchie ville dalle famiglie ottomane
ormai decadute, dai figli ridotti in povert dei pasci o dai paren-
t di personaggi come Hisar. Cos, fino agli anni Settanta, perio-
do in cui la citt si ingrand velocemente, la maggior parte delle
grandi case signorili e delle piccole ville di legno del Bosforo scom-
parve con dentro i pazzi della corte imperiale, e i nipoti dei pasci
che si contendevano le fortune degli avi. Alcune vennero date in
affitto divise in piani oppure in stanze, altre invece sparirono du-
rante la mia infanzia, marce di trascuratezza, con il legno anneri-
to per il freddo e l'umidit, e a cui si dava fuoco con la segreta spe-
ranza di costruire nuovi palazzi al loro posto.
Alla fine degli anni Cinquanta, andare a passeggio sul Bosforo
per prendere aria, con la Dodge 1952 guidata da mio padre o da
mio zio, era l'abitudine irrinunciabile delle domeniche mattina.
Noi, anche se ci rattristavamo un po' per la scomparsa di questa
cultura, essendo i nuovi ricchi della Repubblica, appartenevamo
con orgoglio alla "Civilt del Bosforo" e ci consideravamo i de-
positari di una grande tradizione: da questo traevamo il nostro
conforto. Ogni volta che andavamo sul Bosfor0, si passava da
Emirgan e si mangiava kagit belvast, una specie di cialda, al caff
maralti, poi si passeggiava a piedi, lungo la costa, a Bebek o a
Emirgan, si contemplavano le navi in transito sullo stretto e infi-
ne, sulla strada del ritorno, mia madre si fermava a comprare un
vaso da fiori oppure due enormi pesci azzurri.
Mi ricordo che, crescendo, iniziai a provare fastidio e noia per
queste gite di famiglia - padre, madre e noi due figli maschi. I pic-
coli screzi famigliari, i giochi che ogni volta si trasformavano in ri-
valit intense e in litigi con mio fratello, le mestizie di un "nucleo
famigliare" che cercava un nuovo respiro fuori dal palazzo, infi-
landosi in una macchina, avvelenavano il richiamo del Bosforo, ma
io comunque andavo sempre a fare queste gite domenicali. Negli
anni successivi, vedere altre famiglie infelici, divise e rumorose in
altre vetture, sulle strade del Bosforo, per una gita domenicale
uguale alle nostre, non mi spingeva soltanto a ritenere che la mia
vita non era poi cos speciale, ma portava anche a intuire che lo
stretto era forse l'unica fonte di felicit per le famiglie di Istanbul.
Quando ci che rendeva il Bosforo della mia infanzia un luo-
go speciale lentamente scomparve, proprio come le ville di legno
bruciate una dopo l'altra, ritornare in quei luoghi inizi a darmi,
allo stesso tempo, anche il piacere del ricordo. Ormai pure io amo
parlare dei recinti da pesca scomparsi, e di come li raccontava mio
padre, per il quale erano una sorta di trappola per pesci fatta di re-
ti; amo parlare delle barche che vendevano frutta girando di villa
in villa, delle spiagge del Bosforo dove andavo con mia madre, del
piacere di nuotare nelle sue acque, dei suoi moli, chiusi e abbando-
nati uno dopo l'altro e poi trasformati in ristoranti di lusso, dei pe-
scatori che ritiravano le loro barche accanto a questi moli, e del-
l'impossibilit di fare una piccola gita con loro. Ma per me ci che
fa del Bosforo il Bosforo, in tutti questi anni non  mai cambiato:
per me lo stretto  una fonte di speranza e ottimismo senza fine, che
tiene in piedi la vita della citt e d salute e ristoro agli uomini.
"La vita non pu essere cos brutta, - penso a volte. - Comun-
que, uno alla fine pu sempre farsi una passeggiata sul Bosforo".

Capitolo settimo

I panorami del Bosforo di Melling


Fra tutti i pittori occidentali che hanno dipinto i panorami del
Bosforo, colui che me li fa apprezzare con pi gusto e mi sembra
pi convincente  senz'altro Melling. Mio zio, l'editore e poeta
evket Rado, aveva pubblicato una copia del libro, un tascabile,
del pittore, datato 1819 e dal titolo Voyage pittoresque de Constan-
tinople et des rives du Bospbore - poesia pura per me -, e ce l'aveva
regalato proprio nei giorni in cui la passione per la pittura mi bru-
ciava dentro. Questi disegni, che osservai attentamente e a lungo,
mi danno l'impressione che la Istanbul ottomana del passato fosse
proprio cos. Questa dolce illusione mi si risveglia nel petto non tan-
to quando osservo i disegni a guazzo, ricchi di dettagli, che Melling
ha ricamato finemente con la minuziosit di un architetto e di un
matematico, ma soprattutto quando guardo le linee bianche e nere
delle incisioni di questi disegni, opera della sua mano esperta. Nei
momenti in cui voglio convincermi che almeno il passato era straor-
dinario - il fatto di essere troppo aperto alla forza della letteratu-
ra e dell'arte occidentali talvolta pu spingere un uomo a un simi-
le sciovinismo per Istanbul -, guardare le incisioni di Melling  per
me un sollievo. Ma a questo sollievo si accompagna tristemente la
consapevolezza che la maggior parte di queste bellezze e di queste
costruzioni  ormai scomparsa. D'altro canto, la mia parte razio-
nale, nei momenti di estremo entusiasmo, mi ricorda che ci che
rende unici i disegni di Melling  proprio questo senso di scom-
parsa. Forse guardo quei dipinti anche per rattristarmi un po'.
Antoine-Ignace Melling era un vero europeo, un tedesco con
ascendenti italiani e francesi. Dopo aver imparato la tecnica scul-
torea accanto a suo padre, artista alla corte di Federico a Karlsruhe,
and a Strasburgo, da suo zio, a studiare pittura, architettura e
matematica. Deve essere venuto a Istanbul quando aveva dician-
nove anni circa, spinto da quel romanticismo orientale che a quei
tempi cominciava pian piano a diffondersi. Probabilmente il gior-
no in cui arriv non immaginava affatto di fermarsi diciotto anni.
Melling, all'inizio, si mise a dare lezioni nelle ambasciate, che co-
s si conformarono a uno stile di vita cosmopolita, da alta societ,
intorno alle vigne di Pera, dove sarebbe sorta la Beyoglu di oggi.
Quando la sorella di Selim III, Hatice Sultan, visit il giardino
della yalz che il vecchio ambasciatore danese, Baron de Hubsch,
aveva fatto costruire a Buyulcdere, volle anche lei realizzare un
giardino simile, e cos le fu consigliato il giovane Melling. Costui,
seguendo le indicazioni della sorella del sultano, prima progett
un giardino di stile occidentale a forma di labirinto, con rose, aca-
cie e lill, poi edific una piccola villa accanto al palazzo di Hati-
ce Sultan sul promontorio di Defterdarburnu (oggi tra Ortaky e
Kurueme). Lo scrittore Ahmet Hamdi Tanpmar (1901-62) ha af-
fermato che questa costruzione a colonne, di stile europeo neoclas-
sico, cos come la conosciamo dai quadri di Melling,  in armonia
con l'identit del Bosforo, anzi  una fonte d'ispirazione per il co-
siddetto "gusto misto". Melling lavor anche a Palazzo Beikta,
dove Selim III andava in villeggiatura: realizz modifiche e siste-
mazioni interne s neoclassiche, ma comunque sempre rispettose
dell'atmosfera del Bosforo. Allo stesso tempo lavorava, in qualit
di consulente artistico di Hatice Sultan, come "decoratore di in-
terni" (almeno oggi lo definiremmo cos). Per lei comprava vasi
da fiori, controllava i ricami di perle sui tovaglioli, e la domenica
faceva visitare la villa alle mogli degli ambasciatori, oppure pre-
parava zanzariere.
Tutto questo lo sappiamo dalle lettere che i due si scrivevano,
conservate oggi in una collezione privata. Melling e Hatice Sultan
erano complici in un piccolo esperimento intellettuale, iniziando a
scrivere il turco, centotrent'anni prima della "Rivoluzione dell'al-
fabeto" di Ataturk, con caratteri latini. Grazie a queste lettere,
possiamo farci un'idea di come parlava la sorella di un sultano, a
Istanbul, dove nessuno scriveva memorie o romanzi.

Capomastro Melling, quando arriver la zanzariera? Mi rac-
comando, la voglio domani... mettiti al lavoro, sono sicura che
ce la farai...  un'incisione molto strana. .. Il disegno di Istan-
bul  in viaggio, non si  sbiancato... Non voglio la sedia, non
mi  piaciuta. Voglio sedie dorate... Che ci sia poca seta, e mol-
ti fili d'oro. Per il cofanetto d'argento ho visto il disegno, ma
non farlo fare, mi raccomando, torna al disegno di prima, non
cambiarlo... Marted ti do i soldi per le perle e i francobolli...

Quando Hatice Sultan scriveva a Melling queste lettere non
aveva ancora trent'anni, e si capisce dalla parola marted che, ol-
tre ad apprendere i caratteri latini, aveva imparato anche un po'
d'italiano. Suo marito Seyyid Ahmed Pasci, che era il prefetto di
Erzurum, passava ben poco tempo a Istanbul. Nei giorni in cui la
notizia della guerra d'Egitto di Napoleone arriv a Istanbul sca-
tenando il finimondo nel palazzo reale, Melling - sposatosi con
una ragazza di Genova -, come si intuisce dalle lettere piene di
rammarico che proprio in quei giorni scriveva a Hatice Sultan, cad-
de in disgrazia senza alcuna spiegazione:

Altezza, io, il Vostro suddito, ho mandato il mio servitore
sabato a prendere la paga mensile... gli hanno detto che non
c' pi... Dopo aver avuto cos tanti favori da Vostra Altezza
non ho potuto credere che l'aveste ordinato proprio voi... pen-
so che questo sia un pettegolezzo nato dall'invidia, perch Vo-
stra Altezza ama i suoi sudditi... Sta arrivando l'inverno, pen-
so di recarmi a Beyoglu, ma come ci andr? Non ho soldi. Il
proprietario di casa mi chiede i soldi dell'affitto, servono car-
bone, legna, utensili per la cucina e poi mia figlia ha il vaiolo,
il medico chiede cinquanta piastre, come posso fare? Quante
volte ho supplicato, quante spese ho sostenuto per spostarmi
in barca e non  arrivata nessuna risposta positiva... Non ho
neanche un soldo: vi supplico, Altezza, non lasciatemi in que-
sta situazione, ve ne prego...

Ma non arriv nessuna risposta da parte di Hatice Sultan. Mel-
ling allora cominci sia a prepararsi per il ritorno in Europa, sia a
svolgere lavori che gli avrebbero fatto guadagnare qualche soldo.
Nacque in questo periodo l'idea di raccogliere i suoi disegni gran-
di e ricchi di dettagli che aveva iniziato a dipingere molto prima,
grazie all'intimit col sultano, e di metterli in un libro di incisio-
ni; nel frattempo, con l'aiuto del famoso orientalista Pierre Rufin,
l'incaricato d'affari della Francia a Istanbul, inizi una fitta cor-
rispondenza con editori parigini. Nelle prime fasi di preparazione
del volume di Melling, pubblicato diciassette anni dopo il suo ar-
rivo a Parigi nel 1802 (Melling ormai aveva cinquantasei anni), su
cui lavorarono gli incisori pi famosi del tempo, si diffuse l'opi-
nione che il pittore era stato davvero abile a cogliere i particolari
in tutto il loro realismo, proprio cos come erano.
Oggi, quando guardiamo le quarantotto grandi incisioni di que-
sto importante libro, ci che immediatamente ci colpisce  la fe-
delt e precisione dei dettagli. Mentre osserviamo i panorami del
mondo scomparso, ci rendiamo conto che Melling offre, con la
sua profonda attenzione per i particolari architettonici e il suo abi-
le gioco di prospettive, quel senso di realt cui la mente aspira
volentieri per contemplare senza dubbi di sorta le bellezze del Bo-
sforo e di Istanbul. Anche il quadro che mostra l'interno dell'ha-
rem del sultano, che  il pi immaginoso tra i quarantotto disegni
proprio per la presenza di una sezione architettonica, per l'uso del-
le possibilit "gotiche" della prospettiva e, per l'assoluta delica-
tezza con cui vengono ritratte le donne dell'harem, molto lontane
dalle fantasie occidentali trasmette un forte senso di verosimi-
glianza, pure all'osservatore di Istanbul. Melling compensa l'at-
mosfera accademica e seria dei suoi disegni con i lati umani dei
dettagli sistemati ai bordi del quadro. Al pianterreno dell'harem
in un angolo, vediamo due donne, in piedi, che si abbracciano amo-
revolmente, le bocche vicine, ma al contrario di altri pittori occi-
dentali del periodo, appassionati di simili particolari, Melling non
mette in ridicolo questa coppia, n la colloca nel cuore della sce-
na, a drammatizzare la loro intimit.
Sembra che i panorami di Melling non abbiano un centro. For-
se il secondo motivo (dopo l'attenzione ai dettagli) per cui mi sen-
to cos vicino alla sua Istanbul  proprio questo. In una mappa che
c' alla fine del libro, Melling indica con la precisione di un topo-
grafo da quali punti e angoli di Istanbul vide e disegn queste qua-
rantotto straordinarie opere, ma i disegni, esattamente come i rul-
li cinesi o i movimenti dell'obiettivo nei film girati in cinemascope,
mi danno la sensazione che l'immagine non abbia un centro n una
fine. Dato che Melling non colloca figure umane drammatizzate
nel cuore delle sue scene, girando le pagine in bianco e nero di que-
sto libro e guardandone i panorami, proprio come mi capitava da
bambino quando passeggiavo sul Bosforo, o quando dopo una baia
ne vedevo un'altra, oppure quando il paesaggio mutava improvvi-
samente a ogni curva della costa, mi si rinnova dentro, quasi fos-
se una favola dell'infanzia, la convinzione che Istanbul sia infini-
ta e senza centro.
Guardare i panorami dello stretto di Melling e osservare le sue
colline, i fianchi e le valli che da bambino vedevo vuoti, ma che in
quarant'anni si sono coperti di gruppi di edifici squallidi, non mi
fa vivere solo l'incanto di tornare ai paesaggi della mia infanzia e
vederli come allora, ma mi fa venire, triste e felice, il pensiero che
dietro le bellezze del Bosforo che si aprono pagina dopo pagina,
andando a ritroso nel tempo, c' una storia paradisiaca, e la mia
vita  fatta dei ricordi, panorami e ambienti di questo eden ormai
passato. La scoperta della continuit di alcuni dettagli che soltan-
to coloro che conoscono il Bosforo da vicino possono apprezzare,
in questo punto dove la tristezza e la gioia si incontrano, mi d
l'impressione che questi disegni siano usciti da un paradiso fuori
del tempo, e si siano intromessi nella mia vita. S, mi dico, e ap-
pena lascio la baia di Tarabya, il mare calmo si scuote d'improv-
viso al vento che arriva dal Mar Nero, e sul dorso di quelle onde
veloci e nervose appaiono queste schiume rabbiose, piccole e im-
pazienti, proprio come le disegn Melling. E di sera le foreste sul-
le colline di Bebek diventano pi profonde, con un buio tutto par-
ticolare che possono intuire soltanto persone come il sottoscritto,
come Melling, gente che ha trascorso decine di anni in questi luo-
ghi. Infine, i pini e i cipressi del Bosforo occupano i paesaggi di
Istanbul sempre con questa eleganza e forza.
I cipressi, protagonisti irrinunciabili nei tradizionali giardini
islamici e nelle raffigurazioni del paradiso, nelle rappresentazioni
dello stretto di Melling diventano macchie buie, raffinate e digni-
tose, che ammantano il panorama di un'armonia poetica. Melling,
anche quando disegna i pini del Bosforo, al contrario di altri pittori
occidentali, non corre dietro a un'emozione drammatica, oppure a
un effetto estetico, infilando lo sguardo fra i rami di un albero. Da
questo punto di vista somiglia ai miniaturisti: proprio come gli al-
beri, vede anche le persone da lontano, pure nei momenti pi inti-
mi. In verit non  molto bravo a rendere i movimenti del corpo
umano, e la sua collocazione di barche e navi sulle acque del Bosfo-
ro  talvolta ridicola (sembra quasi che vengano dritte verso di noi).
Poi, malgrado l'estrema cura, talora disegna gli edifici e le persone
in modo sproporzionato, infantile, ma proprio in questo consiste la
poeticit di Melling, un pittore con cui l'abitante di Istanbul pu
identificarsi facilmente. Nella sua volont di ritrarre le diverse don-
ne del palazzo di Hatice Sultan e dell'harem con volti simili tra lo-
ro, quasi fossero tutte sorelle, c' un'ingenuit che fa sorridere.
Ci che rende Melling avvincente  la sua capacit di unire que-
sta ingenuit, che sembra uscita dalla migliore delle miniature isla-
miche e dall'innocenza dell'et d'oro di Istanbul, ai dettagli ar-
chitettonici, topografici e quotidiani, commistione che nessun al-
tro pittore orientale  riuscito a realizzare. Allora la veduta di
_skudar e Kizkulesi da Pera, oppure quella di Palazzo Topkapi
dalle finestre di un caff a Tophane, a quaranta passi dal mio stu-
dio di Cihangir, dove scrivo queste righe, oppure ancora quella
della citt da Eyup, diventano sia paesaggi noti, sempre uguali, sia
panorami paradisiaci. Questo eden coincide con il periodo in cui
la corte ottomana cominci a non vedere pi il Bosforo come il
luogo di una serie di villaggi di pescatori greci, ma come una zona
da abitare, e soprattutto con il momento in cui l'architettura ot-
tomana si accorge del fascino dell'Occidente e abbandona la sua
innocenza.  colpa di Melling se le ere ottomane prima di Selim
III mi sembrano cos lontane.
Come faceva Marguerite Yourcenar davanti alle incisioni di
Roma e Venezia realizzate da Piranesi trent'anni prima di Mel-
ling, anch'io adoro, "prendendo la lente d'ingrandimento", os-
servare gli abitanti di Istanbul che si muovono nei panorami di
Melling: mi piace guardare attentamente, per esempio, nel dise-
gno della fontana e della piazza di Tophane, per cui il nostro ar-
tista lavor con tanta cura e precisione nei dettagli, il venditore
di cocomeri (il suo banco e la sua gestualit sono uguali anche og-
gi), o l'altro seduto sulla sedia, pi in basso, al centro del disegno.
Questa fontana, scelta da Melling tra i monumenti di Istanbul per
la sua eleganza, allora si trovava su un piano rialzato; oggi, poich
le vie intorno sono state pavimentate con pietre e asfalto,  inve-
ce in una buca. Mi piace molto riscoprire i bambini che tengono
per mano le loro madri, bambini che il nostro pittore adora vede-
re in ogni angolo, in ogni giardino della citt (come osserver
Thophile Gautier cinquant'anni dopo, la donna che passeggia con
il figlioletto si considera pi rispettabile di quella che va in giro da
sola, e non viene disturbata); gli ambulanti che anche oggi sono
ovunque a Istanbul, con i loro abiti colorati, le bancarelle, le vi-
vande e le espressioni sconsolate; il giovane che getta la sua lenza
nel mare calmo dalla sponda dello scalo di Beikta (Melling mi pia-
ce a tal punto che mi  difficile ammettere che il mare sulla riva di
Beikta non pu mai essere cos calmo); i due uomini misteriosi
(li ho messi sulla copertina di un'edizione in turco di Roccalba) fer-
mi immobili a una manciata di passi da quel giovane, il padrone
che fa ballare l'orso e il suo aiutante che suona il tamburo; oppu-
re l'uomo che cammina con passo lento vicino al suo cavallo cari-
co, indifferente alla folla in piazza Sultanahmet (l'ippodromo, se-
condo Melling) e ai monumenti, come un vero abitante di Istan-
bul; e infine il venditore di ciambelle con il suo treppiede - uguale
a quelli della mia infanzia - che ha voltato le spalle alla ressa, in
un angolo dello stesso disegno, e molti altri dettagli che ora mi
sfuggono.
Al contrario dei disegni di Piranesi, gli abitanti di Istanbul,
ovunque siano, non si lasciano impressionare dall'architettura dei
monumenti o dalla natura dei paesaggi. Nonostante Melling aves-
se un amore per la prospettiva simile a quello di Piranesi, i suoi
disegni non sono drammatici. (Pure i barcaioli colti durante un
litigio sulla sponda di Tophane!) L'architettura violenta e cruda
di Piranesi, che opprime l'uomo, e lo rende una sorta di mostro,
mendicante, invalido, bizzarro, ha un movimento verticale. In-
vece in Melling vediamo un movimento orizzontale, che gira in un
mondo meraviglioso e felice, con tutta l'ampiezza dello sguardo
dell'uomo libero. Ed  questo, pi che l'abilit o l'eleganza del-
l'artista, che ha veramente contato: ci che la geografia e l'archi-
tettura di Istanbul gli potevano offrire. Per sentirlo doveva vive-
re diciotto anni a Istanbul.
Melling trascorse qui met della sua vita, ma non il periodo
della sua educazione, bens quello della formazione delle sue pri-
me idee sulla vita, della sua lotta per sbarcare il lunario e delle sue
prime opere. Per questo il suo sguardo catturava i dettagli veri,
elementi che vedevano soltanto coloro che vivevano a Istanbul.
Melling non si interess mai all'atmosfera magica ed esotica che
invece avrebbero cercato i brillanti pittori e incisori di trenta,
quarant'anni dopo come William Henry Bartlett (The Beauties of
the Bosphorus, 1835), Thomas Allom (Constantinople and the Sce-
nery of the Seven Churches of Asia Minor, 1839) e Eugne Flandin
(L'Orient, 1853). E siccome non lo entusiasmavano affatto i pae-
saggi ormai abusati usciti dalle Mille e una notte e dal romantici-
smo orientale che proprio in quegli anni, soprattutto in Francia,
conobbe una grande diffusione, nei suoi quadri non tent di im-
pressionare con giochi di ombre e luci proprie delle atmosfere
immaginose, fra nebbie e nuvole; cerc invece di dipingere la citt
e i suoi abitanti pi tondi, pi curvi, pi paffuti, pi grotteschi,
oppure pi oppressi di quanto effettivamente fossero.
Lo sguardo di Melling supera i confini di Istanbul. Ma allora,
dato che la gente di Istanbul non sapeva disegnare se stessa n la
citt, e non se ne interessava per nulla, la sua abilit occidentale
garantiva un alone di estraneit a questi disegni, senza pregiudi-
zi. La Istanbul di Melling  sia un luogo noto come i ricordi, la
geografia e le moschee, sia un mondo unico ed esclusivo proprio
per questo motivo, perch lui vede la citt come un suo abitante,
ma la disegna come un occidentale senza pregiudizi.
Cos io, quando osservo questi disegni, precipito ,in una tri-
stezza infinita: mi rendo conto che questo mondo non c' pi. Tut-
tavia il fatto di vedere, ogni volta che apro il libro di Melling, che
la mia Istanbul non era esotica, "magica" o bizzarra, ma era ugua-
le a quella della mia infanzia ed era soltanto straordinaria, come
dimostra la quasi unica testimonianza visiva "giusta" di questo
mondo del passato, davvero mi consola.

Capitolo ottavo
I miei genitori e le loro sparizioni


Qualche volta mio padre se ne andava in qualche posto lonta-
no. Non lo vedevamo per molto tempo. Stranamente, venivamo a
saperlo solo dopo un po'. Quando ce ne accorgevamo, ne soffriva-
mo come se ci avessero rubato una bicicletta o come se avessimo
perso un compagno di classe, ma ci sembrava anche di averci or-
mai fatto l'abitudine. Nessuno ci spiegava il motivo della spari-
zione di nostro padre, e nessuno ci informava su quando sarebbe
terminata quest'assenza. Io e mio fratello sapevamo di non dover
fare domande, e ci adattavamo senza problemi all'atmosfera fami-
gliare. Il fatto di vivere in un palazzo grande, insieme alla folla di
zii, zie, nonna, cuochi e domestiche, ci facilitava il compito di tra-
scurare, quasi dimenticare, quest'assenza, e non chiedevamo nulla.
Qualche volta coglievamo la tristezza della situazione dall'ab-
braccio esageratamente affettuoso della domestica Esma, dall'e-
strema disponibilit del cuoco di mia nonna, ekir, oppure dal-
l'entusiasmo di mio zio nel portarci sul Bosforo con la sua Dodge.
E, qualche volta, intuivo che ci trovavamo in un brutto mo-
mento dai lunghi discorsi che mia madre faceva al telefono, la mat-
tina, con le mie zie e le sue amiche. Mia madre, di solito, portava
una vestaglia lunga, color crema, con disegni di garofani rossi: quan-
do accavallava le gambe, l'apertura che scendeva gi faceva diver-
se pieghe e mi confondeva la mente - si vedevano la sua camicia
da notte e la sua bella pelle e il suo bel collo; cos, mentre parlava,
volevo andarle in braccio e avvicinarmi a lei, ai suoi bei capelli, al
collo e al seno. Come mi ha rinfacciato con rabbia anche lei anni
dopo, in seguito a una discussione violenta con mio padre, a ta-
vola, mi piaceva l'atmosfera di disastro provocata dalle loro liti.
Mentre aspettavo che mia madre si occupasse di me, io mi se-
devo alla toeletta piena di bottigliette per profumi, portacipria,
rossetti, smalti, acqua di Colonia, acqua di rose e olio di mandor-
le e frugavo, curioso, nei cassetti, distraendomi con vari tipi di pin-
zette, forbici, lamette, matite, spazzole a forma di matita, pettini
e oggetti appuntiti; quindi iniziavo a guardare le nostre fotogra-
fie, mie e di mio fratello, infilate tra la superficie del tavolino e il
vetro (mia madre con la stessa vestaglia che mi d da mangiare sul
seggiolone, e tutti e due sorridiamo allegramente, come avviene
soltanto nelle pubblicit: io mi domandavo sempre come mai non
si vedesse il mio grido di gioia di quel momento).
Poi, per liberarmi della noia e della tristezza che lentamente mi
avvolgevano, ricorrevo a un gioco che non avrei mai immaginato
di fare, anni dopo, neanche in uno dei miei romanzi. Spostavo le
bottigliette, le spazzole e la scatola d'argento a fiorami, sempre
chiusa a chiave, dai due lati dello specehio del tavolino, quindi av-
vicinavo la mia testa al centro dello specchio e cos, aprendo im-
provvisamente le sue due ali, vedevo migliaia di Orhan in movi-
mento nell'infinit profonda, fredda e trasparente creata dai ri-
flessi. Guardando l'immagine sempre pi vicina e pi grande, mi
meravigliavano la parte dietro della mia testa, un po' acuminata,
e la stranezza delle mie orecehie, uno pi a sventola dell'altro, co-
me quelle di mio padre. Ancor pi interessante era osservare la mia
nuca, che mi fa tuttora pensare, con un brivido, di portare da an-
ni un'altra persona nel corpo. Non c'era soltanto il mio profilo sui
tre specchi: mi divertivano e mi inorgoglivano anche decine, cen-
tinaia di Orhan, diversi tra loro, che, con un mio unico movimento,
mi imitavano, nello stesso istante e servilmente. Facevo fare loro
tanti movimenti diversi, finch non mi convincevo che ognuno era
uno schiavo perfetto. Talvolta cercavo di trovare l'Orhan pi lon-
tano, nell'infinit verdognola del vetro. E talvolta credevo di ve-
dere le mie immagini riflesse ripetere un movimento della mia ma-
no o della mia testa non nello stesso istante, ma dopo un brevissi-
mo attimo. Ancor pi impressionante era la mia convinzione che
un gruppo lontano di piccoli Orhan fossero d'accordo ad agire
per conto loro, pereh mentre gonfiavo le guance, aggrottavo le
sopracciglia, tiravo fuori la lingua o giocavo con la mia faccia, e
intanto prestavo attenzione a otto o dieci Orhan in un angolo,
tra centinaia di Orhan, altri dieci-quindici piccoli Orhan, tra le
profondit verdognole del mare di specchi, imitavano un gesto
semplice e spontaneo, per inconsapevole, delle mie braccia o del-
le mie dita, di cui avevo dimenticato l'esistenza. Prima rabbrivi-
divo, poi, dopo aver riconosciuto con la parte razionale della mia
mente che questa era un'illusione, continuavo il mio gioco, per far-
mi prendere di nuovo dalla stessa paura. Cos, spostando solo di un
centimetro gli specchi e cambiandone gli angoli, rimanevo di fron-
te a una serie di Orhan completamente diversa. Proprio come se
guardassi dall'obiettivo di una macchina fotografica che per un at-
timo non centra il fuoco, mi piaceva cercare disperatamente il po-
sto della prima e pi vicina immagine tra questi nuovi Orhan infi-
niti, e il mio vero io (come se avessi perso anche quello).
Durante questo gioco di "sparizione" che facevo qualche vol-
ta con mia madre e mio fratello, e che mi divertiva tanto, la parte
della mia mente che eliminava le informazioni per me insopporta-
bili rimaneva aperta, in un modo assai selettivo, alle telefonate di
mia madre, e alle notizie sulla sorte dei miei genitori.
Perch qualche volta anche mia madre spariva. Ma quando an-
dava via lei, ci veniva data una spiegazione; per esempio ci dice-
vano: "Vostra madre  malata; si sta riposando da zia Neriman".
Ricordo che trovavo plausibili queste frasi, proprio come riuscivo
per qualche istante a credere alle illusioni davanti allo specchio. In
compagnia del cuoco o del portiere, il signor Ismail, prendendo
battelli e autobus andavamo a visitare nostra madre a casa di un
parente, in un'altra parte di Istanbul, come Erenky o Istinye; Di
tutte queste gite, mi rimane nella mente un piacevole senso d'av-
ventura: non erano certo momenti tristi. Avere accanto mio fra-
tello - era lui che si sarebbe confrontato per primo con i pericoli -
mi tranquillizzava. Arrivati nelle case o nelle yalz di alcuni paren-
ti stretti o lontani di nostra madre, dopo che le signore anziane,
simpatiche e affettuose e i loro mariti villosi, che mi sembravano
terribili, ci accarezzavano e ci mostravano qualche strano oggetto
per attirare la nostra attenzione - un canarino che cinguettava, un
barometro tedesco che penso abbia visitato tutte le case occiden-
talizzate di Istanbul (un marito e la moglie che, vestiti da conta-
dini bavaresi, secondo le condizioni atmosferiche, entravano in
una casa o ne uscivano), oppure un orologio a cuc che con la sua
puntualit e determinazione confondeva il canarino nella gabbia,
ansioso di rispondergli ogni mezz'ora -, ci ritiravamo nella stanza
di nostra madre.
Dopo aver provato stupore per la grandezza e la comodit del-
la stanza e per la bellezza del mare e della luce che si vedevano
dalla finestra (forse lo devo a questo se mi sono sempre piaciuti i
panorami meridionali di Matisse che si vedono dalle finestre), mi
sembrava davvero triste che nostra madre fosse in un posto cos
bello e straniero; tuttavia mi rassicurava lo straordinario odore ma-
terno che riempiva la stanza, insieme ad alcuni suoi oggetti come i
trucchi, le solite pinzette e bottigliette per profumi, e la spazzola
col manico privo di smalto. Ricordo perfettamente che mia madre
ci prendeva in braccio, uno dopo l'altro, e ci accarezzava e bacia-
va. A mio fratello dava tanti consigli (le piaceva sempre farlo) ri-
guardo alle maniere e ai comportamenti da seguire, e gli indica-
va dove trovare gli oggetti da portare la volta successiva; invece
con me, che guardavo fuori dalla finestra senza ascoltarli, gioca-
va e scherzava.
Durante l'ennesima assenza di mia madre, un giorno mio pa-
dre port a casa una baby-sitter. Io e mio fratello non siamo mai
riusciti a simpatizzare con questa donna dalla pelle estremamen-
te bianca, bassa, brutta, tonda e sempre sorridente, che ci consi-
gliava di sorridere come lei, ogni istante, con una saggezza di cui
si vantava; noi ne eravamo delusi anche perch era turca, al con-
trario delle baby-sitter che avevano alcune famiglie che conosce-
vamo. Spar in breve tempo anche questa donna, che non fu ca-
pace di avere alcuna "autorit" su di noi, a differenza di quelle
di origine tedesca e dallo spirito protestante: quando si spazien-
tiva per i nostri litigi ci diceva "Per favore, state calmi", e noi la
imitavamo; allora pure mio padre ne rideva. Negli anni successi-
vi, quando mia madre, stanca delle continue "sparizioni" di mio
padre e delle nostre furiose litigate, ci diceva "Adesso me ne va-
do", oppure "Ora mi butto dalla finestra, cos vostro padre si spo-
sa con quella donna" - una volta aveva anche alzato una delle sue
belle gambe verso il davanzale -, mi veniva davanti agli ocehi non
l'immagine di una delle donne di cui mia madre si lasciava sfug-
gire il nome, ma il viso di quella baby-sitter dalla pelle bianca, ton-
da, bendisposta e impacciata.
Proprio perch avevamo sempre vissuto nello stesso palazzo,
nelle stesse stanze e nelle stesse strade, e avevamo condotto una
vita in cui si discuteva degli stessi argomenti, tranne qualche pic-
cola eccezione, e si mangiavano le stesse pietanze (la ripetizione 
la fonte, la garanzia e la morte della felicit!), come poi ho visto
che succede in tutte le famiglie, queste "sparizioni" imprevedibi-
li non mi dispiacevano affatto: per me erano come i fiori veleno-
si, divertenti e sorprendenti che mi toglievano da una vita ordi-
naria, da momenti e giorni di noia (proprio come gli specchi della
toeletta di mia madre), e mi trascinavano in un altro mondo. Ho
versato tuttavia qualche lacrima per questi momenti di "sparizio-
ne" che attraevano una parte oscura della mia anima, restituen-
domi alla mia esistenza e alla solitudine che volevo dimenticare, e
per le sventure e le liti di famiglia.
Molte volte queste discussioni iniziavano a tavola. Col passare
del tempo, l'automobile che mio padre compr (una Opel Record
1959) fu per sempre pi adatta a causare quei litigi, perch scen-
dere da una macchina che corre velocemente, anzich alzarsi dal-
la tavola, non  un'azione che i contendenti possono compiere fa-
cilmente. Talvolta, quando la discussione nasceva gi all'inizio di
una gita in auto programmata da giorni, o in una delle escursioni
domenicali sul Bosforo, io e mio fratello facevamo una scommes-
sa: chiss se mio padre avrebbe frenato bruscamente dopo il pri-
mo ponte, oppure al primo benzinaio e, facendo fare un'inversio-
ne a U alla macchina, sarebbe tornato indietro e ci avrebbe ripor-
tati a casa, come un capitano arrabbiato che appoggia la merce dove
l'ha caricata, mentre lui sarebbe andato da qualche altra parte.
In una di quelle loro liti dei primi anni, che colpivano pi a fon-
do e avevano un lato pi poetico e nobile, a Heybeliada, una sera,
mia madre e mio padre si alzarono dalla tavola. (In quei momenti
ero contento, come tutti i bambini, di poter mangiare come vole-
vo io, e non come voleva mia madre). Al piano superiore si urla-
vano addosso, con tutte le loro forze, cos io e mio fratello rima-
nemmo a tavola e aspettammo, ma dopo un po', istintivamente,
anche noi ci alzammo e andammo di sopra. (Qui, quando ho pen-
sato istintivamente di aprire un'altra parentesi, ho capito di non
volere, in realt, ricordare affatto questi episodi). Quando mia ma-
dre ci vide, ci fece entrare immediatamente in una stanza, e ci chiu-
se dentro. La stanza era buia, ma dalla porta di vetro smerigliato
che la separava dall'altra camera arrivava una luce intensa. Io e mio
fratello cominciammo a osservare immobili, tra le urla e gli strilli,
le ombre dei nostri genitori che si avvicinavano e si allontanavano
e si animavano ogni volta che si toccavano, alla luce filtrata dai ve-
tri smerigliati con disegni art nouveau. Per la violenza di questo
crudele spettacolo d'ombre, proprio come succede durante gli spet-
tacoli di marionette Karagz, il sipario (la porta con il vetro sme-
rigliato) ogni tanto si scuoteva e tutto diventava bianco e nero.

Capitolo nono
Un'altra casa: Cihangir


Qualche volta i miei genitori scomparivano. Cos fu nell'in-
verno del 1957, quando mio fratello venne mandato, per un pe-
riodo, due piani sopra, nell'appartamento in cui abitavano mia zia
e suo marito. Io invece dovevo stare con la mia zia materna, che
era venuta a prendermi a Niantai per portarmi a casa sua, a
Cihangir. Mi ricordo che mi trattava molto bene e non voleva ve-
dermi triste: una volta saliti in macchina (una Chevrolet), mi ave-
va subito detto che avrebbe ordinato a etin di comprare lo yo-
gurt per la sera ma io, per nulla interessato allo yogurt, ero rima-
sto colpito perch avevano un vero autista. Il grande palazzo
Cihangir, fatto costruire dal mio nonno materno, fu per me una
delusione perch non aveva n l'ascensore n l'impianto di riscal-
damento, e gli appartamenti erano piccoli. Inoltre, il giorno dopo,
mentre cercavo di rassegnarmi tristemente alla vita nella mia nuo-
va casa, mi sorprese la risposta brusca e inaspettata della dome-
stica, quando, svegliandomi dal dolce sonno pomeridiano, le chie-
si, perch cos si faceva a Palazzo Pamuk, di prendermi in brac-
cio e vestirmi.
Forse proprio per questo motivo, per tutto il tempo che passai
l mi feci desiderare e mi pavoneggiai. Quando una sera, a cena,
guardando il disegno kitsch del bambino grazioso col berretto sul-
la parete dissi, quasi per caso, a mia zia, a suo marito evket Ra-
do - giornalista, poeta ed editore del tascabile di Melling - e a mio
cugino Mehmet, di dodici anni, che il primo ministro Adnan Men-
deres era mio zio, tutti si misero a ridere e iniziarono a farmi do-
mande beffarde, l'esatto contrario del rispetto che mi attendevo,
cos pensai di aver subto un'ingiustizia, perch credevo sincera-
mente che mio zio fosse il primo ministro.
Ma questa convinzione era nascosta soltanto in una parte del-
la mia mente. La sincera illusione era creata dal fatto che il nome
zhan di mio zio e il nome Adnan del primo ministro avessero
tutt'e due cinque lettere, di cui le ultime due uguali; inoltre, in
quel periodo, il primo ministro era andato in America, dove mio
zio viveva ormai da anni, e io vedevo le fotografie di entrambi tan-
te volte al giorno (uno sui quotidiani, l'altro in ogni angolo del sa-
lone di mia nonna) e, in alcune fotografie, i due si somigliavano
moltissimo. Con il passare degli anni mi sono accorto di sviluppa-
re tante mie convinzioni, opinioni, considerazioni, informazioni e
pregiudizi di estetica con un meccanismo mentale molto simile, ma
questa mia intuizione cambi poco la mia abitudine. Credo "sin-
ceramente", come alcuni americani che collegano la Turchia al tac-
chino (turkey) , che i caratteri di due persone che hanno nomi ugua-
li o affini si somiglino, che le parole straniere e turche che non co-
nosco abbiano lo stesso significato delle parole che gli somigliano
a livello fonetico, che nell'anima di una donna con la fossetta ci
sia qualcosa dell'anima di un'altra donna con la fossetta da me co-
nosciuta in precedenza, che tra i poveri ci sia una sorta di frater-
nit, e che tra il Brasile e la parola bezelye, piselli, ci sia un qual-
che legame (nella bandiera del Brasile c' un enorme pisello). Inol-
tre, cos come credevo che i punti riguardanti mio zio e il primo
ministro nella mia immaginazione sarebbero rimasti uguali, ero an-
che convinto che, per esempio, un lontano parente che avevo vi-
sto una volta mangiare gli spinaci in un ristorante (la bellezza di
Istanbul della mia infanzia consisteva nell'incontrare conoscenti
parenti e amici per le strade e nei negozi) continuasse, dopo cin-
quant'anni, a mangiare gli spinaci sempre nello stesso ristorante
(chiuso ormai da qualche tempo).
Nessuno prest fede a questa mia illusione che mi facilitava la
vita, rendendola poetica, tuttavia io diventai pi intraprendente in
questa casa nuova che non mi apparteneva. Ogni mattina, quando
mio cugino andava al liceo tedesco, prendevo un suo libro enor-
me, grosso e vistoso (credo fosse un volume di Brockhaus) e mi
mettevo a tavola a copiarne le frasi. Non sapendo n leggere n
scrivere, e tantomeno il tedesco, questo esercizio che facevo sen-
za capire nulla potrebbe essere interpretato non come scrittura ben-
s come disegno. Copiavo le pagine e le frasi, cercando di farle
uguali a quelle del libro. Quando finivo una parola composta di
lettere gotiche - alcune erano difficili (g, k) -, alzavo gli occhi dal-
la pagina come un miniaturista Safevi che avesse disegnato le fo-
glie di un grande platano, una dopo l'altra, e guardavo fuori dalla
finestra le navi e il Bosforo, fra i terreni vuoti delle colline che
scendevano verso il mare e i palazzi, a riposarmi la vista.
A Cihangir, dove avremmo traslocato anche noi (quando le
fortune cominciarono a venir meno), ho imparato che a Istanbul
esiste una vita di quartiere, e che la citt non  un luogo anoni-
mo, un marasma di case dove le persone vivono vite separate,
ignare di coloro che muoiono e si divertono:  invece un arcipe-
lago di quartieri dove tutti si conoscono, da vicino o da lontano.
Quando guardavo dalla finestra non vedevo solo il mare e i bat-
telli che pian piano avevo cominciato a riconoscere, ma anche i
giardini tra i palazzi e le case, le antiche ville signorili ancora in
piedi, i vecchi muri e i bambini che giocavano. Come in molte
abitazioni di Istanbul che si affacciano sullo stretto, davanti al
palazzo c'era una discesa lastricata che arrivava, curvando, al mare.
Nelle notti di neve, i gruppi di bambini in cui mi inserivo timi-
damente anch'io con mio cugino scivolavano gi sulle slitte, le
scale e le assi di legno con uno spasso fragoroso a cui partecipava
l'intero quartiere.
A quei tempi la sede dell'industria cinematografica turca, che
produceva circa settecento film all'annoe si vantava di occupa-
re, dopo l'India, il secondo posto al mondo, era a Beyoglu, in via
Yeilam, e siccome non era lontana da Cihangir, molti attori tur-
chi vivevano in questo quartiere, perci le strade erano piene di
signori e pallide signore assai truccate che nei film interpretavano
sempre gli stessi ruoli secondari. I bambini, quando li vedevano,
correvano loro dietro ricordando i ruoli buffi e umilianti inter-
pretati da questi attori stanchi (per esempio Vahi z, che faceva
sempre la parte del donnaiolo grasso, vecchio e floscio che inse-
guiva le giovani domestiche). Nelle giornate di sole, in cima alla
salita dove quando pioveva le automobili e i camion slittavano e
arrancavano, appariva all'improvviso un minibus e ne scendevano
attori, tecnici delle luci e tutta l'quipe cinematografica: giravano
in un baleno - dieci minuti - una scena d'amore, e poi scompari-
vano. Anni dopo, vedendo per caso uno di questi film e una di que-
ste scene, in bianco e nero, alla televisione, avrei compreso che an-
che il Bosforo sullo sfondo era un argomento reale, cos come l'a-
more oppure la lite recitata in quel momento.
Ho imparato, sempre guardando il Bosforo a Cihangir, che nel-
la vita di quartiere ci deve essere un centro (spesso un negozio) do-
ve si raccolgono, si commentano e si valutano tutti i pettegolezzi,
per poi spargerli in giro. A Cihangir, questo centro era la droghe-
ria sotto il nostro palazzo. Se volevi comprare qualcosa da Ligor,
greco anche lui come i nostri vicini di casa, potevi far calare un ce-
stino dal piano superiore e urlare ci che volevi acquistare. Negli
anni successivi, quando anche noi traslocammo nello stesso palaz-
zo, mia madre, non sentendosela di gridare a squarciagola "uova"
o "pane", infilava un foglietto nel cestino, pi elegante di quelli
dei vicini. Invece il figlio impertinente di mia zia apriva la fine-
stra per lanciare i suoi sputi, o i petardi abilmente legati con chio-
di e fili, sulle auto che si affaticavano in cima alla salita. Ancora
oggi, quando vedo una finestra in alto che d su una strada, pen-
so istintivamente come sarebbe sputare sui passanti.
Il marito di mia zia, evket Rado, dopo gli anni di giovinezza
che pass da poeta senza successo, faceva il giornalista e l'editore,
e pubblicava il rotocalco settimanale allora pi letto in Turchia,
l'"Hayat", ma a cinque anni io non mi interessavo a questo n ai
suoi amici poeti e scrittori che influenzarono la mia immagine di
Istanbul - a partire da Yahya Kemal e Tanpinar fino a Kemalettin
Tugcu, autore di racconti melodrammatici per l'infanzia, sullo sti-
le di Dickens, che descrivevano le miserie della citt. Mi entusia-
smavano soltanto le centinaia di libri per bambini (racconti scelti
dalle Mille e una notte, i volumi di "Dogan Karde", le favole di
Andersen, l'Enciclopedia delle scoperte e delle invenzioni) che mio zio
pubblicava e mia zia ci regalava, dopo che imparammo a leggere e
a scrivere: io, sfogliandoli continuamente, li conoscevo a memoria.
Una volta alla settimana, mia zia mi prendeva e mi portava a
Niantai, a vedere mio fratello. Questi mi raccontava, esageran-
do, quanto era felice di essere a Palazzo Pamuk, dove si mangia-
vano acciughe a colazione e la sera si divertivano molto; faceva
tutto ci di cui avevo nostalgia: giocava a pallone con mio zio, in
auto andavano tutti insieme sul Bosforo, la domenica, e la sera
ascoltavano i programmi sportivi e le recite alla radio, senza per-
dere nulla. Poi mi diceva: "Ti prego, resta qua!"
Quando arrivava l'ora di tornare a Cihangir, facevo fatica a
staccarmi da mio fratello e ad allontanarmi dal nostro apparta-
mento, che mi metteva angoscia perch la porta era chiusa a chia-
ve. Una volta, mi ricordo di aver pianto a dirotto perch non vo-
levo andare via e cos mi ero attaccato stretto al tubo del termo-
sifone vicino alla porta; avevo tutti i famigliari intorno a me che
cercavano di convincermi dolcemente, e intanto mi staccavano la
mano dal tubo, usando anche le maniere forti, ma io, bench fos-
si pieno di vergogna, rimasi l per molto tempo, come gli eroi dei
romanzi illustrati che si aggrappano all'ultimo minuto a un ramo
per non cadere nell'abisso.
Era l'attaccamento a una casa? Forse. Perch dopo cinquant'anni
vivo ancora oggi nello stesso palazzo. Per me, la casa  importante,
pi che per la bellezza delle stanze e dei mobili, perch  il centro
del mondo che ho in testa. Ma dietro alla mia tristezza c'era anche
il sapore indiretto, confuso e infantile delle liti dei miei genitori,
dell'impoverimento causato dai fallimenti di mio padre e di mio zio
e dei grandi scontri in famiglia. Invece di rendermi conto, piena-
mente e in modo responsabile, del mio problema, confrontarmi con
esso, parlarne direttamente e tirare fuori almeno il dolore, l'avevo
reso un sentimento misterioso, con giochi di inganno e oblio e con
strani cambiamenti di obiettivo.
Questo sentimento si univa al secondo mondo che avevo in te-
sta, e ai miei sensi di colpa. Chiamiamo Huzun, tristezza, questa
complessa condizione. Per me la tristezza  come il vapore sui ve-
tri delle finestre, creato da una teiera che bolle continuamente in
una giornata fredda d'inverno, perch non ha un istante di tra-
sparenza e appanna la realt, e cos riusciamo a conviverci - ho
scelto questo esempio perch i vetri appannati mi rendono triste.
Continua a piacermi guardare i vetri appannati, e poi alzarmi e
scriverci sopra qualcosa col dito. Anche parlare della tristezza ha
un gusto simile. Scrivendo col dito qualcosa sul vetro mi tolgo la
malinconia e nello stesso tempo mi diverto, e poi alla fine pulisco
il vetro e guardo il panorama. Ma anche il panorama mi sembra
triste. Dovremmo tentare di capire questo sentimento che pare il
destino di tutta la citt.

Capitolo decimo
Tristezza


In turco, la parola Huzun, tristezza,  di origine araba e si tro-
va in due versetti del Corano, col significato simile a quello turco;
invece il suo sinonimo "afflizione"  menzionato in tre versetti.
Il fatto che si definisse "della tristezza" l'anno in cui morirono
Hatice, la moglie di Maometto, e lo zio Ebu Talip, dimostra che
la parola "tristezza" esprime un sentimento causato da una grave
perdita spirituale. Ci che ho letto mi fa capire che il significato
della parola "tristezza", che indica una perdita, e il dolore e l'af-
flizione spirituale provocati da tale perdita, ha creato una con-
trapposizione di idee nella storia dell'Islam dei secoli successivi, e
ha fatto nascere due opinioni assai importanti.
La prima, che ritiene il sentimento di tristezza il risultato del-
l'eccessivo attaccamento al mondo, ai beni e ai piaceri materiali, re-
cita cos: "Se tu non avessi pensato troppo a questo mondo, cio se
tu fossi stato un vero musulmano, non ti saresti interessato alle per-
dite causate da questo mondo". Invece la seconda, di origine misti-
ca,  pi positiva e comprensiva dei sensi e delle dimensioni di per-
dita e dolore nella vita. Secondo il pensiero mistico, la tristezza di-
pende da una situazione di lontananza da Allah, e dall'impossibilit
di realizzare i progetti di Allah in questo mondo. Un vero mistico
non pensa affatto alle questioni mondane come le ricchezze, i beni,
la morte, e il senso di mancanza, perdita e impotenza che pu afflig-
gerlo dipende dalla sua incapacit di avvicinarsi ad Allah, di vivere
pi profondamente la spiritualit. Per questi motivi, non la tristez-
za ma la sua assenza diventa un difetto. L'opinione del mistico, che
considera il fatto di non rattristarsi un motivo di tristezza, e ritiene
causa di tristezza il fatto di non rattristarsi sufficientemente, ha da-
to a questo sentimento una posizione importantissima nella cultura
islamica. Naturalmente l'uso sistematico di questa parola, negli ulti-
mi due secoli, nella vita di Istanbul, nella sua quotidianit e nella poe-
sia, e la sua diffusa presenza nella musica, dipendono da questa im-
portanza. Ma spiegare il motivo di questo sentimento comune e
profondo, a Istanbul e nei suoi abitanti, nell'ultimo secolo, soltan-
to con la natura mistica della parola sarebbe insufficiente.  im-
possibile capire l'importanza della tristezza come uno stato d'ani-
mo nella musica di Istanbul dell'ultimo secolo e il suo valore cru-
ciale sia in quanto termine di riferimento sia in quanto modo di
sentire nella poesia turca moderna (proprio come i giochi di paro-
le nell'antico Divan), e inoltre come concetto che spiega l'insuc-
cesso, il disordine e la sofferenza nella vita, soltanto con la storia
e il prestigio della parola. Per intuire le fonti dell'intensa tristez-
za che la Istanbul dell'infanzia mi trasmetteva  necessario guar-
dare sia la storia, le conseguenze del crollo dell'impero ottomano
sia il modo in cui questa storia si  riflessa nei panorami "belli"
della citt e nei suoi abitanti. La tristezza  da un lato un senti-
mento importante della musica locale di Istanbul, dall'altro una
parola fondamentale per la poesia, un punto di vista e uno stato
d'animo, e inoltre  qualcosa che si compenetra all'atmosfera del-
la citt. Insomma, la tristezza  una condizione della mente che la
citt ha assimilato con orgoglio, o almeno cos pare. Per questo
motivo  considerato un sentimento sia positivo sia negativo.
Prima di trattare i diversi significati che la parola indica, par-
liamo di coloro che vedono la tristezza non come un concetto de-
coroso e poetico e un sentimento, ma come una malattia. Secon-
do El Kindi, questo stato non riguarda soltanto la morte o la per-
dita di una persona amata, ma anche molte situazioni dell'anima
infettate da sentimenti come rabbia, amore, odio e sospetto. An-
che il filosofo e medico Ibni Sina adotta un punto di vista pi am-
pio e propone particolari metodi di cura della tristezza, come, ad
esempio, domandare al giovane innamorato, mentre gli si sente il
polso, il nome della persona amata. L'approccio dei filosofi classi-
ci dell'Islam fa venire in mente il pensiero di Robert Burton, il
professore di Oxford che all'inizio del XVII secolo scrisse un libro
strano ma divertente di millecinquecento pagine, dal titolo Ana-
tomia della malinconia. (Invece l'opera intitolata Fi'l Huzun di Ibni
Sina  un piccolo saggio). Questi testi, che si possono considerare
come i prodotti di due mondi culturalmente assai distanti, hanno
comunque delle affinit, perch entrambi elencano, con metodo
enciclopedico, le cause di questo male oscuro, come la paura della
morte, l'innamoramento, la sconfitta, la malignit e anche alcuni
cibi e bevande, e poi, per la terapia, sempre con lo stesso approc-
cio, cercando cio di unire la medicina alla filosofia, propongono
diverse soluzioni, come la razionalit, il lavoro, la rassegnazione,
la morale, la disciplina e la dieta.
La considerazione della malinconia come la fonte principale
della tristezza, e l'origine della sua parola, che risale ad Aristote-
le (melaina chole - bile nera), non indicano solo il colore di que-
sto sentimento, ma mostrano pure che, una volta, le parole "tri-
stezza" e "malinconia", col senso di dolore oscuro, avevano un
ampio ventaglio di significati (proprio come oggi "depressione").
La differenza fondamentale nell'uso di questi termini viene spie-
gata da Burton, il quale, orgoglioso di esserne affetto, arriva a con-
siderare la malinconia come la causa di una solitudine felice e uno
stimolo per l'immaginazione, e colloca la solitudine, come causa o
conseguenza del sentimento oscuro, proprio al centro di questo do-
lore. Invece la tristezza, sia nel misticismo (dato che rimaniamo
lontani da Allah, che  l'obiettivo comune), sia in El Kindi, che la
vede come una malattia,  uno stato d'animo da giudicare secon-
do i valori della societ e da tenere in considerazione in vista di
un ritorno dell'uomo nella comunit, ed  perci un'esperienza che
contrasta con il fine generale.
Il mio punto di partenza era il sentimento provato da un bam-
bino incantato a fissare i vetri appannati. Ma adesso arriviamo al
momento che separa la tristezza dalla malinconia. Non si tratta
della malinconia sentita da una sola persona, ma di quell'umore
nero che hanno in comune milioni di persone, cio la tristezza.
Tento di parlare della tristezza di tutta una citt: Istanbul.
Prima di cercare di capire quel sentimento unico che riunisce
la citt e i suoi abitanti, ricordiamo che il vero tema di un quadro
di paesaggio non  soltanto il paesaggio in s ma anche l'emozione
ne che suscita. Questo era un pensiero molto diffuso tra i roman-
tici, alla met del XIX secolo. Baudelaire, quando diceva che la ca-
ratteristica pi importante dei quadri di Eugne Delacroix era la
loro malinconia, utilizzava questa parola come un elogio, in un
senso decisamente positivo come fecero i romantici e, dopo, i de-
cadentisti. Baudelaire, i suoi pensieri su Delacroix li scrisse nel
1846, e il suo amico scrittore e critico Thophile Gautier venne a
Istanbul sei anni dopo: nel suo libro Costantinopoli, che influenz
moltissimo gli scrittori di Istanbul, ad esempio Yahya Kemal e
Tanpinar, adoper anche lui quella parola in senso positivo, men-
tre trovava eccessivamente malinconici alcuni panorami della citt.
Ma adesso voglio parlare non della malinconia di Istanbul, ben-
s della tristezza, uno stato d'animo simile, interiorizzato con or-
goglio e condiviso da tutta la comunit. Questo significa vedere i
luoghi e i momenti in cui il sentimento e l'ambiente che lo ri-
specchia si mescolano tra loro. Parlo del buio serale che scende
presto, dei padri che tornano a casa sotto i lampioni dei quartieri
periferici, con un sacchetto in mano. Parlo dei librai anziani che
dopo una delle frequenti crisi economiche, aspettano tutto il gior-
no, tremando di freddo, un lettore; dei barbieri che si lamentano
del calo della clientela; dei marinai che lavano i vecchi battelli del
Bosforo, ancorati ai moli vuoti, sui quali si addormenteranno fra
poco, e nel frattempo danno un'occhiata alla televisione piccola e
lontana, in bianco e nero; dei bambini che giocano a pallone tra
le auto sulle strade strette e lastricate; delle donne con le sciarpe
in testa e i sacchetti di plastica in mano, che aspettano silenzio-
samente l'autobus nelle fermate di periferia; delle rimesse per le
barche delle vecchie yalt; delle sale da t piene zeppe di disoccu-
pati; dei ruffiani che, pazienti, nelle sere d'estate gironzolano su
e gi per i marciapiedi con la speranza di trovare un turista ubria-
co nella piazza pi grande della citt; della folla che, nelle sere
d'inverno, corre per prendere in tempo il battello; delle donne che
la sera, in attesa dei loro mariti, socchiudono le tende per dare
un'occhiata fuori; dei vecchi col cappello che vendono piccoli li-
bri, rosari e profumi nei cortili delle moschee; degli ingressi di de-
cine di migliaia di palazzi simili tra loro; degli edifici di legno tra-
sformati in uffici comunali che un tempo, quando erano ville pri-
vate, avevano pavimenti di legno che scricchiolavano a ogni passo;
delle altalene fuori uso nei parchi vuoti; delle sirene dei battelli
che urlano nella nebbia; delle mura bizantine ormai in rovina; del-
le piazze dei mercati che si svuotano la sera; dei ruderi degli anti-
chi conventi; di decine di migliaia di palazzi con facciate incolori
per la sporcizia, la ruggine, la fuliggine e la polvere; dei gabbiani
immobili sotto la pioggia sulle imbarcazioni piene di cozze e alghe;
delle secolari, grandi case signorili, con i camini che emettono, nel
giorno pi freddo dell'anno, un fumo sottilissimo e quasi invisi-
bile; della folla di uomini che pescano dal ponte di Galata; delle
sale fredde delle biblioteche; dei fotografi ambulanti; dell'odore
nelle sale cinematografiche, una volta famose e dai soffitti dorati,
dove adesso gli uomini entrano di soppiatto per guardare film por-
no; dei viali dove con il calar del sole non si pu vedere neanche
una donna; della folla ammassata nelle giornate di libeccio, calde
e ventilate, davanti alla porta dei bordelli controllati dal Comu-
ne; delle donne in fila davanti ai punti vendita di carne scontata;
delle lampade spente sui fili stesi tra i minareti durante le feste;
dei manifesti strappati e scarabocchiati qua e l; delle stanche vet-
ture americane degli anni Cinquanta che scoppiettano sulle stra-
de sporche e le ripide salite della citt, e che se fossero in una me-
tropoli occidentale finirebbero in un museo e non girerebbero co-
me taxi collettivi; della massa di persone che affolla gli autobus;
delle moschee in cui vengono continuamente rubate le lastre di
piombo e le grondaie; dei cimiteri che vivono nella citt come un
secondo mondo e dei cipressi; delle fievoli lampade accese di sera
nei battelli della linea marittima Kadiky-Karaky; dei bambini
che cercano di piazzare un pacchetto di fazzoletti di carta; degli
orologi sulle torri, dove non guarda nessuno; delle vittorie otto-
mane che i bambini leggono sui libri di storia e delle bastonate che
prendono poi la sera a casa; dell'attesa timorosa degli "addetti"
durante i frequenti coprifuochi, imposti con la scusa di un censi-
mento demografico, o di una caccia ai terroristi; delle lettere pub-
blicate in minuscoli spazi di giornali; dei lettori che si lamentano
della cupola della moschea di trecento anni fa del quartiere, che
ormai sta cedendo, e si chiedono dove sia lo stato; di tutti i gradi-
ni rotti, in parti e forme differenti; dei sottopassaggi situati nei
luoghi pi affollati della citt; dell'uomo che vende da quarant'an-
ni, sempre nello stesso posto, cartoline; dei mendicanti che si in-
contrano nei punti pi imprevedibili della citt, e dei mendicanti
che ogni giorno, allo stesso angolo, dicono le stesse frasi; del for-
te odore di piscio che vi raggiunge a un tratto nei viali affollati,
nei battelli, nelle gallerie e nelle zone di transito; delle giovani don-
ne che leggono la rubrica di posta di Guzin Abla, sull'"Hurriyet";
dei tramonti che colorano le finestre, a _skudar, di un arancione
quasi scarlatto; di quelle prime ore mattutine in cui tutti dormo-
no, tranne i pescatori che prendono il largo; di quelle due capre
nel recinto di quella specie di zoo, al parco di Gulhane, e di quei
tre gatti annoiati; dei cantanti di terza classe che imitano le popstar
americane e turche; degli studenti che si annoiano alle interminabi-
li lezioni d'inglese, imparando in sei anni soltanto a dire yes e no; de-
gli emigrati che aspettano sul ponte di Galata; degli avanzi di ver-
dura, frutta, carta, pacchi, sacchetti di plastica, scatole e cassette
nei mercati affollati di giorno e chiusi la sera; delle donne affasci-
nanti con il foulard in testa che discutono timidamente con i ven-
ditori; delle giovani madri che trascinano i loro tre figli; della ve-
duta del Corno d'Oro, quando si guarda dal ponte di Galata ver-
so Eyup; dei venditori di ciambelle che, mentre aspettano i clienti
sullo scalo, si distraggono osservando il panorama; delle sirene dei
battelli che suonano improvvisamente tutte insieme, una volta al-
l'anno, per un minuto di silenzio, quando l'intera citt si ferma
compita per ricordare Ataturk; delle antiche fontane, ormai mas-
se marmoree senza rubinetto, con gradini che adesso sono sepol-
ti dall'asfalto delle strade; delle ragazze che lavorano tutta la not-
te per uno stipendio da fame, a ripulire le stanze piene zeppe di
imbastitrici e macchine per cucire bottoni, dove un tempo famiglie
di classe media, dottori, avvocati e insegnanti con mogli e figli la
sera ascoltavano la radio; del disordine e del degrado; delle cico-
gne di cui tutta la citt si accorge verso l'autunno, mentre passa-
no sopra il Bosforo e le isole, in arrivo dai Balcani, dall'Europa
orientale e settentrionale, per andare a sud e delle folle di uomini
della mia infanzia, che tornavano a casa fumandosi una sigaretta
dopo aver assistito a una delle partite di calcio della nazionale,
sempre pesantemente sconfitta.
Quando percepiamo a fondo questo sentimento, e i paesaggi,
gli angoli, le persone che lo trasmettono alla citt, quando ci cre-
sciamo insieme, a un certo punto quella sensazione di tristezza, si-
mile al vapore che comincia a muoversi sottile sulle acque dello
stretto nelle fredde e assolate mattine d'inverno, acquista forme
sempre pi concrete ed evidenti.
Cos la tristezza si allontana del tutto dal senso di malinconia
che riguarda il singolo individuo, e si avvicina al significato adot-
tato da Claude Lvi-Strauss in Tristi tropici. Istanbul, che si trova
al quarantunesimo parallelo, non somiglia affatto alle citt tropi-
cali dal punto di vista climatico, geografico o della povert socia-
le, ma per la fragilit delle sue esistenze, per la sua lontananza dai
centri occidentali, per il "mistero" delle sue relazioni umane, che
un occidentale farebbe fatica a comprendere, e per il senso di tri-
stezza, che ricorda ci che Lvi-Strauss chiama tristesse. Per defini-
re non il dolore che affligge il singolo, ma una cultura, un ambiente
in cui vivono milioni di persone e un sentimento, il termine Huzun
 molto adatto, come tristesse.
La vera differenza tra le due parole e i due stati d'animo non
consiste nel fatto che Istanbul sia molto pi ricca rispetto a Delhi
o a San Paolo (andando nei quartieri periferici, le forme sociali di
povert si somigliano tutte), ma nel fatto che, a Istanbul, la storia
e i ricordi delle vittorie e civilt passate siano ancora ben visibili.
Non solo le grandi moschee monumentali e i palazzi storici, ma
anche i piccoli archi, le fontane e le minuscole moschee, segni spar-
pagliati qua e l, restano in piedi, seppur nel rimpianto, fra milio-
ni di persone, a testimoniare un grande impero nonostante la loro
condizione di abbandono in un mare di cemento armato.
A Istanbul, a differenza di quanto succede nelle citt occiden-
tali con le vestigia dei grandi imperi del passato, i monumenti sto-
rici non sono reliquie protette ed esposte come in un museo, ope-
re di cui ci si vanta con orgoglio. Qui le rovine convivono con la
citt. Ed  questo ad affascinare molti viaggiatori e scrittori di viag-
gi. Ma le antenne della citt ricordano ai suoi abitanti sensibili che
la forza e la ricchezza del passato sono scomparse insieme a quella
cultura, e il presente  povero e confuso e non si pu confrontare
col passato. Questi monumenti, ormai inglobati nell'ambiente per
la loro trascuratezza, in mezzo alla sporcizia, alla polvere e al fango,
proprio come le case signorili della mia infanzia che sono bruciate
una dopo l'altra, non ci concedono neanche il piacere dell'orgoglio.
Questo sentimento ricorda la difficolt di Dostoevskij a com-
prendere, quando era in Svizzera nel 1867, il grande amore dei
ginevrini per la loro citt. Il nazionalista Dostoevskij, arrabbiato
con l'Occidente, in una sua lettera scrisse: "Guardano anche gli
oggetti pi semplici, pure le colonne sulle strade, come se fossero
cose meravigliose". I ginevrini si inorgoglivano della storia della
citt in cui vivevano, anche quando indicavano un semplice indi-
rizzo e dicevano: "Dopo aver superato quella fontana di bronzo
meravigliosa e molto elegante". Invece un cittadino di Istanbul,
in una situazione del genere, direbbe, inquietandosi per ci che
appare allo straniero: "Gira da quella fontana senz'acqua, cam-
mina lungo le macerie". Si pu prendere ad esempio un'indica-
zione tratta dal racconto intitolato Bedia e la bella Eleni di Ahmet
Rasim, uno degli scrittori pi importanti di Istanbul, di cui par-
ler pi avanti: "Superi l'hamam di Ibrahim Pasci. Vada ancora
avanti. Sulla destra vedr una casa cadente che d su un rudere
all'inizio della strada".
Un abitante di Istanbul pi positivo, forse, secondo l'uso co-
mune, avrebbe indicato l'indirizzo menzionando drogherie e caff
che costituiscono la ricchezza pi grande della citt. Perch il mo-
do pi semplice per liberarsi della tristezza di essere testimoni di
un grande impero  non occuparsi dei monumenti storici, e non
prestare assolutamente attenzione ai loro nomi e alle particolarit
architettoniche che li distinguono. Gli abitanti di Istanbul fanno
cos, anche con l'aiuto della povert e dell'ignoranza. Per esempio,
disinteressandosi completamente all'idea di "storia", trattano que-
sti monumenti come se venissero costruiti oggi, e staccano pietre
dalle mura cittadine per usarle nelle loro case, oppure iniziano a re-
staurare i vecchi edifici con il cemento armato. Anche bruciare e
demolire il vecchio per costruire un palazzo "occidentale e mo-
derno"  un modo per dimenticare. Tutta questa indifferenza - e
distruzione - alla fine accresce il senso di tristezza, conferendogli
pure un tono di inutilit e miseria. La condizione di tristezza svi-
luppata dal dolore della distruzione e dalla perdita prepara gli abi-
tanti di Istanbul a nuove sconfitte e ad altre forme di miseria.
A questo punto ci che distingue la tristezza dalla tristesse 
molto chiaro. La tristesse illustrata da Claude Lvi-Strauss in quel
suo libro straordinario  il sentimento che tutte quelle citt po-
vere e grandi nei tropici, la disperazione e le masse di uomini, fan-
no provare a un occidentale. Non spiega lo stato d'animo di quel-
le citt e dei loro abitanti, ma i sensi di colpa di un occidentale,
la sua determinazione nel liberarsi dei pregiudizi e clich e il suo
dolore del tutto umano, pieno di compassione. Invece la tristez-
za  una reazione sviluppata non da uno che guarda dall'esterno,
ma dal cittadino di Istanbul che esce fuori dalla sua situazione. La
musica classica ottomana, la musica pop turca e quella chiamata
"arabesque", in voga negli anni Ottanta, si nutrono proprio di
questo sentimento altalenante, tra la compassione per se stessi e
lo sconforto. L'occidentale che arriva in citt, spesso, non perce-
pisce n questa tristezza n la malinconia. Alla fine, pure Grard
de Nerval, la cui malinconia lo avrebbe condotto al suicidio, a
Istanbul si era entusiasmato per i colori, la vita, la straordinaria
forza e le cerimonie della citt, e si era divertito sentendo nei ci-
miteri risate di donne. Forse questo - l'impercettibilit del senso
di distruzione e perdita -, negli anni in cui lui venne a Istanbul,
dipendeva non dall'impero ottomano, che era ancora saldamente
in piedi, ma dal fatto che avesse dipinto il suo Viaggio in Oriente,
scritto per dimenticare la propria malinconia, con i colori pi ste-
reotipati delle fantasie orientali.
Avendo gi detto che la fonte della tristezza di Istanbul consi-
ste nella sua povert, nella sconfitta e in un senso di smarrimen-
to, riprendo il significato della parola "tristezza" cos come com-
pare nel Corano. Istanbul non porta la tristezza come "una ma-
lattia temporanea", oppure "un dolore di cui liberarsi", ma come
una scelta. Anche se questo significato particolare della tristezza
si avvicina al concetto di malinconia secondo Robert Burton, il
quale scrive che "tutti gli altri piaceri sono vani; nessuno  dolce
come la malinconia", a differenza del suo senso di ironia e di umo-
rismo, nella tristezza di Istanbul c' una forma di orgoglio, anzi
una sorta di superbia. Anche la poesia turca moderna considera la
tristezza un destino inevitabile, e un sentimento che libera e d
profondit all'anima dell'uomo. Allo stesso tempo  una specie di
vetro appannato posto fra il poeta e la vita. Per il poeta, una proie-
zione malinconica della vita  pi attraente della vita stessa - un'i-
dea condivisa anche dagli abitanti di Istanbul, per la loro povert
e le loro ansie. Questo sentimento, che significa chiudersi co-
scientemente in s, di fronte alla vita, da una parte si fa forte del-
la tristezza nella letteratura mistica, e dall'altra si innalza a giu-
stificazione, consapevole e orgogliosa, degli insuccessi, le indeci-
sioni, le sconfitte e le miserie di coloro che vivono in citt. In
questo senso, la tristezza non  solo il risultato, ma anche il vero
motivo delle lacune, delle gravi perdite nella vita. I protagonisti
dei film turchi della mia infanzia e giovinezza, proprio come i per-
sonaggi di tante storie vere di cui sono stato testimone e ho senti-
to in quegli anni, a causa di questo stato d'animo radicato fin dal-
la nascita sembravano non interessarsi affatto agli amori, al dena-
ro, al successo: la tristezza rende l'abitante di Istanbul impacciato,
e diventa una scusa per il suo imbarazzo.
L'ambizione di successo, quella coscienza di essere un indivi-
duo di fronte alla societ che Balzac celebra attraverso personag-
gi come Rastignac, e colloca nel cuore della citt, sono lontane
dalla tristezza. La malinconia degli abitanti di Istanbul atrofizza
ogni tipo di inventiva contro le etichette della societ, e induce
all'omologazione e alla mediocrit. La tristezza che coltiva lo spi-
rito di sopportazione nei momenti di ristrettezze e miseria, por-
ta a una lettura a rovescio della citt. Dal momento che mostra la
sconfitta e la povert non come un risultato ma come una condi-
zione di vita a cui si  stati predestinati,  un atteggiamento sia
dignitoso sia illusorio. Cos la miseria, la confusione mentale e il
dominio del chiaroscuro, penetrati nell'anima di Istanbul come
una malattia inguaribile che si considera alla stregua di un desti-
no, si vivono non come un insuccesso o una mancanza di capacit,
bens come un onore.
Questo atteggiamento  completamente opposto al razionali-
smo e individualismo di Montaigne (e, in seguito, di Flaubert), il
quale, parlando del concetto di tristesse, affermava di essere mol-
to lontano da questo sentimento, pur essendo una persona ma-
linconica. A Montaigne, che non trova assolutamente adatto per
Tristesse il concetto di Saggezza, Virt e Coscienza, scritte con la
lettera maiuscola, piace il fatto che gli italiani considerino la pa-
rola "tristezza" dannosa, una sorta di infelicit senza fine.
Secondo Montaigne, la tristezza poteva certo essere sconfitta
dal solitario uomo di libri, proprio come vediamo dal suo atteg-
giamento dinanzi alla morte. Invece Istanbul vive pienamente
questa condizione, e la approva. Ci che fanno la letteratura, la
poesia e la musica turca, nutrendosi orgogliosamente di questo
sentimento, dandogli importanza e facendone un vanto,  in fon-
do un tentativo di trasformare la tristezza in un principio che de-
finisce e armonizza Istanbul come una comunit. Nella Quiete di
Tanpinar, che  il pi importante romanzo scritto su questa citt,
i protagonisti sono, nelle loro incertezze, titubanti e destinati al-
la sconfitta proprio a causa della tristezza provocata in loro dal
senso di crollo e smarrimento. L'amore, per questi motivi, non si
conclude mai serenamente. Nei film su Istanbul, in bianco e nero,
la bella storia che colpisce profondamente e sembra vera, proprio
per la "tristezza" immediata e innata del ragazzo, si trasforma in
un melodramma.
Nella maggior parte di questi film in bianco e nero, come suc-
cede nel romanzo La quiete, ci sono personaggi tristi che non rie-
scono a essere felici, perch si chiudono in se stessi, non sono ab-
bastanza decisi e intraprendenti e si rassegnano alle condizioni
imposte dalla storia e dall'ambiente, e nel momento in cui noi ci
identifichiamo con loro, i panorami di Istanbul, nonostante siano
"belli", straordinari e pittoreschi, cominciano a sfumare colpiti
dalla stessa tristezza. Qualche volta, mentre davanti alla televisio-
ne cambio canale e comincio a guardare un film, a caso, gi inizia-
to, e vedo le scene di strada, in bianco e nero, mi viene alla mente
un pensiero. Quando vedo le vie lastricate dove cammina il prota-
gonista, intento a guardare le finestre luminose di una casa di legno
e a sognare l'amante che sta per sposarsi con un altro, oppure quan-
do osservo i panorami del Bosforo, in bianco e nero, che il nostro
eroe contempla dopo aver trasformato la modestia e l'umilt in una
dimostrazione di orgoglio e determinazione di fronte al ricco e po-
tente industriale, penso che la tristezza di quell'uomo, in realt,
non dipenda dalla sua storia pesante e dolorosa, oppure dall'im-
possibilit dell'amore, ma esca proprio dai paesaggi, dalle strade,
dalle immagini di Istanbul, per insinuarsi nella sua coscienza. Al-
lora credo anche di poter comprendere la storia dei protagonisti,
di poter percepire la loro tristezza guardando solo il panorama e il
susseguirsi di vie. Anche i personaggi della Quietc, romanzo certo
di un altro livello rispetto a questi film popolari, allo stesso modo,
appena si trovano davanti a una situazione difficile, vanno a fare
una gita sul Bosforo oppure, camminando per le strade seconda-
rie di Istanbul, contemplano le sue rovine, e si rattristano.
Il problema degli scrittori e dei poeti di Istanbul, che da una
parte condividevano questa forma di degrado e smarrimento -
e la tristezza - con la citt e dall'altra, come Tanpinar, erano
appassionati di letture e sentivano l'entusiasmo per la cultura oc-
cidentale e la voglia di modernit, era davvero complicato: con
quel sentimento di comunit trasmesso dal senso di tristezza, do-
vevano scegliere tra la solitudine razionale di Montaigne e quel-
la sentimentale di Thoreau. Alcuni di loro per, sulla base di que-
ste influenze, sono riusciti a sviluppare un'immagine di Istanbul
che, bisogna riconoscerlo,  diventata parte della citt e della mia
storia. E io ho scritto questo libro in un dialogo costante con le
opere di quattro scrittori tristi di Istanbul, che hanno fatto pro-
pria questa immagine fra tante difficolt, esitazioni, letture e viag-
gi, e l'hanno alimentata e diffusa.

Capitolo undicesimo
Quattro scrittori tristi e solitari


Quando ero bambino non li conoscevo molto. Avevo leggiuc-
chiato un po' le poesie, famose in tutto il paese, del grasso poeta
Yahya Kemal. Del famoso storico Reat Ekrem Kou avevano ini-
zialmente attirato la mia attenzione i disegni sui metodi di tortu-
ra ottomani che lui faceva fare per i suoi articoli sulle pagine di
storia dei giornali. A dieci anni conoscevo gi i nomi di questi
scrittori perch nella libreria di mio padre c'erano le loro opere.
Ma allora la mia idea di Istanbul, che ancora doveva formarsi, non
subiva la loro influenza. Alla mia nascita, tutti e quattro erano vi-
vi, e abitavano in citt, a pochi passi da casa mia. E quando ave-
vo dieci anni, erano tutti morti tranne uno, e non avevo visto nes-
suno di loro da vivo.
Negli anni successivi, mentre tentavo di ricostruire la Istanbul
della mia infanzia, le fotografie in bianco e nero che avevo in te-
sta e i loro libri si sono mescolati, e non sono pi riuscito a pen-
sare a Istanbul, alla mia Istanbul, senza di loro. A un certo punto,
quando intorno ai trentacinque anni sognavo di scrivere un grande
romanzo su Istanbul, sullo stile dell'Ulisse, mi feci catturare dal
piacere di immaginare questi quattro scrittori tristi ment,re pas-
seggiavano per le strade della citt, dove camminavo anch io: per
esempio, una volta alla settimana, la mia nonna materna andava -
anche se dopo se ne lamentava capricciosamente - al ristorante
Abdullah Effendi, a Beyoglu, dove si recava sempre anche il gras-
so poeta. Pensavo che mentre Kemal pranzava l, lo storico Kou,
impegnato a raccogliere materiale per l'enciclopedia su Istanbul,
passasse davanti a quel ristorante. Poi immaginavo lo storico-gior-
nalista che amava i ragazzi giovani e belli acquistare il quotidiano
in cui compariva un articolo del romanziere Tanpinar, da un gio-
vane edicolante, in un vicolo di Beyoglu. In quel momento, forse
lo scrittore Abdulhak inasi Hisar, ossessionato dall'igiene - por-
tava guanti bianchi e raramente usciva di casa -, stava litigando
con il rivenditore di interiora perch non aveva avvolto la carne
di fegato in un foglio di giornale pulito. Vedevo questi miei quat-
tro eroi camminare talvolta negli stessi istanti, talvolta sotto la
stessa pioggia, talvolta nello stesso angolo, talvolta nella stessa
salita, e incrociarsi.
Mi aprivo davanti le mappe di Beyoglu, Taksim, Cihangir e
Galata del famoso cartografo croato Pervitic, e stabilivo via dopo
via, palazzo dopo palazzo, i luoghi dove potevano aver cammina-
to i miei protagonisti, frugando nei miei ricordi e ricostruendo
nei dettagli i fiorai, i caff, le taverne oppure le pasticcerie dove
forse si erano incontrati. L'odore dei cibi in tutti questi locali, i
uotidiani sgualciti nei caff, i manifesti pubblicitari, gli ambu-
l nti, i cartelloni sugli autobus e molti altri punti di riferimento,
come ad esempio il tabellone luminoso sistemato in cima a un
grande palazzo (oggi abbattuto) all'angolo di piazza Taksiq, rap-
presentavano i termini di confronto e di incrocio fra i miei quattro
tristi personaggi. Ogni volta che ricoxdo questi scrittori, penso
che ci che rende particolare una citt non sono soltanto la sua
topografia i suoi palazzi e le immagini dei suoi abitanti, ma an-
che i ricordi delle persone che hanno vissuto per cinquant'anni
nella stessa strada, come me, e l'insieme delle coincidenze, segrete
e palesi, delle parole, dei colori e delle scene. Allora penso di es-
sermi imbattuto anch'io in questi quattro scrittori tristi, durante
la mia infanzia.
Devo aver incontrato Tanpinar, che fra i quattro scrittori 
quello che sento pi vicino a me, nei primi tempi in cui mia madre
mi portava a Beyoglu. Anche noi, come lui, andavamo alla libreria
Hachette. Comunque, il romanziere soprannominato "Kirtipil",
Infelice, viveva in una piccola stanza della casa di riposo di Nar-
manli, subito l di fronte. Palazzo Ongan, a Ayazpaa, dove an-
dai subito dopo la nascita perch il nostro era ancora in costru-
zione, era di fronte al Park Hotel, in cui aveva vissuto il poeta
Yahya Kemal, il maestro di Tanpinar, verso la fine della sua vi-
ta. In quegli anni Tanpinar non andava forse a visitare Yahya Ke-
mal al Park Hotel? Posso averli visti nella pasticceria dell'alber-
go dove mia madre andava spesso a comprare il dolce, dopo il no-
stro trasloco a Niantai. Anche Abdulhak inasi Hisar, che io
definisco un memorialista, come il famoso storico Kou andava
spesso a Beyoglu, a fare la spesa e a mangiare. Devo aver incontra-
to anche loro.
Mi rendo conto di comportarmi come i veri fan che colgono
coincidenze e punti d'incontro fra la loro esistenza e i dettagli dei
film e della vita dei loro attori preferiti. Ma le poesie, i romanzi,
i racconti, gli articoli, le memorie e le enciclopedie di questi quat-
tro personaggi con i quali, di tanto in tanto, parler e discuter in
questo libro, mi hanno avvicinato all'anima della citt. Questi
quattro scrittori tristi, con il loro atteggiamento complesso e crea-
tivo fra il passato e il presente, oppure, come piace dire agli occi-
dentali, fra l'Oriente e l'Occidente, mi hanno aiutato a conciliare
l'arte e la letteratura moderna con la vita e la cultura della citt in
cui vivo.
Tutti questi scrittori furono, a un certo punto della loro car-
riera, abbagliati dallo splendore della letteratura occidentale, so-
prattutto della letteratura e arte francese. Il poeta Yahya Kemal,
durante la sua giovinezza, aveva vissuto per nove anni a Parigi, e
aveva fatto propria l'idea della "poesia pura" attraverso le opere
di Verlaine e Mallarm, idea che avrebbe poi tentato di "nazio-
nalizzare". Pure Tanpinar, che considerava Yahya Kemal come un
padre, ammirava gli stessi poeti, e anche Valry. C'era pure An-
dr Gide tra gli scrittori francesi di cui si erano appassionati, e di
cui non potevano pi fare a meno. Tanpinar aveva imparato a rac-
contare il panorama con le parole di Thophile Gautier, che an-
che Yahya Kemal apprezzava.
L'ammirazione, a volte quasi infantile, per la letteratura fran-
cese e la cultura occidentale, durante gli anni della giovinezza, ave-
va insegnato loro a essere, irrinunciabilmente, moderni e occi-
dentali nelle rispettive opere. Volevano scrivere come i francesi:
su questo non avevano dubbi. Ma sapevano anche che, scrivendo
come gli occidentali, non potevano essere originali quanto loro.
Invece la cultura francese aveva insegnato loro, insieme al con-
cetto moderno di letteratura, pure l'idea di autenticit, originalit
e verit cui non dovevano sottrarsi. La contraddizione che avver-
tirono tra la necessit di comportarsi da occidentali e quella di es-
sere "autentici", specialmente negli anni in cui scrivevano le loro
prime opere con le proprie voci, procur loro notevoli difficolt.
Un altro aspetto che volevano conciliare con l'idea di originalit
e autenticit erano i concetti di "arte per arte" o "poesia pura" che
appresero da scrittori come Gautier o Mallarm. Anche altri artisti
della loro generazione avevano subto l'influenza degli scrittori fran-
cesi, che leggevano con lo stesso entusiasmo, ma ci che imparava-
no stimolava il loro istinto a "essere utili" e a insegnare, pi che il
desiderio di autenticit, perci non incontrarono grossi ostacoli.
Mentre questi scrittori, indaffarati in un percorso che da un lato si
apriva a una letteratura didattica, e dall'altro si buttava sulle que-
stioni politiche, erano maggiormente attratti da autori come Hugo
o Zola, Yahya Kemal, Tanpinar e Abdulhak inasi Hisar pensava-
no a Verlaine, Mallarm e Proust. Per loro un'altra fonte di diffi-
colt era il nazionalismo turco, imposto prima dal crollo dell'impe-
ro ottomano, e dal pericolo di diventare una colonia dell'Occiden-
te, e poi dalla Repubblica turca.
Volendo tenersi lontani dall'insegnamento e dalla politica, ed
essendo pervasi da un istinto estetico, erano annegati tra le varie
richieste del nazionalismo. Il gusto del bello che impararono in
Francia aveva fatto loro capire che in Turchia, condannati alla so-
la modernit, non potevano avere un'eco forte e vera come Mal-
larm e Proust. Trovarono ci che cercavano in una realt molto
autentica e poetica, cio nel crollo di una grande civilt, quel-
l'impero ottomano in cui nacquero e crebbero. Comprendendo
che la civilt ottomana era sprofondata e sepolta per sempre, que-
sti scrittori poterono parlare del passato senza correre i pericoli
del nazionalismo aggressivo e del campanilismo da cui si fecero
prendere molti loro contemporanei, spinti invece da una nostal-
gia superficiale e dall'esaltazione della storia. La Istanbul che
conservava le tracce della grave perdita sotto forma di ruderi:
quella era la loro citt. Capirono che solo facendosi catturare dal-
la poesia triste del crollo e della rovina potevano trovare una vo-
ce particolare.
Edgar Allan Poe, nel suo famoso scritto intitolato La filosofia
della composizione, dice che, mentre componeva la poesia Il corvo,
una delle sue principali preoccupazioni era scrivere una lirica con
un tono "malinconico". Poe, con la stessa lucida razionalit di Co-
leridge, decide che il tema pi malinconico  la morte. Poi si chie-
de quando il tema della morte pu essere poetico. L'autore ri-
sponde anche a questa domanda con una logica da ingegnere, af-
fermando: "Quando  legato strettamente alla bellezza", e spiega
che proprio per questo motivo ha collocato al centro della sua poe-
sia una ragazza molto bella, ma morta.
Senza dubbio questi quattro scrittori che immagino di aver in-
contrato durante la mia infanzia non avevano seguito consape-
volmente i ragionamenti di Poe, ma avevano intuito che poteva-
no avere una voce originale solo tornando al passato di Istanbul,
tristemente consci che quella cultura era morta e perduta per sem-
pre. Mentre osservavano lo splendore della citt di un tempo, del-
la sua vita, ogni tanto davano anche un'occhiata alla bellezza che
giaceva morta in un angolo oppure alle rovine di Istanbul, e que-
sto comportamento conferiva al passato un'aura di dignit e di poe-
sia. Il punto di vista eclettico, che definirei "la tristezza delle ro-
vine", rese questi scrittori dei nazionalisti, come voleva lo stato
oppressivo, e li protesse anche dalla ferocia e dall'aggressivit di
alcuni loro contemporanei, appassionati di storia. Ci piacciono e
non ci deprimono le memorie di Nabokov, la perfezione e la ric-
chezza della sua aristocratica famiglia, perch lo scrittore, che ci
parla da un altro continente e con un'altra lingua, subito all'inizio
del suo libro sottolinea chiaramente che quel mondo  scomparso
ormai da tempo, finito e distrutto. I giochi di tempo e memoria,
adatti all'atmosfera bergsoniana del periodo (e a cui ricorsero an-
che i quattro scrittori tristi), proprio come le rovine a Istanbul, ci
fanno vivere soltanto come un piacere estetico la fugace illusione
che il passato sia ancora attuale oggi.
Questa illusione  ben presente anche nei miei quattro scritto-
ri tristi, sotto forma di un gioco, di un dolore dopo il gioco, del
tentativo di occuparsi della morte e della bellezza. Ma il loro pun-
to di partenza  comunque l'idea che lo splendore della civilt del
passato sia finito per sempre.
Abdulhak inasi Hisar, mentre parla di ci che chiama la "Ci-
vilt del Bosforo", con un sentimento fra la nostalgia e il dolore,
interrompe il suo discorso, e come se gli fosse venuto in mente in
quel momento afferma: "Tutte le civilt, come gli uomini nelle
tombe, sono transitorie. E noi sappiamo che le civilt scomparse
non torneranno pi, come i nostri morti".
Il punto che accomuna questi quattro scrittori  la poeticit che
danno a questo sentimento, che nasce proprio dalla consapevolez-
za della perdita. Per sentire questa tristezza dovevano rivolgere lo
sguardo non solo al passato di Istanbul, ma anche al suo presente.
Quando lo facevano, vedevano nell'Istanbul di quel momento un
passato che viveva tra le rovine.
Dopo la prima guerra mondiale, allorch il poeta Yahya Kemal
e lo scrittore Tanpinar, per sviluppare un immagine sia triste sia
"turco-ottomana" di Istanbul, leggevano i libri dei viaggiatori oc-
cidentali e passeggiavano tra i ruderi nei quartieri periferici della
citt, la popolazione di Istanbul superava appena il mezzo milione.
Durante la mia infanzia, alla fine degli anni Cinquanta, era intor-
no al milione. Invece, all'inizio del Duemila, era di circa dieci mi-
lioni. Se lasciamo da parte il Bosforo, Pera e la citt antica, la po-
polazione odierna di Istanbul  dieci volte pi numerosa di quella
dei tempi di questi scrittori.
Ma l'immagine pi diffusa della citt, assimilata dai suoi abi-
tanti,  quella creata proprio da loro. Uno dei motivi della man-
canza di una rappresentazione diversa  la scarsa volont di svi-
lLlppare, oltre a quella del Bosforo, della penisola storica e dei cen-
tri antichi, nuove immagini da parte degli abitanti che si sono
aggiunti negli ultimi cinquant'anni alla popolazione di Istanbul.
Su questo influisce anche il fatto che coloro che vivono nei quar-
tieri periferici, di cui si parla con un'oggettivit spietata, dicendo
che ci sono bambini intorno ai dieci anni che non hanno ancora
visto il Bosforo, in realt non si sentono affatto di Istanbul, co-
me dimostrano anche i sondaggi. Poich la citt  rimasta in bili-
co fra la cultura tradizionale e quella occidentale, e fra una mino-
ranza troppo ricca e i quartieri periferici dove vivono milioni di
poveri, ed  per questo divisa e aperta ai flussi migratori, negli ul-
timi centocinquant'anni nessuno  riuscito a sentirsi completa-
mente a casa propria.
E i quattro scrittori tristi di cui parler ancora in questo libro,
mentre scrivevano le loro opere nei primi quarant'anni della Re-
pubblica, avendo rivolto eccessivamente lo sguardo alle rovine
del passato oppure allo stile di vita ottomano, e non al sogno e
all'utopia di occidentalizzazione, sono stati accusati di essere dei
"reazionari".
Invece loro volevano soltanto continuare a subire il fascino di
due grandi culture, due fonti essenziali che i giornalisti chiame-
rebbero superficialmente "Oriente" e "Occidente". Per la tri-
stezza che sentivano con tutto il cuore, condividevano senza dub-
bio il senso di comunit dominante a Istanbul, e approfondivano
l'idea di bellezza che questo sentimento avrebbe aggiunto al pa-
norama e alla scrittura guardando la citt con gli occhi di un occi-
dentale straniero. Essere agli antipodi di ci che veniva imposto
dallo stato, dalle realt sociali e dalle diverse comunit, compor-
tarsi da "occidentali" quando bisognava comportarsi da "orienta-
li", e agire da "orientali" quando occorreva agire da "occidentali",
era una forma istintiva di protezione a cui ricorrevano i nostri au-
tori, nella loro indispensabile solitudine.
Questi quattro tristi scrittori, il memorialista Abdulhak inasi
Hisar, il suo amico Yahya Kemal su cui scrisse un libro, lo scrittore
Ahmet Hamdi Tanpinar, allievo e poi amico di Yahya Kemal, e il
giornalista e storico Reat Ekrem Kou, hanno vissuto da soli gli
anni della loro vita, e non si sono mai sposati. Tranne Yahya Ke-
mal, tutti prima di morire hanno avvertito con dolore che non ave-
vano potuto portare a termine le loro opere come avrebbero volu-
to, o non avevano potuto trovare i lettori che desideravano. Inve-
ce il poeta pi grande e importante di Istanbul, Yahya Kemal, si
era rifiutato di pubblicare i suoi libri gi in vita.

Capitolo dodicesimo
La nonna paterna


Quando glielo si domandava, diceva di credere al processo di
occidentalizzazione di Ataturk, ma in realt, come a tutti coloro
che vivevano l, a mia nonna non importava nulla n dell'Occidente
n dell'Oriente. Usciva sempre pi di rado. Non si interessava n
ai monumenti, n alla storia, n alle "bellezze" di Istanbul, come
la maggior parte delle persone che considerano la loro citt la loro
casa. Lei aveva studiato storia alle magistrali. Si era fidanzata con
mio nonno e aveva compiuto un'azione molto coraggiosa nell'I-
stanbul di inizio secolo, andando con lui al ristorante prima del ma-
trimonio. In quel ristorante - che immagino fosse a Pera perch
servivano alcolici - mio nonno le aveva chiesto cosa volesse bere
(intendeva un t o una limonata) e mia nonna, pensando che le pro-
ponesse un liquore, nel 1917, gli aveva risposto duramente.
- Non bevo alcolici, signore.
Quando si distendeva, bevendo un bicchiere di birra nei pran-
zi e nelle cene di famiglia, durante le feste e i Capodanni, si met-
teva sempre a raccontare questa storia che ormai tutti conosceva-
mo molto bene, e si faceva grosse risate. Se era seduta sulla solita
poltrona del salone, in un giorno qualsiasi, la sua risata, dopo que-
sta storia, si trasformava in lacrime per la morte precoce di mio
nonno, "persona straordinaria", che avevo visto in alcune foto-
grafie. Mentre lei piangeva, io cercavo di immaginarla passeggiare
allegramente per le strade. Ma questo mi era difficile quanto raf-
figurarmi la donna grassa e imperturbabile di un quadro di Renoir
come la donna magra, alta e nervosa di un dipinto di Modigliani.
Mio nonno, dopo aver costruito un discreto patrimonio, mor
piuttosto giovane per una forma di leucemia, cos lei divenne "la
signora" di una grande famiglia. Il suo cuoco, che era una sorta
di amico per lei, quando si stancava dei suoi ordini interminabi-
li e delle sue critiche, con un leggero sarcasmo le diceva: "Va be-
ne, padrone" Ma la sua tirannia si faceva valere soltanto in casa
dove girava con un grande mazzo di chiavi. Quando mio padre e
mio zio, fra le continue crisi aziendali dovute agli investimenti sba-
gliati e ai costosi fallimenti, la spingevano a vendere uno dopo l'al-
tro i beni, i palazzi e gli alloggi che avevano ereditato dal padre,
lei, dopo aver pianto un po', consigliava loro maggior attenzione,
semplicemente.
Passava la mattina nel suo letto sotto la grande trapunta, ap-
poggiata su enormi cuscini di piuma, messi in fila uno dietro l'al-
tro. Il cuoco Bekir, ogni volta, preparava un grosso vassoio con
l'uovo  la coque, le olive, il formaggio di capra e il pane tostato,
e lo sistemava con cura sul cuscino che lei appoggiava alla trapun-
ta (il vecchio quotidiano che si metteva tra il guanciale ricamato a
motivi floreali e il vassoio d'argento guastava un po' l'immagine),
e mia nonna faceva colazione a lungo, leggendosi il giornale, e in-
tanto accoglieva i primi visitatori della mattina. (Ho imparato da
lei il piacere di bere il t zuccherato, tenendo in bocca un pezzo
di formaggio duro). Mio zio, che non riusciva ad andare al lavoro
senza aver prima baciato e accarezzato sua madre, ogni giorno pas-
sava da lei di buon'ora. Anche mia zia, dopo aver mandato suo ma-
rito al lavoro, andava a salutarla con la sua borsa in mano. Prima
di iniziare la scuola e di imparare a leggere e a scrivere, per un bre-
ve periodo, come aveva fatto due anni prima mio fratello, anch'io
ogni mattina andavo da mia nonna, col quaderno in mano, e mi
sedevo sul bordo del letto a cercare di imparare da lei il mistero
dell'alfabeto. Come avrei scoperto successivamente a scuola, mi
infastidiva imparare dagli altri, e quando vedevo un foglio bian-
co, vuoto, non mi veniva voglia di scrivere ma di scarabocchiare.
In mezzo a queste piccole lezioni di lettura e scrittura, il cuo-
co Belcir entrava nella stanza e ogni giorno, con le stesse parole,
poneva la stessa domanda:
"Cosa diamo oggi a questi?"
La domanda veniva fatta con una grande seriet, come se si
decidesse per il vitto di un enorme ospedale o di una grande ca-
serma. Mentre mia nonna e il cuoco parlavano delle persone del
palazzo che dovevano venire a pranzo o a cena e dei piatti da cu-
cinare, e cercavano di trarre ispirazione dal "menu del giorno" si-
tuato nella parte inferiore del foglio del calendario, pieno di stra-
ne informazioni, io me ne stavo a contemplare un corvo che vola-
va intorno ai rami di un cipresso nel giardino sul retro.
Il cuoco Bekir, sempre spiritoso nonostante la fatica del suo la-
voro, aveva dato un nomignolo a ognuno dei nipotini che giravano
per casa. Il mio era "corvo". Dopo tanti anni, quando gliene chiesi
il motivo, mi spieg che guardavo sempre i corvi sul tetto accanto,
ed ero molto magro. Il soprannome di mio fratello, che non si sepa-
rava mai dal suo orsacchiotto, era "tata", quello di un mio cugino
dagli occhi a mandorla "giapponese", quello di un altro che era osti-
nato "capra", e quello di un altro ancora, nato prematuro, "sei me-
si". Per anni, nel palazzo, siamo stati chiamati con questi nomignoli
in cui, secondo me, si celava un timbro d'affetto, nessuno escluso.
Nella stanza di mia nonna c'era una specchiera assai allettan-
te, come quella di mia madre, dove la mia immagine poteva per-
dersi tra le ali dello specchio, ma era vietato toccarla. Mia nonna
aveva sistemato questo tavolino, che non usava mai per truccarsi,
in un posto tale da poter vedere attraverso lo specchio, senza al-
zarsi dal letto dove passava l'intera mattina, tutto il lungo corri-
doio, l'ingresso di servizio, l'entrata e il salone fino alle finestre
che davano sulla strada; in questo modo riusciva a controllare i
movimenti della casa, coloro che entravano e uscivano, quelli che
chiacchieravano e i suoi nipotini che bisticciavano in un angolo.
Dato che uno spostamento all'altro capo della casa sempre in pe-
nombra si rifletteva pi piccolo in quello specchio, talvolta mia
nonna, non comprendendo cosa succedeva in un punto lontano del
salone, ad esempio vicino al tavolo intarsiato di madreperla, si met-
teva a gridare con tutte le sue forze, dal letto; e subito arrivava
Bekir, a soddisfare la sua curiosit.
Oltre a leggere i giornali e a ricamare fiori sulle federe dei cu-
scini, mia nonna trascorreva la maggior parte dei pomeriggi fu-
mando e giocando a bazzica con le signore di Niantai della sua
et. Mi ricordo che a volte giocavano anche a poker. Mi piaceva
mettermi in un angolo a frugare tra le fiches, e intanto giocavo con
le diverse monete dell'impero ottomano, quelle col buco, scabre
intorno e con il monogramma del sultano sopra.
Una delle signore al tavolo da gioco era uscita dall'harem - or-
mai abolito - e si era sposata con un collega di mio nonno, perch
dopo il crollo dell'impero ottomano la sua famiglia - mi  diffici-
le dire dinastia - era stata costretta ad abbandonare Istanbul. Que-
sta signora, di cui imitavo con mio fratello i discorsi eccessiva-
mente gentili, e mia nonna, nonostante fossero in confidenza, si
rivolgevano l'una all'altra con espressioni quali "signora" o "gen-
tildonna", e nel frattempo mangiavano allegramente i dolci e le
fette di pane col formaggio fuso che il cuoco aveva appena pre-
parato. Tutt'e due erano grasse ma si sentivano a loro agio, per-
ch vivevano in un tempo e in una cultura in cui l'obesit non era
affatto un problema. Quando la mia grassa nonna doveva uscire
di casa una volta ogni mille anni, per rispondere a un invito, i
preparativi cominciavano giorni prima, e per l'ultima fase veni-
va chiamata la moglie del nostro portiere, la signora Kamer, per-
ch tirasse i fili del corpetto di mia nonna, con tutte le sue forze.
Avevo assistito a una scena d'annodamento, durata a lungo, con
spinte, lotte e raccomandazioni del tipo "piano, figliola". Anche
la donna convocata per la manicure e il pedicure mi affascinava
con i suoi contenitori sparsi ovunque, le saponette, le spazzole e
tante altre sue attrezzature, ma mentre le unghie delle dita paf-
fute di mia nonna - che nella mia testa avevano un posto parti-
colare - venivano dipinte di rosso, vedere i batuffoli di cotone
tra quelle dita mi trasmetteva un senso insieme di attrazione e di
repulsione.
Vent'anni dopo, quando ormai vivevamo in luoghi diversi e in
case differenti, a Istanbul, allorch andavo a farle visita nel suo
appartamento a Palazzo Pamuk, la trovavo, di mattina, ogni vol-
ta sullo stesso letto, sdraiata fra le borse, i giornali, i cuscini e le
ombre. L'odore particolare della stanza, un miscuglio di sapone,
acqua di Colonia, polvere e legno, era sempre uguale. Un altro og-
getto che mia nonna teneva continuamente con s era un quader-
no spesso dove ogni giorno scriveva qualcosa. Questo quaderno,
su cui erano annotati i conti, i ricordi, i cibi, le spese, i progetti e
le condizioni del tempo, assomigliava bizzarramente a un registro
di protocollo. Su quei fogli, mia nonna usava talvolta una lingua
"cerimoniale", forse per scherzo; inoltre, a causa della sua passio-
ne per la storia, su questo quaderno ogni suo nipote portava il no-
me dei sultani vittoriosi dell'impero ottomano. E io, dopo averle
baciato la mano ed essermi messo in tasca, senza alcuna vergogna
ma anzi con gioia, la banconota che mi dava ogni volta che anda-
vo a farle visita, le raccontavo talora come stavano e cosa faceva-
no i miei genitori e mio fratello; lei allora mi leggeva ci che scri-
veva sul suo registro in quel momento.
"Il mio nipotino Orhan  venuto a trovarmi.  molto intelli-
gente, molto simpatico. Studia architettura all'universit. Gli ho
dato dieci lire. Spero che un giorno avr molto successo e sar in
grado di diffondere il nome della famiglia Pamuk, gloriosamente,
proprio come suo nonno".
Quindi, da sopra gli occhiali che rendevano ancor pi strani i
suoi occhi ormai afflitti da cataratte, mi guardava con un sorriso
pieno di spirito e io cercavo di sorriderle allo stesso modo, senza
capire se dietro a questo atteggiamento ci fosse una sorta di au-
toironia o la scoperta dell'assurdit della vita.

Capitolo tredicesimo
I piaceri e i fastidi della scuola


La prima cosa che imparai a scuola fu che alcune persone era-
no stupide; la seconda, che c'erano altre persone ancora pi stu-
pide. Poich a quell'et non capivo che far finta di non accorger-
si di questa differenza fondamentale e determinante, proprio co-
me le diversit di religione, razza, sesso, classe, ricchezza e cultura,
era un segno di maturit, educazione e signorilit, a ogni doman-
da della maestra alzavo la mano, in un moto frenetico, per mo-
strarle che sapevo la risposta.
Nei mesi e negli anni successivi, questa per me divenne un a-
bitudine. Sia la classe sia la maestra avevano ormai intuito che ero
un allievo bravo e intelligente, ma io, per dimostrare che avevo la
risposta pronta a ogni domanda, continuavo imperterrito ad alza-
re la mano. La maestra mi dava raramente la parola, e spesso in-
dicava altre mani alzate, negandomi la possibilit di intervenire.
Dopo un certo tempo, cominciai ad alzare la mano automatica-
mente, anche quando non sapevo la risposta. In questo mio at-
teggiamento c'erano sia il desiderio di apparire, simile all'inquie-
tudine di chi vuol far notare le proprie ricchezze, indossando abi-
ti ordinari ma con accessori o cravatte costose, sia l'ammirazione
nei confronti della maestra, e l'ansia di collaborare con lei.
E un'altra cosa che imparai a scuola fu il potere dell'insegnan-
te, la sua "autorit". La famiglia allargata di Palazzo Pamuk era
caotica e disunita: durante i pranzi e le cene ognuno parlava la sua
lingua. La famiglia sembrava legata dal bisogno di affetto e di ami-
cizia, dalle conversazioni, e dalle regole e abitudini rispettate da
tutti, come mangiare insieme e ascoltare la radio. A casa, mio pa-
dre non era assolutamente un'autorit: si faceva vedere poco e ogni
tanto scompariva. Ancor pi importante, non ci sgridava mai, e
non aggrottava neppure le sopracciglia quando io e mio fratello fa-
cevamo qualcosa che non gli piaceva. Mio padre, quando ci pre-
sentava ai suoi amici, diceva giustamente cos: "E questi due so-
no i miei fratelli minori". Io cos avevo conosciuto soltanto mia
madre come "autorit" in casa. Ma la forza che aveva su di me na-
sceva dal mio desiderio di essere amato, accarezzato e apprezzato,
altrimenti per me non era un "potere". Per questo l'autorit della
maestra sulla classe di venticinque alunni fu per me una calamita.
Provavo un gran desiderio d'avere conferme da lei, forse per-
ch la identificavo con mia madre. Oltre a rispondere a ogni do-
manda, volevo anche svolgere bene i compiti, essere amato dal-
l'insegnante e mostrarmi diverso e intelligente. "State con le brac-
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cia conserte, e seduti, senza parlare", diceva, e io, con le braccia
conserte, rimanevo pazientemente seduto al mio posto. Ma a po-
co a poco il piacere di rispondere a ogni domanda, di risolvere un
problema aritmetico prima di tutti o di avere i voti pi alti co-
minci ad affievolirsi, le lezioni diventarono noiose e il tempo ini-
zi a scorrere con una lentezza incredibile.
Toglievo il mio sguardo dal compagno tonto e grasso che cerca-
va di scrivere qualcosa sulla lavagna o dalla bambina che fissava
l'insegnante, la classe, i bidelli e tutto il mondo con lo stesso sguar-
do ottimista e benevolo, lieto e festoso, e contemplavo, su in alto,
i rami di un castagno tra i palazzi. Si posava un corvo. Io lo os-
servavo attentamente. Dietro al corvo, di cui vedevo il corpo da
sotto, una nuvola pi in l cambiava sia forma sia posizione. La
nuvola che vedevo dalla finestra mi sembrava il muso, la testa di
una volpe, e poi assutneva le sembianze di un cane. Alla fine vo-
levo che il cane non cambiasse forma, e che la nuvola continuasse
il suo viaggio sotto l'aspetto di cane, ma dopo un po' si trasfor-
mava in una delle zuccheriere d'argento nella vetrinetta della cre-
denza sempre chiusa di mia nonna, e mi veniva voglia di tornare
a casa. Mentre pensavo al silenzio, al buio della casa, appariva al-
l'improvviso mio padre tra le ombre e insieme prendevamo la mac-
china per la nostra gita domenicale sul Bosforo. E poi si apriva la
finestra della casa di fronte, da cui la domestica sbatteva lo strac-
cio per la polvere: guardava pensierosa la strada che io non riusci-
vo a vedere dal mio banco. Chiss cosa c'era... Io ascoltavo il ru-
more di una carrozza che procedeva sulla via lastricata e sentivo il
rigattiere che annunciava urlando il suo arrivo. La domestica, do-
po aver seguito con lo sguardo il venditore, si ritirava e, sui vetri
della finestra chiusa, vedevo un'altra nuvola che andava alla stes-
sa velocit della prima, ma in senso contrario. Mentre la nuvola ri-
flessa continuava il suo viaggio, mi chiedevo se era sempre la stes-
sa nuvola volpe-cane-zuccheriera. Proprio in quel momento la clas-
se si animava e io, scorgendo le mani alzate, senza neanche aver
sentito la domanda dell'insegnante, alzavo la mia, come se sapes-
si la risposta. In quei primi attimi in cui non capivo ancora la do-
manda dalle risposte dei compagni, nella mia mente immersa nel-
le fantasticherie nasceva la vana convinzione di sapere molto be-
ne la risposta.
Per me ci che rendeva divertenti le aule dove stavamo a due
a due nei banchi non era tanto il fatto di imparare o di avere l'ap-
provazione dell'insegnante, bens il piacere di conoscere uno a
uno i miei compagni e constatare con un briciolo di stupore, am-
mirazione e pena quanto fossero diversi da me. C'era, ad esem-
io, quel bambino triste che mentre leggeva durante l'ora di tur-
co, nonostante facesse molta attenzione, saltava spesso le righe,
e tutta la classe rideva. In prima elementare c'era una bambina
dai capelli rossi, raccolti in un codino, con la quale, per un certo
periodo, mi ritrovai nello stesso banco. La sua cartella era sem-
pre disordinata, sporca e piena di mele morsicate, ciambelle, chic-
chi di sesamo, matite e nastri per capelli, ma il profumo di la-
vanda che veniva da lei, e dalla sua cartella, mi attirava inesora-
bilmente; io ammiravo anche il suo modo di esprimersi corretto
e disinvolto, e durante i finesettimana ne sentivo la mancanza.
Un bambino aveva la testa schiacciata come un piatto, secondo
quanto diceva mia nonna, un altra bambina, minuscola, mi affa-
scinava per la sua esilit e delicatezza, e un'altra ancora mi stupi-
va perch raccontava senza alcuna remora tutto ci che succedeva
a casa sua e io mi chiedevo come potesse essere cos. Perch mai
questa bambina piangeva a dirotto quando leggeva una poesia su
Ataturk; perch mai quell'altro bambino mentiva sapendo che
nessuno gli avrebbe creduto; perch mai un altro ancora riusciva
a essere cos ordinato con la sua cartella, i quaderni, il grembiule,
i capelli e le parole?
Proprio come vedevo il muso di un animale nella parte ante-
riore di un'auto, fatta di luci, paraurti, cofano e parabrezza, allo
stesso modo anche molti bambini della mia classe mi sembravano
altre cose: per esempio quello col naso a punta pareva una volpe,
quello grande e grosso un orso, come lo chiamavano tutti, e quel-
lo con i capelli dritti un porcospino... Mi ricordo che una bambi-
na ebrea, di nome Mari, raccontava a lungo la festa degli Azzimi
e diceva che sua nonna, in determinati giorni, a casa non toccava
neppure gli interruttori. Un'altra bambina mi aveva detto che una
sera, nella sua stanza, girandosi velocemente indietro, aveva visto
un angelo, e questo mi aveva impressionato molto. Quando il pa-
dre ministro di questa bambina dalle lunghe gambe - con calze al-
trettanto lunghe -, e dal viso lacrimevole, mor durante l'incidente
aereo da cui il primo ministro Adnan Menderes usc completa-
mente illeso, pensai che lei avesse quell'espressione triste perch
sapeva ci che sarebbe successo. Molti bambini avevano, come
me, problemi con i denti, e portavano l'apparecchio. Si diceva che
c'era l'ambulatorio di un dentista al piano superiore del palazzo
accanto, dove si trovavano il dormitorio, la palestra e l'infermeria
della scuola, e l'insegnante, quando si arrabbiava, minacciava di
mandare dal dentista chi non faceva il bravo. Un castigo minore
era invece stare in piedi girando la schiena alla classe, nell'angolo
tra la parete dove c'era la lavagna e la porta. A volte questa puni-
zione diventava pi pesante e bisognava restare su una gamba so-
la, ma non veniva applicata perch l'intera classe, invece di segui-
re la lezione, si metteva a fissare lo studente in castigo, curiosa di
sapere quanto avrebbe resistito in quella posizione. I monelli cac-
ciati nell'angolo iniziavano allora a sputare nel cestino della carta
straccia o a fare segni con gli occhi, comportamenti che suscitava-
no in me, pi che ammirazione, biasimo e rabbia.
I pigri, i maleducati, gli sciocchi e gli insolenti venivano sgri-
dati, puniti e tartassati, e questo, a volte, mi faceva piacere, no-
nostante lo spirito di unit e solidariet a cui mi sarei rimesso suc-
cessivamente con tutto il cuore. Ad esempio c'era una bambina
molto socievole, aperta con tutti, che veniva a scuola con la mac-
china guidata dall'autista, e ogni volta che la maestra la voleva in-
terrogare andava alla lavagna e, ancheggiando, cominciava a can-
tare una canzone in inglese: "Jingle bells, jingle bells, jingle all the
way..." Non mi dava assolutamente fastidio che venisse rimpro-
verata o castigata perch non faceva i compiti, bench avesse un
buon rapporto con l'insegnante. In verit, non riuscivo a capire il
motivo per cui alcuni bambini facessero finta di aver svolto i com-
piti ma non potevano trovarli fra le pagine del quaderno, nono-
stante l'insegnante non abboccasse mai. Dire "Non li trovo, mae-
stra!", agitati e tremanti, ritardava solo di qualche istante il ca-
stigo, e senza dubbio aumentava la violenza dello schiaffo o della
tirata d'orecchi. Le bacchettate nelle scuole ottomane, il baston-
cino lungo che l'insegnante usava sugli studenti senza alzarsi dal-
la cattedra, le percosse alle piante dei piedi di cui Ahmet Rasim
(1865-1932) parla nel suo libro di ricordi infantili, ci venivano de-
scritti nei volumi scolastici, negli anni successivi, come crudelt
precedenti alla Repubblica e ad Ataturk. Ma penso che anche al
liceo privato Iik, nel ricco quartiere di Niantai, gli insegnanti
anziani e scorbutici che ormai usavano le righe con il bordo di mi-
ca, sottile e duro, di produzione francese, al posto della bacchet-
ta, intuissero che una parte delle novit definite modernizzazioni
fossero solo aggiornamenti dell'oppressione sui deboli.
Quando un alunno si rifiutava di svolgere i compiti e faceva
perdere la pazienza all'insegnante con le sue monellerie, veniva
messo davanti a tutti: iniziavano cos quei momenti tragici di umi-
liazione e botte, e il mio cuore cominciava a battere forte e mi si
confondeva la mente. All'inizio prestavo attenzione a queste ce-
rimonie, che aumentarono quando, crescendo, dalle maestre dol-
ci e materne finimmo nelle mani degli insegnanti maschi, di gin-
nastica, religione e musica, stanchi della vita, arrabbiati e vecchi:
erano uno spettacolo di qualche minuto in mezzo alla noia della le-
zione. Se lo studente stava a testa bassa e confessava la sua colpa,
bisbigliando qualche scusa credibile, aveva una punizione piutto-
sto blanda. Coloro che presentavano delle giustificazioni peggiori
delle colpe, coloro che non riuscivano a inventare, anche menten-
do, un pretesto per alleggerire la colpa, coloro che per pigrizia pre-
ferivano le percosse, coloro che facevano ridere la classe con le lo-
ro smorfie, mentre l'insegnante li umiliava e li puniva, coloro che
giuravano, in tutta onest, di non raccontare pi bugie proprio
mentre cercavano goffamente di mentire, e coloro che, sudati mar-
ci per i colpi e le sgridate, commettevano, inconsciamente, un al-
tro errore, come un animale nella trappola, aumentando cos le tor-
ture, erano per me pi istruttivi dei libri.
Quando vedevo che la bambina ordinata, graziosa e fine, per
cui nutrivo affetto, diventava tutta rossa e aveva le lacrime agli
occhi durante questi momenti di castigo, volevo che ne uscisse in-
denne. Invece, quando vedevo quel bambino grasso e biondo che
mi tormentava durante gli intervalli smarrirsi e ricevere schiaffo-
ni ogni volta che parlava, provavo piacere nel contemplare cru-
delmente lo spettacolo. E allorch invece non riuscivo a com-
prendere i motivi della resistenza del bambino bruno ed esile, si-
lenzioso e orgoglioso che pensavo fosse sciocco e insensibile, il
quale faceva impazzire l'insegnante, mi rifiutavo di prendere po-
sizione, anche se il mio compagno piangeva. Alcuni insegnanti,
quando interrogavano, invece di mettere in evidenza le conoscen-
ze dell'alunno, provavano pi diletto a sottolineare la sua igno-
ranza e a umiliarlo, e alcuni studenti, d'altra parte, provavano pi
piacere a essere umiliati, anzich tentare di salvarsi. Alcuni mae-
stri si accendevano d'ira nel vedere un quaderno rivestito di una
carta del colore sbagliato, altri talvolta rispondevano a un bisbi-
glio con uno schiaffo, talvolta invece non ci facevano assoluta-
mente caso; e poi, alcuni studenti, di fronte a una semplice do-
manda di cui sapevano molto bene la risposta, rimanevano con oc-
chi gelidi, come i conigli di fronte ai fari delle auto, altri invece -
io li stimavo molto -, anche se non conoscevano la risposta, rac-
contavano qualcos'altro che sapevano.
In questi momenti di paura, che iniziavano a volte con rim-
proveri e a volte con il lancio di quaderni e libri, mentre in classe
c'era un silenzio assoluto, ringraziavo il cielo per la fortuna che
avevo di non essere sgridato. Un terzo della classe era invece pri-
vilegiato. Al contrario di alcune scuole statali, dove il ricco e il po-
vero studiavano insieme, in questo istituto privato il confine se-
greto che separava gli studenti continuamente umiliati da quelli
fortunati non aveva nulla a che fare con la ricchezza o la povert
dell'alunno. Questa linea, che bellamente dimenticavo mentre
correvo e giocavo durante gli intervalli in uno spirito di fratellan-
za infantile, e che la mia anima condannava, veniva fuori all'im-
provviso quando l'insegnante si sistemava alla cattedra, quasi fos-
se un monumento di autorit e io, in quei frangenti di minacce e
punizioni, mi chiedevo, con una curiosit semplice ma pressante,
perch alcuni fossero cos pigri, indisciplinati, titubanti, insensi-
bili e sciocchi. Ma a questa domanda, che voleva gettare un barlu-
me di luce nel buio delle anime dei miei compagni di classe, non ri-
spondevano n i libri che leggevo, n le riviste illustrate, dove tut-
te le persone crudeli avevano le bocche storte, n le mie intuizioni
infantili, e io allora me ne dimenticavo. Da tutto ci avevo dedot-
to che, in realt, la scuola non dava risposte alle questioni fonda-
mentali, ma ci aiutava ad abituarci alle situazioni della vita. Per
questo motivo, durante gli anni delle superiori ho preferito stare
dalla parte pi tranquilla e comoda, con un'alzata di mano.
Ad ogni modo, intuivo che a scuola stavo imparando qualcosa
di fondamentale: non dovevo solo accettare "le realt" della vita
senza pormi domande, ma farmi anche sedurre dalla loro bellez-
za. Nei primi anni, l'insegnante, a met lezione, con un pretesto
qualsiasi ogni tanto ci faceva cantare. Mentre fingevo di intona-
re queste canzoni in inglese o in francese - canzoni di cui non ca-
pivo le parole -, mi piaceva osservare i miei compagni. Il bambi-
no piccolo e grasso che mezz'ora prima piangeva perch aveva di-
menticato di nuovo il quaderno a casa, adesso cantava felice,
spalancando la bocca. La bambina che talvolta si portava i capelli
dietro le orecchie, a met canzone compiva di nuovo lo stesso ge-
sto. Il bambino cicciottello che durante gli intervalli mi correva
dietro, e il suo amichetto pi perfido, cos astuto e prudente da
riuscire, nonostante la sua vilt, a rimanere dalla parte giusta, do-
ve c'ero anch'io, adesso erano persi tra le nuvole della musica, con
un'espressione angelica. La bambina ordinata a met canzone con-
trollava di nuovo il suo portapenne e il suo quaderno, quella stu-
diosa e intelligente, che mi teneva la mano in silenzio ogni volta
che le chiedevo di stare con me nella fila, quando dal giardino en-
travamo in classe, si concentrava per intonare meglio la canzone,
e il bambino avido e grasso, che durante le verifiche si arricciava
sul foglio come se allattasse un neonato, si lasciava andare a gesti
decisamente insoliti. Io e la compagna dai capelli rossi raccolti in
un codino ci guardavamo e, notando insieme uno degli sciocchi in-
guaribili, lo zimbello di tutti, che partecipava volentieri al canto,
o un altro bambino, vivace e impertinente, che tirava i capelli al-
la compagna davanti, oppure la bambina in lacrime che guardava
fuori mentre cantava con trasporto, ci sorridevamo. E quando ar-
rivavamo al pezzo della canzone di cui non capivo le parole, an-
ch'io alzavo allegramente la voce, come tutti, e poi, gli occhi alla
finestra, immaginavo che avrebbe suonato la campanella e l'inte-
ra classe, in un baccano assordante, avrebbe afferrato le cartelle e
i cappotti e, stanco di tutto questo, avrei accelerato i passi, tenen-
do con una mano la borsa e con l'altra la mano gigante del portie-
re che ci accompagnava, me e mio fratello, a casa, a tre minuti dal-
la scuola, perch cos avrei potuto rivedere presto mia madre.

Capitolo quattordicesimo
Arret rep etatups non


Quando imparai a leggere e a scrivere, al mondo immaginario
della mia mente si aggiunse anche la costellazione dell'alfabeto.
Questo nuovo mondo non era formato dalle fantasie o dai dise-
gni che raccontavano una storia, ma soltanto dalle lettere e dal
loro suono. Leggevo tutte le indicazioni che vedevo: i nomi del-
le ditte sui portacenere, i manifesti, le notizie sui giornali, le pub-
blicit, tutto ci che era scritto sulle vetrine dei negozi, dei risto-
ranti, sui camion, sulle carte d'imballaggio, sulle insegne stradali
sul pacchetto di cannella a tavola, sulla latta dell'olio, sui saponi,
sui pacchetti di sigarette e sulle medicine di mia nonna. Non era
importante conoscere il significato delle parole che ripetevo, tal-
volta, ad alta voce. Era come se, dentro il mio cervello, fra il cen-
tro visivo e la parte cognitiva, si fosse sistemata una macchina
che trasformava tutte le lettere in sillabe e suoni. Come una ra-
dio accesa in un caff che per non ascolta nessuno, quest'appa-
recchio, cui talvolta non prestavo attenzione, trasmetteva conti-
nuamente.
Tornando da scuola, nonostante fossi molto stanco, i miei oc-
chi trovavano naturalmente le scritte e allora la macchina dentro la
mia testa diceva: PER LA SICUREZZA DEL VOSTRO DENARO E DEL VO-
STRO FUTURO. IETT. FERMATA IHTIYARI. SALSICCIA TURCA BEYOGLU.
PALAZZO PAMUK.
A casa gettavo lo sguardo sui titoli del giornale di mia nonna:
SPARIZIONE O MORTE A CIPRO, LA PRIMA SCUOLA DI DANZA CLASSICA
IL GIOVANE AMERICANO CHE SI BACIAVA CON UNA RAGAZZA TURCA PER
LA STKADA SI  SALVATO A STENTO DAL LINCIAGGIO, L'HULA HOOP 
STATO VIETATO PER LE VIE DELLA NOSTRA CITT+.
E qualche volta le lettere mi ricordavano, magicamente, i gior-
ni in cui le sillabavo in un ordine strano. Alcune di queste si tro-
vavano sui lastrici che coprivano i marciapiedi intorno a Valiko-
nagi, tre minuti a piedi dalla nostra casa di Niantai. Se cammi-
navamo verso Taksim e Beyoglu, io, mia madre e mio fratello
facevamo una specie di settimana sulle pietre vuote, fra le lettere
e le leggevamo nell'ordine in cui si presentavano.

		     ARRET REP ETATUPS NON
Quest'ordine magico mi faceva venire subito il desiderio di
sputare per terra, poi per pensavo con un brivido che ci trova-
vamo nel luogo controllato dai poliziotti di Valikonagi, a due
passi da l. Allora ero colto dal timore di perdere, senza accor-
germene, un po di saliva dalla mia bocca aperta. Comunque ve-
devo che lo facevano anche gli adulti un po' infantili, simili ai
bambini spudorati e insolenti che spesso erano puniti dagli inse-
gnanti. S, per le strade vedevamo quelli che sputavano per ter-
ra, anzi, non avendo il fazzoletto, alcuni smoccolavano pure dal
naso, ma questo non era un peccato cos diffuso da giustificarne
il divieto sul marciapiede. Negli anni successivi, quando venni a
sapere delle famose sputacchiere cinesi,. e di diverse trib che spu-
tavano continuamente per terra, mi chiesi perch questo divieto,
che non era tanto necessario per Istanbul, si fosse inciso cos in
profondit nella mia mente. (Ancora oggi, quando sento nomi-
nare Boris Vian, non mi vengono in mente i romanzi pi belli di
questo scrittore francese, ma penso al suo brutto libro intitolato
Sputer sulle vostre tombe.
Forse il vero motivo della presenza di quell'ordine, scritto sui
marciapiedi di Niantai, nasce dalla coincidenza del periodo in
cui la macchina di lettura automatica si era sistemata nella mia
mente con quello in cui mia madre ci insegnava energicamente ci
che si doveva fare - o non fare - fuori casa, fra gli estranei. Negli
stessi giorni, lei aveva anche cominciato a raccomandarci di non
comprare nulla dagli ambulanti poco presentabili, e di non ordi-
nare polpette nei ristoranti perch le facevano con la carne pi
scadente, grassa e vecchia. Questi consigli si incrociavano con un
altro avviso, che la macchina della mia mente aveva letto e regi-
Strato: LE NOSTRE CARNI SONO CONSERVATE IN FRIGORIFERO. E, un
altro giorno, mia madre ci avvertiva di stare lontani dagli scono-
sciuti.  VIETATO AI MINORENNI, mi diceva la macchina nella mia
testa. Invece la scritta sui tram,  VIETTO E PERICOLOSO ATTAC-
CARSI, non mi confondeva per nulla la mente, perch annunciava
un pensiero, un ordine dello stato, condiviso anche da mia madre;
inoltre riguardava un comportamento che non ci apparteneva, cio
viaggiare gratis attaccati a un tram. Cos anche la scritta sui bat-
telli:  VIETATO E PERICOLOSO AVVICINARSI ALLE ELICHE. Mentre la
voce di mia madre che ci vietava di gettare i rifiuti a terra e la vo-
ce dello stato che diceva  VIETATO GETTARE I RIFIUTI collimava-
no, l'espressione STRONZO CHI GETTA I RIFIUTI, scritta con le lette-
re di una brutta calligrafia su un altro muro, mi confondeva il cer-
vello. Quando mia madre ci diceva: "Non baciate mai a nessuno
la mano, solo quella delle vostre nonne", mi veniva in mente la
scritta sulla pasta d'acciughe: PREPARATA SENZA ESSERE TOCCATA
DALLE MANI. Forse tra le scritte NON RACCOGLIERE FIORI e NON TOC-
cARE e l'ordine di mia madre di non indicare col dito, che ripete-
va spesso mentre camminavamo per strada, c'era un qualche rap-
porto. Ma come potevo capire il divieto NON BEVETE L'ACQUA DEL-
LA PISCINA scritto sul bordo delle piscine dove non vedevo mai
l'acqua, oppure l'ordine NoN CALPESTATE LE AIUOLE nei parchi fan-
gosi dove non c'era neanche un filo d'erba?
Per comprendere meglio il criterio "civilizzatore" di queste
indicazioni che trasformavano le strade in una giungla di avvisi,
minacce e rimproveri, possiamo dare un'occhiata alle rubriche dei
giornalisti di Istanbul e a ci che hanno scritto i loro antenati de-
finiti "corrispondenti dalla citt".

Capitolo quindicesimo
Ahmet Rasim e altri scrittori di citt


Era la fine degli anni Ottanta, nel XIX secolo, e l'inizio del pe-
riodo tirannico del sultano Abdulhamit, trentatre anni di dominio
assoluto. Un giorno, di mattina presto, la porta dell'ufficio di un
giovane giornalista di circa venticinque anni, corrispondente del
"Saadet" a Babiali, si apr all'improvviso ed entr un uomo piut-
tosto alto che indossava il fez e una specie di giacca militare, dal-
le maniche di pannolano rosso.
- Vieni qua! - gli disse. Il giovane giornalista si alz in piedi,
intimorito. - Mettiti il fez e seguimi! - Il giornalista e l'uomo con
la giacca militare salirono sulla carrozza che li aspettava davanti al
portone e si misero in viaggio. Senza dirsi una parola, passarono
sul ponte. Il giovane giornalista, piccolo di statura e dal volto sim-
patico, soltanto a met viaggio trov l'ardire di chiedere all'uomo
dove stavano andando.
- Dal Gran Ciambellano. Mi hanno ordinato di prenderti e
portarti l!
Dopo aver aspettato un po' a palazzo, il giovane vide un uomo
arrabbiato, furente, dalla barba grigia, seduto a un tavolo. - Vie-
ni qua! - gli url. Indicandogli irato la pagina aperta del "Saadet",
gli chiese: - Cosa vuol dire questo? - E prima che il giovane gior-
nalista capisse di che cosa si trattava, cominci a rimproverarlo.
- Bisogna schiacciarvi la testa, a voi, traditori, ingrati!
Quando il giovane vide che erano i versi di un poeta decedu-
to, versi che tra l'altro recitavano: "Ma non arriver la primave-
ra, non arriver la primavera?", nonostante la paura tent di spie-
gare: - Signore...
- Ma guarda, ha anche il coraggio di parlare... Fuori di qui! -
url il Gran Ciambellano. Il giornalista, che per un quarto d'ora
aspett fuori tremando come una foglia, venne chiamato di nuo-
vo dentro. Ma ogni volta che apriva bocca, senza comunque riu-
scire a dire che la poesia non era sua, veniva minacciato.
- Svergognati, bastardi, vigliacchi, ignobili, cani, maledetti, bi-
sogna impiccarvi!
Il giovane, capendo che non poteva dire nulla, facendosi co-
raggio, si tolse dalla tasca del gil il suo timbro e lo mise sul tavo-
lo. Quando il Gran Ciambellano lesse il nome sul timbro cap su-
bito che c'era qualcosa che non andava.
- Come ti chiami?
- Ahmet Rasim.
Ahmet Rasim, raccontando quest'evento con il suo solito umo-
rismo sottile, e la sua gioia di vivere che lo lega ai dettagli della vi-
ta con una forza incredibile, nel suo libro di ricordi intitolato Scrit-
tore, poeta, letterato, scrive che il Gran Ciambellano di Abdulha-
mit, quando comprese che gli avevano portato la persona sbagliata,
gli disse: "Siediti, tu sei come un figlio per me", e aprendo il cas-
setto del tavolo gli fece segno di avvicinarsi e gli diede cinque li-
re, aggiungendo: "Non parliamone pi. E non dirlo a nessuno!"
Poi lo mand via.
Questa sua gioia di vivere, il suo umorismo e il piacere della
scrittura lo resero uno dei pi importanti autori di Istanbul. Ah-
met Rasim seppe trovare un equilibrio fra la sua energia, l'allegria
e l'ottimismo, e la tristezza da cui si fecero prendere il romanzie-
re Tanpinar, il poeta Yahya Kemal e il memorialista Abdulhak
inasi Hisar, vittime del "crollo" dell'impero. Nonostante si fos-
se interessato di storia e ne avesse anche scritto, come tutti gli au-
tori amanti di Istanbul, avendo saputo bilanciare la malinconia e
lo smarrimento, non cerc "una perduta et dell'oro" ormai se-
polta. Per lui, il passato di Istanbul non era un tesoro sacro in cui
trovare la forza necessaria per realizzare grandi opere, di stile oc-
cidentale, o la fonte di una voce reale, ma era soltanto un mondo
divertente e allegro, come la citt stessa e la sua gente, che lui
amava osservare.
La questione Oriente-Occidente, oppure quella del "cambio
di civilt", proprio come succedeva agli abitanti di Istanbul pre-
si dai problemi della vita quotidiana, lo incuriosivano poco. Se-
condo lui, l'occidentalizzazione era un argomento interessante so-
lo per le sue applicazioni troppo artificiose e i suoi beffardi sno-
bismi. Durante la sua giovinezza aveva scritto romanzi e poesie
con pretese letterarie, ma non avendo avuto successo gli era ri-
masta una diffidenza per tutto, una sottile ironia venata di cini-
smo. Il suo modo di deridere allegramente i diversi metodi di re-
citazione dei poeti affettati di Istanbul, cloni dei parnassiani e dei
decadentisti francesi, il loro atteggiamento quando fermavano la
gente per strada e leggevano le loro poesie, e l'abilit di portare
velocemente il discorso sulla loro carriera e i loro versi, ci fa ca-
pire subito che genere di distanza pone Ahmet Rasim tra s e la
cultura dell'lite occidentalista, costituita perlopi da persone che
all'inizio erano impiegati di Babiali - quartiere dei giornali di
Istanbul - come lui.
Ma il fatto che lui sia un giornalista, uno scrittore di rubriche
e, come si diceva in quel periodo in Francia, un feuilletoniste, ca-
ratterizza la sua voce e il suo stile. La politica non lo entusiasma-
va molto, ed era tra l'altro un argomento pericoloso e difficile da
trattare, a causa dell'oppressione dello stato e la censura (racconta
allegramente come rimanevano vuote, talvolta, le sue colonne per
le parti tagliate), perci si dedic esclusivamente all'osservazione
della citt, con gioia e diletto. ("Se non riesci a trovare argomen-
ti per i divieti e le ristrettezze della politica, tratta i problemi quo-
tidiani e la vita cittadina, perch saranno sempre letti!" (Questo
consiglio dei rubricisti di Istanbul ha circa centotrent'anni).
Cos Ahmet Rasim scrisse per mezzo secolo, ininterrottamen-
te, su tutto ci che riguardava la citt, dai suoi ubriachi di ogni ri-
sma ai suoi venditori ambulanti dei quartieri periferici, dai suoi
droghieri ai suoi giocolieri, dai suoi musicisti ai suoi mendicanti,
dalla bellezza delle zone sul Bosforo alle taverne dalle notizie pi
banali al commercio, dai suoi locali, i suoi giardini pubblici e i suoi
parchi ai suoi mercati, dalla mitezza delle sue stagioni alle sue fol-
le di gente, dai giochi con le slitte e a palle di neve alla sua tradi-
zione di giornalismo, dai suoi pettegolezzi ai menu dei ristoranti.
Gli piacevano molto le liste, le classificazioni e aveva una mente
in grado di trovare le differenze fra i caratteri, le personalit e i
dettagli. Lui sentiva lo stesso entusiasmo che prova un botanico
in un bosco, di fronte alla diversit e ricchezza delle piante, pro-
prio per i molteplici aspetti della citt, che ogni giorno produceva
qualcosa di nuovo, una stranezza, una rovina o una follia fra le
sorprese dell'occidentalizzazione, dell'emigrazione e della storia.
Ai giovani scrittori consigliava di "portarsi sempre un quaderno
d appunti" quando passeggiavano per la citt.
Ahmet Rasim raccolse queste note, e i suoi articoli pi belli,
che scrisse di getto tra il 1895 e il 1903, in un libro intitolato Let-
tere della citt. Trascrivere le lamentele cui partecipava come
"scrittore di rubriche" - attributo che si diede con il suo solito umo-
rismo -, e le sue osservazioni sulla vita quotidiana, il fatto di ta-
stare il polso alla gente nelle strade, tutto questo in realt era un'a-
bitudine acquisita negli anni Sessanta del XIX secolo, quando pre-
se ad esempio la letteratura e i giornali francesi. Namik Kemal
che trasse ispirazione non solo dalle opere teatrali e dalle poesie
di Victor Hugo, ma anche dal suo comportamento fiero e roman-
tico, nel 1867 aveva inaugurato sul "Tasfir-i Efkar" la sua rubri-
ca "Lettere del Ramadan", dimostrando cos al fruitore ottoma-
no che la lettera non era un mezzo usato soltanto dagli uomini di
stato e dagli innamorati, per condividere un segreto o per minac-
ciarsi a vicenda, ma era un modo per richiamare l'attenzione di
tutta una citt, come un amante, un conoscente, attraverso la sua
pubblicazione. Queste lettere assai precise sulla vita quotidiana di
Istanbul durante il Ramadan costituivano il primo esempio di co-
municazione sulla citt, seguito poi da tanti altri scrittori. Inoltre,
usando un metodo divulgativo carico tradizionalmente di richia-
mi alla confidenza, all'intimit, alla vicinanza affettiva, si dava agli
abitanti di Istanbul la sensazione di aver costruito, tramite il gior-
nale, una compagnia ristretta, proprio come gli amanti, i parenti
e i conoscenti che hanno rapporti epistolari.
Oltre ad Ahmet Rasim, ricordiamo anche Ali Effendi, cono-
sciuto come Ali Effendi il Prudente, per il nome del suo giornale,
"Basiret" (quando il suo quotidiano, nato con i favori del palaz-
zo, venne chiuso per aver pubblicato distrattamente una notizia
sgradita, fu chiamato, a un certo punto, Ali Effendi l'Impruden-
te): pur essendo poco spiritoso,  il pi meticoloso tra gli scrittori
di rubriche su Istanbul, impegnati tutti a elargire consigli e muo-
vere critiche che hanno come oggetto la vita quotidiana della citt.
Mentre negli articoli di Ahmet Rasim, che aveva anche una cultu-
ra musicale e aveva composto dei brani, si sentono tutte le voci di
Istanbul, chi legge le lettere di Ali Effendi il Prudente pu avere
la sensazione di vedere un film muto, in bianco e nero, ambienta-
to nelle strade della Istanbul degli anni Settanta del XIX secolo.
Questi articoli, rivolti alla citt e ai suoi abitanti, e redatti an-
che senza il titolo Lettere della citt da molti scrittori di rubriche
durante tutto il XX secolo, da Ahmet Haim a Burhan Felek, oltre
a riflettere i colori, gli odori e le voci di Istanbul secondo lo s iri-
to e l'umore dell'autore, avevano pure un'altra funzione: quella di
insegnare le buone maniere ai cittadini, nelle strade, nei parchi e
nei giardini pubblici, nei negozi e nei locali, sulle navi, sui ponti,
sulle piazze e sui tram. Essendo molto complicato criticare il sul-
tano, lo stato, il governo, la polizia, i militari, i capi religiosi e
anche le amministrazioni, l'lite che sapeva leggere e scrivere, per
sfogare la rabbia e il malcontento, poteva solo prendere di mira le
persone indifese e senza identit, gli abitanti di Istanbul, uno a
uno, che camminavano per le strade tutti indaffarati. In questo
modo, oggi noi sappiamo cosa hanno fatto, mangiato e detto, ne-
gli ultimi centotrent'anni, gli abitanti di Istanbul, che non erano
istruiti quanto i lettori e gli autori di rubriche, e ci proprio gra-
zie alle manie degli scrittori di rubriche, che rimproveravano quel-
la massa di gente talvolta con rabbia, talvolta con affetto, e spes-
so con disprezzo.
Da quarantacinque anni, cio da quando io ho imparato a leg-
gere e scrivere, ogni volta che incrocio questi rimproveri e consi-
gli, nati dal processo di occidentalizzazione e talora dal legame con
i valori tradizionali, in qualche rubrica, ricordo con gioia la voce
di mia madre che dice "Non si indica col dito".
"Ormai siamo stufi dell'allagamento di tutte le piazze della
citt, dopo le piogge. Bisogna risolvere questo problema" (1946).
"Per l'aumento degli affitti e delle tasse dei negozi, e per l'im-
migrazione senza fine nella nostra citt, dopo i venditori di lat-
te, ciambelle, cozze ripiene, fazzoletti di carta, pantofole, po-
sate, giocattoli, acqua e bibite, anche quelli di dolci, interiora al-
la piastra, dolci e kebab hanno riempito i battelli" (1949).
"Si era detto che per abbellire la citt i conducenti delle car-
rozze avrebbero messo un'unica divisa: come sarebbe stato ele-
gante, se questo si fosse realizzato" (1897).
"Uno dei successi della legge marziale  che i taxi collettivi si
fermano solo nelle apposite stazioni. Per fortuna  sparita l'anar-
chia di un tempo" (1971).
"Il divieto di vendita dei sorbetti fatti con coloranti e frutta
non autorizzati  un'ottima decisione" (1927).
"Quando vedete una bella donna per strada, non guardatela
con eccessivo desiderio o con odio, come se la voleste uccidere; se
incrociate il suo sguardo, sorridete dolcemente e procedete, ab-
bassando gli occhi" (1974).
"Ispirandoci all'articolo sui modi di camminare in citt, usci-
to sul famoso giornale parigino "Matin", anche noi rinnoviamo il
nostro invito a coloro che non sanno passeggiare come si deve per
le strade: non camminate a bocca aperta" (1924).
"Speriamo che i nuovi tassametri, imposti dalla legge marzia-
le, vengano adottati sia dagli autisti sia dai clienti, cos le con-
trattazioni e le liti di vent'anni fa, che cominciavano con l'idea
"fai un po' tu, fratello" e finivano nei posti di polizia, spariranno
dalla nostra citt" (1983).
"I venditori di ceci tostati e morbide caramelle, che danno la
roba ai bambini in cambio di un pezzo di piombo, li invogliano a
rubare; inoltre si staccano le pietre e i rubinetti di tutte le fonta-
ne di Istanbul e si fanno a pezzi i rivestimenti che coprono le cu-
pole dei mausolei e delle moschee" (1929).
"Gli altoparlanti dei camion che vendono bombole, patate e
pomodori e le brutte voci dei venditori hanno trasformato la citt
in un inferno" (1992).
"Abbiamo fatto un passo per eliminare i cani randagi. Se si
fosse andato avanti con quella solerzia ancora un paio di giorni,
se tutti i randagi fossero stati mandati a Hayirsizada, e se i bran-
chi di cani fossero stati dispersi, forse questi animali sarebbero
stati eliminati per sempre da questa citt... Adesso, come prima,
si sentono continuamente i loro grrrrr per le strade" (1911).
"I facchini con le loro bestie da soma hanno smesso di nuovo
di avere piet dei loro animali e hanno ripreso a caricarli ecces-
sivamente; inoltre picchiano i loro poveri animali in mezzo alla
strada" (1875).
"Chiudere un occhio al transito delle carrozze nei punti pi
belli della nostra citt, per non togliere una possibilit di guada-
gno ai poveri, condanna Istanbul a vedute non degne della sua
grazia" (1956).
"Si sa che da noi la voglia di essere i primi a scendere dalle im-
barcazioni o da un qualsiasi veicolo  molto diffusa; in ogni caso
 impossibile fermare coloro che saltano fuori prima che il battel-
lo tocchi il molo di Haydarpaa, anche se gli si urla "asino il pri-
mo" da dietro" (1910).
"Alcuni giornali, coinvolgendo i lettori nella lotteria naziona-
le solo per aumentare la loro tiratura, provocano la formazione di
code e assembramenti sgradevoli davanti alle apposite sedi nei gior-
ni dell'estrazione" (1928).
"Il Corno d'Oro non  pi quello di una volta: si  trasforma-
to nella piscina sporca delle fabbriche, delle botteghe e dei macel-
li; con i relitti delle navi, gli acidi delle fabbriche, il catrame e gli
scarichi delle botteghe, l'abbiamo distrutto" (1968).
"Al vostro scrittore di rubriche sulla citt arrivano tante la-
mentele che hanno per oggetto i custodi dei mercati e dei quar-
tieri, i quali, durante le ronde notturne, invece di girare per le stra-
de dormicchiano nei caff, cos in molte zone non si sente pi il
rumore dei loro bastoni" (1879).
"Il famoso scrittore francese Victor Hugo, a Parigi, saliva spes-
so al piano superiore degli omnibus a cavallo, e girava per le strade
da un capo all'altro a contemplare i suoi concittadini. Ieri abbia-
mo fatto lo stesso anche noi e abbiamo constatato che la maggior
parte delle persone cammina in modo assai distratto; molti si scon-
trano, gettano a terra i biglietti, i coni dei gelati e le pannocchie,
e i pedoni procedono sulla strada mentre le auto viaggiano sui mar-
ciapiedi; inoltre tutta la citt si veste malissimo, non a causa del-
la miseria, ma per pigrizia e ignoranza" (1952).
"Camminare per le strade, per le piazze, non come ci pare e ci
fa comodo, ma rispettando le regole, come in Occidente, ci salver
da questo caos. Ma se chiedete quante persone, in questa citt, co-
noscono tali regole, questa  un'altra questione..." (1949).
"I grandi orologi ai due lati del ponte di Karaky, come tutti
gli orologi pubblici della citt, hanno gli ingranaggi che si muovo-
no a caso, e in questo modo torturano gli abitanti di Istanbul, fa-
cendo loro credere che sia gi partito il battello ancora attaccato
al molo, oppure che  ancora l quello partito gi da parecchio
" arrivata la stagione delle piogge, e si aprono gli ombrelli,
ma sappiamo camminare senza cavare l'occhio all'altro con la pun-
ta del nostro ombrello e senza scontrarci come le automobiline nei
lunapark, e senza franare addosso alla gente, come mine vaganti,
perch la nostra visuale  coperta dagli ombrelli?" (1953).
"A causa dei cinema a luci rosse, a causa della ressa e dello smog
provocato dagli autobus e dalle macchine, ormai non si pu pi an-
dare a Beyoglu" (1981).
"Quando in una zona di Istanbul appare una malattia conta-
giosa, l'amministrazione sparge un po' di calce, qua e l, in alcu-
ne strade sudice e schifose; ma ci sono mucchi e mucchi di spor-
cizia ovunque..." (1910).
"Come tutti sanno, l'amministrazione pensava di eliminare
completamente dalla citt i cani e gli asini, e la polizia i mendi-
canti e i vagabondi. Ma questo impegno  stato disatteso; inol-
tre adesso Istanbul  piena di persone che testimoniano il fal-
so (1914).
"Ieri ha nevicato e non  stato possibile salire sul tram dal-
l'entrata davanti: nessun rispetto per la gente anziana... Ormai
constatiamo sempre, con immenso dolore, che l'educazione citta-
dina, gi scarsa,  stata dimenticata" (1927).
"Quando mi hanno detto il costo dei fuochi artificiali che que-
st'estate sono stati sparati, follemente, ogni sera, da ogni angolo
di Istanbul, ho pensato che questo denaro speso nei divertimenti
e nelle ostentazioni sarebbe potuto servire per l'istruzione dei bam-
bini poveri della nostra citt di dieci milioni di abitanti; ne sareb-
bero stati felici anche i nostri concittadini che si sono divertiti in
quelle feste. Non ho forse ragione?" (1997).
"I palazzi che fanno vomitare tutti gli artisti europei di buon-
gusto, soprattutto nell'ultimo periodo corrodono il panorama di
Istanbul, come le tarme davanti a una bella stoffa. Andando avan-
ti cos, tutta la citt sar una massa di edifici come a Yuksekkaldirim
e Beyoglu, e il motivo di questo degrado va ricercato non solo ne-
gli incendi, nella miseria e nell'ignavia, ma un po' anche nella no-
stra curiosit per il nuovo" (1922).

Capitolo diciasettesimo
La passione per il disegno


Qualche tempo dopo aver iniziato la scuola, scoprii che mi pia-
ceva molto dipingere. Ma usare il verbo "scoprire" in questo con-
testo pu essere sbagliato, perch significherebbe rinvenire qual-
cosa di gi esistente per non notato, proprio come la scoperta del-
l'America. Non avevo una passione segreta o un talento scoperto
sui banchi di scuola per la pittura. Perci  meglio dire che mi ac-
corsi che la pittura mi piaceva e mi emozionava. Questo comporta
anche il disvelarsi dello stato d'animo e della capacit personale che
pu essere chiamata "talento". Talento che in me non c'era.
O forse c'era, ma non  cos importante. Avevo intuito che di-
pingere era piacevole, e ne ero molto felice. Solo questo contava.
Dopo tanto tempo, una sera chiesi a mio padre come avevano
capito che ero portato per il disegno. "Avevi disegnato un albero,
- mi rispose, - e avevi messo anche un corvo su un ramo. Con tua
madre ci siamo guardati, perch il corvo del disegno si era posato
sul ramo proprio come un corvo vero".
Anche se non spiegava tutto, anzi era addirittura illusorio, que-
sto racconto mi era piaciuto, e ci avevo creduto subito. Molto pro-
babilmente, l'albero e il corvo che avevo disegnato a sette anni
non erano per nulla straordinari. Il lato magico della risposta di
mio padre stava nel fatto che avessero deciso d'un tratto, lui e
mia madre, che avevo "il talento per la pittura". In questa vi-
cenda era importante anche il carattere di mio padre, sempre ot-
timista e sicuro di s, portato a credere sinceramente che tutto
ci che facevano i figli fosse meraviglioso. Certo, allora non ave-
vo pensato cos. Anch'io, come loro, avevo creduto di avere una
predisposizione naturale per la pittura, un qualcosa che gli altri
chiamavano talento.
Quando disegnavo e facevo vedere le mie opere, tutti mi lo-
davano, si complimentavano e mostravano anche uno stupore che
mi sembrava sincero. Era come se mi avessero messo fra le mani
uno strumento per essere amato, baciato, apprezzato e stimato.
Allora io, quando mi annoiavo, iniziavo a disegnare. Mi compra-
vano fogli, colori e matite e io dipingevo continuamente, poi fa-
cevo vedere i miei lavori, soprattutto a mio padre. Lui reagiva
proprio come volevo io: guardava il mio disegno, ogni volta, con
un'ammirazione e una meraviglia che stupivano pure me, e lo com-
mentava. "Come hai reso bene l'atteggiamento di quest'uomo che
pesca. Lui  annoiato, perci il mare  scuro. E questo accanto a lui
 suo figlio, no? Poi gli uccelli che aspettano i pesci.  geniale".
Correvo subito nell'altra stanza a rimettermi all'opera. In realt,
quello accanto al pescatore non era suo figlio, era un suo amico
ma avendolo disegnato piuttosto piccolo, per sbaglio, sembrava
suo figlio. Ormai avevo un po' d'esperienza nell'accogliere que-
gli elogi. Prendevo in considerazione solo le parole che mi rende-
vano felice, e quando mostravo il disegno a mia madre, lo pre-
sentavo cos:
"Guarda com' venuto. Il pescatore e suo figlio".
"Bello, bravo tesoro, - diceva mia madre. - Ma se facessi an-
che i tuoi compiti non sarebbe meglio?"
Un giorno, a scuola, dopo aver fatto un disegno, tutta la clas-
se mi corse vicino e lo guard. E l'insegnante dai denti a pettine
lo appese al muro. Mi sembr di avere le tasche piene di cioccola-
tini e giocattoli. Bastava disegnare queste meraviglie e mostrarle
come un giocoliere che estrae conigli e colombe dal nulla, per es-
sere riempito di complimenti.
Inoltre la mia vocazione si trasformava, a poco a poco, in un
talento riconosciuto, perch disegnando continuamente avevo fat-
to progressi. Prestavo attenzione ai disegni pi semplici, come ad
esempio una casa, un albero, un uomo in piedi che copiavo dalle
riviste illustrate, dalle vignette dei giornali, dai libri e dai perio-
dici scolastici. Non disegnavo guardando la natura, gli oggetti e
le strade: disegnavo guardando le forme nella mia mente. Il dise-
gno doveva essere semplice come nelle riviste illustrate, nelle vi-
gnette o nei libri scolastici per poterlo tener presente e raffigu-
rarlo. I quadri a olio e i ritratti erano complicati come la vita, an-
zi pi della vita. Oltre a non capire com'erano realizzati, non
risvegliavano affatto in me la passione e la voglia di dipingere. Mi
piacevano i libri da colorare, e con mia madre andavo da Alaad-
din e ne compravo diversi, ma non li coloravo. Guardavo solo i
disegni e li tracciavo sui fogli. La casa, l'albero, la strada che di-
segnavo, mi restavano in mente.
Amavo disegnare gli alberi. Facevo un albero, un singolo albe-
ro solitario. Disegnavo di getto i rami e le foglie. Poi disegnavo le
montagne che si intravedevano fra i rami e le foglie. Ancor pi in-
dietro disegnavo due grandi vette. Quindi, ispirandomi ai dipin-
ti giapponesi, disegnavo l'ultima montagna in fondo, pi alta e
romantica. Ormai la mia mano sapeva molto bene come tracciar-
li. Le nuvole e gli uccelli che disegnavo erano le nuvole e gli uc-
celli che vedevo nei dipinti. Tracciavo tutto sulla base di quei di-
segni, ma erano opera mia, e l'albero, le montagne e le nuvole
sembravano veri. Mettevo la neve in cima alla montagna pi al-
ta, dietro le vette lontane.
Toglievo il foglio dal tavolo, lo tenevo a una certa distanza da-
gli occhi e lo contemplavo con gioia. Osservandolo muovevo la te-
sta a destra e a sinistra, e talvolta lo appoggiavo da qualche parte
e mi allontanavo cos da guardarlo anche da lontano. S, era bel-
lo, e l'avevo fatto io. S, non era perfetto, ma l'avevo fatto io ed
era bello. Era piacevole fare quel disegno e contemplarlo quasi fos-
se di un altro, come se guardassi dalla finestra.
A volte volevo vedere il mio disegno con gli occhi degli altri, e
allora notavo un difetto. Oppure mi facevo prendere dall'entusia-
smo e mi veniva il desiderio di allungare quei momenti straordina-
ri di gioia che provavo quando disegnavo, e riviverli ancora. Per que-
sto bastava aggiungere una nuvola, un paio di uccelli o delle foglie.
In seguito mi  capitato talvolta di pensare che queste piccole
modifiche rovinassero il disegno. Ma sapendo molto bene che que-
sta era la maniera pi semplice per sentire di nuovo i piaceri pro-
vati durante il disegno, non riuscivo a farne a meno. E talora ave-
vo un desiderio molto forte di riassaporare quelle sensazioni nella
mia anima, e cos mi mettevo nuovamente a disegnare.
Che tipo di piacere provavo? A questo punto, il vostro scrit-
tore di ricordi allontaner un po' il suo racconto dalla coscienza di
un bambino piccolo e si avviciner a quella dell'autore cinquan-
tenne che crede di poter raccontare se stesso attraverso quel bam-
bino piccolo.
1. All'origine della passione per il disegno c'era, naturalmen-
te, la gioia di creare d'un tratto una meraviglia e farla accettare al-
le persone intorno a me. Sapevo che avrei fatto vedere la mia ope-
ra a qualcuno, e il mio disegno sarebbe piaciuto, cos, mentre di-
segnavo, con una parte della mia anima sentivo che queste gioie
erano in arrivo. L'attesa, diventando man mano pi profonda, si
univa al piacere del dipingere e riempiva di felicit anche gli istan-
ti in cui la matita si muoveva sul foglio.
2. Disegnando e prestando continuamente attenzione ad altri di-
segni, la mia mano aveva acquistato capacit quanto la mia mente.
Quando tracciavo un albero, mi sembrava che la mano si muoves-
se da sola. Era piacevole e curioso seguire, mentre la matita pro-
cedeva veloce sul foglio, la linea tracciata, quasi fosse fatta da
un'altra creatura. Era come se si fosse sistemata dentro di me un'al-
tra persona, a schizzare quel disegno. Quest'altra persona aveva
un lato intelligente e affascinante che mi toccava l'anima. Volevo
credere di poter essere brillante e affascinante quanto lui. Mentre
il mio stupore proseguiva, un'altra parte di me controllava le cur-
ve dell'albero, la posizione delle montagne, l'intero disegno, e il
fatto che avessi tirato fuori tutto questo dal nulla, su un foglio
bianco, mi riempiva d'orgoglio. Avevo la mente sulla punta della
matita, e funzionava senza che me ne rendessi conto, perch esa-
minava, subito dopo, ci che avevo fatto. Questo secondo mo-
mento, quest'attimo di verifica mentale, era assai gradevole come
la critica. Ma la gioia principale era constatare che la matita ini-
ziava a tracciare da sola le sue linee, e il piccolo pittore scopriva la
sua libert e audacia guardando semplicemente il movimento del-
la mano. Ero uscito fuori di me, e incontrando la seconda perso-
na ero diventato una linea: con la mia matita scivolavo sui fogli co-
me il bambino che scivola con la sua slitta sulla neve.
3. Questa divisione tra la mia mente e la mia mano, la sensa-
zione che la mia mano agisse spontaneamente, aveva qualcosa in
comune con la percezione della fuga nel mio mondo di sogni quan-
do la mente era ancora vigile. Inoltre, al contrario degli strani mon-
di creati dalla mia immaginazione, non nascondevo ci che aveva
fatto la mia mano: lo mostravo a tutti e aspettavo le lodi, poi, una
volta elogiato, mi inorgoglivo. Disegnare era come avere un se-
condo mondo di cui non mi pentivo.
4. Ci che disegnavo, anche se erano le case, gli alberi, le nu-
vole dell'immaginazione, aveva anche un lato materiale e reale.
Questo mi piaceva. La casa che disegnavo diventava mia. Sentivo
che ci che riuscivo a disegnare era mio. Scoprire di essere dentro
l'albero o il panorama dipinto mi portava in un altro mondo, in un
mondo reale perch potevo mostrarlo anche agli altri, e questo mi
liberava dalla noia.
5. Mi piacevano gli odori e la consistenza dei fogli, delle mati-
te, dell'album da disegno e delle scatole di colori. Accarezzavo con
amore sincero i fogli bianchi. Conservavo i miei disegni e adora-
vo le loro caratteristiche materiali.
6. Scoprire tutte queste piccole abitudini, queste minuscole
gioie, mi faceva credere, anche grazie al supporto delle lodi, di es-
sere una persona davvero speciale. Non mi vantavo dicendolo agli
altri, ma volevo che gli altri lo intuissero da s. Disegnare, pro-
prio come il secondo mondo che portavo nella mia testa, mi ar-
ricchiva la vita e mi dava la forza di abbandonare consapevol-
mente il primo mondo polveroso e semibuio, una forza che co-
minciava a far parte della mia personalit ed era accettata anche
dalla mia famiglia.

Capitolo diciottesimo

La collezione di fatti e curiosit di Reat Ekrem Kou:
l'Enciclopedia di Istanbul


Erano i primi tempi in cui imparavo a leggere e scrivere, e nel-
la libreria polverosa di mia nonna, con i vetri scorrevoli perlopi
chiusi, piena di enciclopedie Hayat, romanzi rosa ingialliti e testi
di medicina del mio zio che viveva in America, trovai un libro
enorme, delle dimensioni di un giornale. Il volume dal titolo Da
Osman Gazi ad Ataturk. Il panorama di seicento anni di storia otto-
mana mi piacque molto sia per la scelta dei temi sia per i suoi nu-
merosi, bizzarri disegni. Quando a casa nostra si faceva il bucato
o nei giorni in cui non andavo a scuola, perch ero malato o sem-
plicemente perch non ne avevo voglia, salivo da mia nonna e ti-
ravo fuori quel libro: lo appoggiavo sulla scrivania di mio zio e mi
soffermavo su ogni sua riga; e anche negli anni successivi, quan-
do vivevamo in appartamenti d'affitto e andavo a trovare mia non-
na, mi mettevo a leggerlo.
Il libro mi piaceva, non solo per i suoi disegni in bianco e ne-
ro, fatti a mano, che non mi stancavo mai di guardare, ma anche
perch trattava la storia ottomana non come un susseguirsi di guer-
p , vittorie, sconfitte e accordi, raccontati con il linguaggio orgo-
glioso e nazionalista dei volumi scolastici, ma come una rassegna
seducente, terribile e a tratti disgustosa di curiosit, eventi e per-
sonaggi bizzarri. Da questo punto di vista, il libro somigliava a
quei surname ottomani che descrivevano le parate delle corpora-
zioni che, sfilando davanti al sultano, si producevano in una serie
di stranezze per divertirlo. Come si pu vedere anche nelle mi-
niature che ornano quelle opere, il sultano, dalla finestra della sua
reggia situata dove oggi c' il palazzo di Ibrahim Pasci, in piazza
Sultanahmet, contemplava tutta la ricchezza, i colori, le peculia-
rit del suo impero attraverso il passaggio di tante persone con i
costumi dei loro mestieri, e mi sembrava che l ad assistere ci fos-
simo anche noi, lettori "contemporanei" di questo strano libro.
Poich dopo la Repubblica e l'occidentalizzazione eravamo con-
vinti di essere avvolti dall'aura di una civilt pi "scientifica e lo-
gica", era piacevole osservare da lontano dalla nostra finestra mo-
derna, la tipicit, l'estraneit dell'antenato ottomano che pensa-
vamo di aver lasciato alle nostre spalle, e la sua umanit che
emergeva inaspettata da questi particolari.
E cos leggevo attentamente come nel XVIII secolo un funam-
bolo avesse attraversato il Corno d'Oro su una corda tesa fra gli
alberi delle navi, durante la festa di circoncisione del principe Mu-
stafa, figlio del sultano Ahmet III, e provavo diletto a guardare
il disegno in bianco e nero che narrava l'episodio. C'era scritto
che a Eyup, sul pendio di Karyagdl, avevano costruito un cimi-
tero per i boia, perch i nostri "padri" pensavano che, ucciden-
do in cambio di denaro, non fossero degni di essere sepolti con
gli altri uomini. Leggevo che durante il periodo di Osman II, nel
1921, c'era stato un inverno molto rigido durante il quale il Cor-
no d'Oro si era ghiacciato completamente, e il Bosforo parzial-
mente, e mi soffermavo a guardare i dettagli del disegno che mo-
strava le barche l appoggiate sui traini, con le navi bloccate tra i
ghiacci, senza pensare che il quadro rappresentava pi la fantasia
del pittore che non la realt, come tante altre illustrazioni nel li-
bro. Un'altra curiosit che restavo a osservare continuamente ri-
guardava i ritratti di due famosi matti di Istanbul, durante il pe-
riodo di Abdulhamit II. Uno era un tale di nome Osman, che gi-
rava sempre nudo (il pittore l'aveva disegnato mentre si copriva
era una donna che si metteva addosso tutto quello che trovava:
Madame Upola. Secondo lo scrittore, questi due matti, quando si
incontravano, si saltavano addosso e si picchiavano, e per questo
la gente non li faceva salire "sul Ponte". (Il ponte: allora non esi-
stevano i ponti del Bosforo, n i quattro ponti che ci sono oggi
sul Corno d'Oro; c'era soltanto il ponte di Galata, in legno, eret-
to nel 1845, tra Karaky e Eminnu, e ricostruito tre volte fino
alla fine del XX secolo - gli abitanti di Istanbul lo chiamavano "Il
Ponte"). Poi il mio sguardo cadeva sul dipinto di un uomo con
una gerla sulle spalle, imprigionato con una corda al collo a un al-
bero, e leggevo che, cent'anni fa, un importante funzionario di
Istanbul, Huseyin Bey, aveva legato un panettiere ambulante al-
l'albero dove quest'ultimo aveva lasciato il suo cavallo con le ger-
le per andare a giocare a carte al caff, quale punizione per aver
fatto soffrire il povero animale.
Quant'erano vere queste stranezze che provenivano in parte
da fonti quali "i giornali del periodo"? Ad esempio, la testa di Ka-
ra Mehmet Pasci - nel XV secolo - era stata tagliata veramente
alla fine delle trattative, per sedare la rivolta dei sipahi a Istanbul,
e la testa tagliata era stata forse fatta avere ai ribelli per mettere
fine all'insurrezione, e i sipahi avevano forse giocato un po' con la
testa del visir per sfogare la loro rabbia? Potevano assomigliare ai
calciatori mentre giocavano con la testa in quel disegno? Poich
fissavo il dipinto senza pormi queste domande, andavo poi a leg-
gere che, nel XVI secolo, Ester Kira, esattrice delle tasse, detta an-
che "la mano delle bustarelle" di Safiye Sultan, era stata fatta a
brandelli e ogni suo pezzo era stato inchiodato alla porta di colo-
ro che le avevano dato tangenti: io guardavo un po' intimorito il
disegno della mano, in bianco e nero, attaccata a una porta.
L'attenzione particolare e sincera di Kou per questi dettagli
terribili e curiosi si concentrava su un aspetto che i viaggiatori stra-
nieri adorano: i metodi di tortura ed esecuzione a Istanbul. Leg-
gevo che a Eminnu era stato costruito un patibolo per la cosid-
detta "condanna a morte con il gancio": qui i colpevoli venivano
spogliati completamente, legati, tirati su con una carrucola e im-
provvisamente lasciati cadere sopra il gancio acuminato. Un gian-
nizzero si era innamorato follemente della moglie di un imam e l'a-
veva rapita, quindi, per poter camminare con lei per le strade, le
aveva tagliato i capelli e l'aveva vestita da uomo; quando fu cattu-
rato, gli ruppero le braccia e le gambe, lo misero nella canna di un
mortaio fra stracci unti e polvere da sparo, e lo lanciarono in aria.
Un altro metodo, definito "una forma tremenda di condanna a
morte", consisteva nel crocifiggere il colpevole completamente nu-
do, con la pancia in gi, e portarlo in giro per la citt, perch ser-
visse da esempio, alla luce di alcune candele sistemate sulle spalle
e dentro le natiche. Mentre guardavo il disegno di quel condan-
nato, mi veniva quasi un brivido di piacere, e mi rallegravo nel
constatare che il passato di Istanbul era collegato a un cos tre-
mendo e bizzarro senso della morte, illustrato in una serie di cupi
disegni in bianco e nero.
Questo volume era opera del famoso storico Reat Ekrem Kou,
uno dei quattro scrittori di Istanbul che io ho chiamato "i quattro
uomini tristi e solitari". All'inizio non era stato pensato come un
libro, ma tale era diventato unendo gli inserti di quattro pagine
che il "Cumhuriyet" dava ai suoi lettori, nel 1954. (L'ultima pa-
gina di ogni inserto, che io amavo molto, conteneva "gli eventi
strani e curiosi della nostra storia"). In realt, non era la prima
volta che Reat Ekrem Kou provava a far amare e leggere alla gen-
te questa mescolanza particolare di storie bizzarre, misteri, infor-
mazioni storiche ed enciclopediche illustrata da disegni in bianco
e nero, realizzati a mano. Il suo primo esperimento fu l'Enciclo-
pedia di Istanbul, che cominci a pubblicare nel 1944 e dovette ab-
bandonare a met, per mancanza di fondi, nel 1951, alla pagina
mille, quarto volume, quando era ancora alla lettera B.
Kou, sette anni dopo l'interruzione della pubblicazione del-
l'Enciclopcdia di Istanbul, di cui era giustamente orgoglioso perch
"era la prima enciclopedia al mondo scritta su una citt", tent di
ripubblicarla a partire dalla lettera A. Adesso Kou aveva cin-
quantatre anni, e avendo paura che la sua straordinaria opera re-
stasse di nuovo incompiuta, aveva deciso di farne quindici volu-
mi, tentando di rendere pi "popolari" i testi. Avendo, ormai, pi
fiducia in se stesso, e non vergognandosi delle sue manie, che con-
siderava umane e comuni, non aveva trovato inadeguato inserire
i suoi desideri e le sue curiosit e passioni personali. Questa se-
conda Enciclopedia di Istanbul di Reat Ekrem Kou, che comin-
ci a uscire nel 1958 e poi venne interrotta nel 1973, all'undice-
simo volume, lettera G,  davvero il testo pi curioso e brillante
scritto su Istanbul nel XX secolo. Inoltre, per l'impianto e l'atmo-
sfera dei suoi brani,  l'opera pi conforme all'anima della citt.
Per capire meglio questa strana enciclopedia, che mi piace mol-
to sfogliare a caso e consultare - e ormai si  trasformata in un
"libro di culto" per quelle persone di Istanbul appassionate del-
la loro citt -, bisogna conoscere prima di tutto Reat Ekrem
Kou.
Reat Ekrem Kou  una di quelle anime speciali che diffusero
un'immagine triste e parziale di Istanbul, poich vennero feriti
dalla citt all'inizio del XX secolo. La tristezza domina tutta la vi-
a di Kou, e costituisce la logica nascosta della sua opera e il suo
modo di vedere il mondo, in preparazione dell'ultima sconfitta.
Ma al contrario di altri scrittori, questo sentimento, nei suoi libri
e nei suoi articoli, non  assolutamente percepibile n  una fonte
di preoccupazione. Per questo, cercando di cogliere la tristezza di
Kou, potrebbe sembrare strano se affermassimo che tale senti-
mento gli veniva trasmesso dalla storia, dalla sua famiglia e in par-
ticolare da Istanbul, perch come tutti gli eroi sensibili feriti dal-
la citt, anche Reat Ekrem Kou pensava che la tristezza fosse
una condizione innata e congenita, alla base del suo carattere. Non
riteneva che il senso di malinconia e l'accettazione fin dall'inizio
della sconfitta dipendessero da Istanbul; al contrario, considera-
va la citt una consolazione.
Bisogna sapere che Reat Ekrem Kou nacque a Istanbul nel
1905 da una famiglia di impiegati e insegnanti: sua madre era la
figlia di un pasci e suo padre aveva fatto per tanti anni il giorna-
lista; Kou aveva vissuto le esperienze che avevano vissuto gli al-
tri scrittori tristi di Istanbul, suoi pari e coetanei. Tutta la sua in-
fanzia fu attraversata dalle guerre, dalle sconfitte che rovinarono
l'impero ottomano e dalle migrazioni che condannarono Istanbul
a una miseria invincibile per decine di anni. Gli ultimi grandi in-
cendi, i pompieri, le liti di strada, la vita di quartiere, le taverne
di Istanbul: sono questi gli argomenti, negli anni successivi, dei
suoi libri e dei suoi articoli. In alcuni scritti parla di una parte del-
la sua infanzia, trascorsa in una villa di legno sul Bosforo che in
seguito si incendi. Quando Reat Ekrem aveva vent'anni, suo pa-
dre aveva comprato una casa di legno a Gztepe e lui aveva pas-
sato la maggior parte della sua vita in questo luogo, dove era sta-
to testimone della scomparsa delle ville di legno e delle grandi fa-
miglie numerose. Come succedeva spesso in questo tipo di famiglie,
quando la villa di legno venne venduta a causa delle ristrettezze
economiche e delle liti interne, Kou non abbandon il suo am-
biente, e continu ad abitare a Gztepe, ma in alloggi moderni.
La decisione pi importante della sua vita, quella che ci fa capire
meglio la sua anima triste tutta rivolta al passato,  stata la scelta
di studiare storia e, dopo la laurea, di diventare l'assistente del suo
caro professore, lo storico Ahmet Refik, nei giorni in cui crollava
l'impero ottomano, e diventava centrale, nell'ideologia costituti-
va della Repubblica turca, l'abitudine di rimuovere, sotterrare, in-
fangare e temere tutto ci che riguardava il passato.
Ahmet Refik, nato a Istanbul nel 1880, era venticinque anni
pi anziano di Kou, ed  stato il primo storico moderno e popo-
lare di Istanbul. Divent famoso scrivendo una collana di libri in-
titolata "La vita ottomana nei secoli passati", e pubblicandola a
fascicoli, come avrebbe poi fatto Kou con la sua enciclopedia. Da
una parte teneva lezioni all'universit e dall'altra cercava docu-
menti, "tra polvere e terra", negli archivi ottomani a soqquadro,
che allora erano chiamati "scrigni di documenti", girando nelle
biblioteche e leggendo i manoscritti interessanti e curiosi dei cro-
nisti ottomani; a partire da questo materiale che studiava vorace-
mente, e avendo un discreto talento letterario (era nello stesso
tempo poeta molto amato e autore di testi per opere musicali) -
proprio come Kou -, scriveva di getto articoli per i giornali, e
pubblicava libri popolari. Ahmet Refik, che influenz molto Kou
per diverse sue peculiarit, tipo collegare la storia alla letteratura,
trovare documenti interessanti e originali negli archivi e pubbli-
carli nelle riviste e sui giornali, essere un bibliofilo e girare le li-
brerie della citt, cercare di rendere accessibili a tutti le vicende
storiche o bere ogni sera e chiacchierare amabilmente, nel 1933,
durante la "Riforma universitaria" venne cacciato dal suo posto,
e questo fu un grave colpo per l'allievo. Quando Ahmet Refik per-
se la cattedra proprio per questa "riforma" (che aveva messo fuo-
ri dalla facolt di Legge anche il mio nonno materno), perch era
vicino al partito Libert e intesa che si era opposto ad Ataturk e,
di pi, perch amava la storia e la cultura ottomana, pure Reat
Ekrem Kou rimase disoccupato.
E ci che rese ancor pi infelice Kou fu vedere il suo profes-
sore morire in miseria, dopo aver combattuto per cinque anni con-
tro la povert, la solitudine e l'indifferenza poich era caduto in
disgrazia presso il governo e Ataturk, e dopo aver venduto a poco
a poco la sua biblioteca per comprarsi le medicine. Proprio come
sarebbe successo a Kou quarant'anni dopo, una buona parte dei
novanta libri scritti da Ahmet Refik non era pi in circolazione,
quando lui mor.
Reat Ekrem Kou, in un suo articolo sulla scomparsa di A-
met Refik, dimenticato gi quando era ancora in vita, ritorna al-
la sua infanzia con un trasporto sincero: rammenta come "negli
anni della mia infanzia in cui mi tuffavo in mare, dallo scalo da-
vanti alla nostra villa, sul Bosforo, come un filo a piombo, e ne
uscivo come un pesce squamoso", proprio allora inizi a leggere
Ahmet Refik, a undici anni, cio quando era un bambino felice
che abitava in una villa sullo stretto, dimostrando cos come si
alimentano a vicenda i ricordi d'infanzia vissuti in quelle stesse
case che, durante la mia giovinezza, vidi incendiarsi una dopo l'al-
tra; e il sentimento di grande nostalgia per la storia ottomana di
Istanbul. Ma pur in un paese che si impoveriva, Reat Ekrem Kou
aveva un altro valido motivo per essere infelice, oltre alla citt
stessa e allo scarso interesse dei lettori: il fatto di essere omoses-
suale, a Istanbul, nella prima met del XX secolo.
Osservando gli argomenti dei suoi romanzi popolari, respi-
rando la loro allegra atmosfera, carica di violenza ed erotismo, e
sfogliando a caso l'Enciclopedia di Istanbul, vediamo come Reat
Ekrem Kou sia molto pi coraggioso rispetto agli altri scrittori
della citt, suoi pari e contemporanei, nell'esprimere le proprie
passioni, i desideri sessuali particolari e le manie. L'Enciclopedia
di Istanbul, fin dai primi fascicoli,  ricca di espressioni d'ammi-
razione per la bellezza degli uomini giovani e dei ragazzi, che sal-
tano fuori a ogni occasione e aumentano man mano che si va avan-
ti. Ad esempio, uno dei paggi del sultano Solimano il Magnifico,
Mirialem Ahmed Aga,  un drago umano, dalle braccia simili ai
rami di un platano, e un giovane eroe... Oppure il barbiere Ca-
fer " un ragazzo famoso per la sua bellezza" perch viene no-
minato nel ebrengiz (1) del poeta Ulvi elebi, dove si loda il fascino

1 Opera in versi dell'antica letteratura Divan, che parla delle bellezze delle
citt. [N.d.T].

degli artigiani di Istanbul. L'"orfano Ahmed", un'altra voce en-
ciclopedica, "il bello dei rigattieri",  il protagonista, "giovani
di quindici-sedici anni", di un racconto di Istanbul che porta lo
stesso titolo. "Era un ragazzo che girava a piedi nudi, indossava
calzoni con quaranta rammendi, e dal punto strappato della sua
camicia gli si vedeva la carne, ma era un sorso d'acqua bellissimo,
dalle sopracciglia che gli stavano sulla fronte come un monogram-
ma del brevetto di bellezza e dai ricci capelli scatenati; aveva una
pelle bruna e dorata, lo sguardo sfuggente, il corpo sottile e ner-
boruto e si esprimeva in un modo lezioso": cos lo descrive Kou.
Aveva fatto disegnare questi eroi dai piedi nudi ai fedeli pittori
della sua enciclopedia, e nei primi volumi si rifugia nella legitti-
mit delle abitudini e dei giochi letterari, come i poeti dei canzo-
nieri che lodano senza paura la bellezza maschile. Alla voce "cive-
lek" esalta i rapporti fra i ragazzi giovani e imberbi, appena en-
trati fra i giannizzeri, e i commilitoni "smargiassi e provocatori".
Alla voce "civan", dopo aver spiegato che "la bellezza che si de-
scrive nella letteratura del canzoniere  la bellezza maschile",
entra volentieri nei dettagli storici di questa parola che signifi-
ca "ragazzo giovane, sempre in forze e gagliardo". Questo lin-
guaggio curato dei primi volumi, che si insinua abilmente tra le
informazioni storiche, letterarie e culturali, si trasforma nei vo-
lumi successivi nella licenza di parlare, con qualche pretesto, dei
ragazzi giovani e belli e dei loro piedi. Nella voce che porta il no-
me del marinaio Dobrilovic, leggiamo che questo giovane croato
faceva parte dell'Associazione marittima, e il 18 dicembre 1864,
mentre il battello approdava allo scalo di Kabata, era caduto e
aveva lasciato la gamba tra l'imbarcazione e lo scalo (una delle
paure pi profonde, comune a tutti gli abitanti di Istanbul); il pie-
de gli si era staccato insieme allo stivale ed era finito in mare, per
cui il giovane croato aveva urlato: "Mi  caduto lo stivale". Kou,
nei primi volumi, per poter parlare dei ragazzi belli e giovani dai
piedi nudi, aveva dovuto studiarsi i libri di storia ottomana, i eb-
rengiz, i poemi popolari, i manoscritti dimenticati nelle bibliote-
che deserte, i canzonieri, i libri strani della cultura ottomana e di
Istanbul, i volumi di oracoli, i surname e i giornali del XIX secolo
che erano la sua passione ( l che incontra il bel giovane croato).
Invece, negli ultimi anni della sua vita, Kou aveva capito con
tristezza e rabbia che la sua enciclopedia non poteva essere rac-
colta in quindici volumi, e non sarebbe mai riuscito a finirla, co-
s, per restare fedele alle sue manie, aveva iniziato a cercare altre
fonti, anche non scritte. Cominci, inventandosi qualche scusa,
a inserire voci su giovani che aveva conosciuto in vari modi nel-
le strade, nelle taverne, nei caff, nei locali e sui ponti della citt,
sui ragazzini che vendevano i quotidiani per cui provava un in-
teresse particolare, e sui bambini belli e puliti che durante le fe-
ste vendevano gli stemmi dell'Istituto d'aviazione turco. Ad esem-
pio, al decimo anno dell'enciclopedia, quando Kou ne aveva ses-
santatre, nel nono volume, a pagina 4767, scrisse una voce su "un
ragazzo acrobata, abile, intorno ai quattordici-quindici anni", che
aveva conosciuto tra il 1955 e il 1966. Kou racconta di averlo
visto, una sera, sul palcoscenico del cinema estivo And, a Gzte-
pe, dove aveva trascorso la maggior parte della sua vita: "Indos-
sava scarpe bianche, calzoni bianchi e una canottiera bianca con
la mezzaluna e la stella sul petto, e con i suoi pantaloncini bian-
chi e cortissimi che metteva sul palcoscenico e con la sua faccia
pulita e graziosa e i suoi modi raffinati, con il suo garbo e la sua
educazione, dimostrava subito di assomigliare ai suoi coetanei dei
paesi occidentali". Dal contenuto della voce intuiamo che lo scrit-
tore dell'enciclopedia si rattrista vedendo il ragazzo girare con un
piattino in mano "per raccogliere i soldi", ma non gli dispiace
constatare che riesce ad avere pi applausi che soldi, perch non
 assillante n sfacciato. Kou racconta malinconico come co-
nobbe, a cinquantun anni, il giovane acrobata che diede il suo bi-
glietto da visita ad alcuni spettatori, e come, dopo questo incon-
tro, scrisse lettere a lui e alla famiglia, ma nei dodici anni trascorsi
da quella volta al cinema, fino alla stesura della voce enciclopedi-
ca, si erano persi di vista e purtroppo non riceveva pi risposte
alle sue missive, per cui non poteva raccontare ci che il ragazzo
aveva fatto negli ultimi tempi.
Il lettore curioso e paziente che negli anni Sessanta continuava
a comprare fascicolo dopo fascicolo l'opera di Kou, la leggeva or-
mai come una rivista in cui si narravano alcuni eventi attuali e le
storie interessanti, divertenti ed esotiche sulla eitt, e non come
una fonte straordinaria che metteva in ordine tutte le informazio-
ni su Istanbul. Mi ricordo che, in quegli anni, vedevo questi fasci-
coli enciclopedici insieme alle riviste settimanali, in un angolo di
alcune case di Istanbul. Invece Kou era molto meno famoso ri-
spetto alla sua opera, che era venduta nelle edicole, come le rivi-
ste. Era impossibile, nell'Istanbul di quegli anni, che la sua enci-
clopedia venisse accettata come un lavoro che descriveva le ma-
nie, le passioni, le tristezze e i desideri di una singola persona, un
cittadino tristemente fedele a Istanbul e a tutte le sue stranezze.
Alla sua prima uscita e nei primi volumi della sua seconda edizio-
ne, l'enciclopedia di Kou era una fonte "scientifica" e "seria",
grazie al contributo di molti scrittori e professori che condivide-
vano il medesimo amore per Istanbul, una generazione di intel-
lettuali che si opponeva al declino della citt dovuto all'occiden-
talizzazione e alle demolizioni. Ma io preferisco sfogliare gli ulti-
mi tomi, e provo le stesse gioie di un viaggiatore immaginario che
va a zonzo nel passato e nel presente di Istanbul, mentre il nume-
ro degli autori col tempo si riduce e Kou d via via sempre pi
spazio alle sue fissazioni e curiosit.
Talvolta anch'io sento l'amore e la nostalgia per il passato che
si celano dietro questo grande sforzo che cost la vita a Kou, e
mi incuriosiscono, pi dei motivi storici come il crollo dell'impe-
ro ottomano e il declino di Istanbul, le ombre nascoste della sua
infanzia, passata nelle vecchie ville di legno. Si pu forse parago-
nare il nostro scrittore a quei collezionisti amareggiati che dopo
una delusione privata rinunciano all'amore e alle persone e co-
minciano, istintivamente, a raccogliere e accumulare rarit, per
dedicare tutta la loro vita a questa ricerca. Per Kou non am-
massava oggetti come i collezionisti classici, ma piuttosto si inte-
ressava a ogni specie di informazione strana su Istanbul. Come i
ricercatori che agiscono secondo un impulso profondo del cuore
e all'inizio non pensano assolutamente che la loro collezione fi-
nir in un museo, anche lui metteva insieme ogni sorta di mate-
riale bizzarro, ogni dettaglio o ricordo personale riguardanti la
citt, non per un'enciclopedia destinata alla pubblicazione ma sol-
tanto in base all'istinto.
Dopo aver intuito che la sua raccolta poteva essere immensa,
proprio come un collezionista che sogna un museo, gli deve esse-
re passato per la mente il geniale pensiero di realizzare un 'enci-
clopedia su Istanbul a partire da tutto quel curioso materiale, e al-
lora deve aver percepito l'oggettivit del suo tesoro di informa-
zioni. Il professor Semavi Eyice, lo storico dell'arte bizantina e
ottomana che gi nel 1944 conobbe Kou e prepar molte voci per
l'enciclopedia, fin dalla sua prima uscita, negli articoli che scrisse
dopo la morte del nostro autore parla della sua grande biblioteca,
delle "voci" che port per anni nelle buste, di ritagli di giornale e
fotografie e della sua collezione di disegni, e degli incartamenti
e dei quaderni pieni di appunti (oggi perduti) presi pazientemen-
te per anni, leggendo i quotidiani di Istanbul del XIX secolo. Inol-
tre, a un nostro incontro, mi disse che Kou aveva anche una gran-
de collezione di articoli sugli omicidi scandalosi, strani e misteriosi
di Istanbul commessi nel passato.
Verso la fine della sua vita, nei giorni in cui comprese triste-
mente che la sua enciclopedia non poteva essere terminata, in un
momento di rabbia e sconforto aveva detto a Semavi Eyice di vo-
ler bruciare nel suo giardino tutto questo cumulo di informazioni,
il suo materiale riguardante Istanbul, la collezione cui aveva dedi-
cato l'intera vita. I fascicoli dell'Enciclopedia di Istanbul diminuiro-
no e non uscirono pi a partire dal 1973, tuttavia Kou non si fe-
ce prendere dal furore dell'autentico collezionista, come quello di
Utz, il personaggio di Bruce Chatwin - scrittore che ha lavorato
anche da Sotheby's -, il collezionista di porcellane che un giorno
manda in pezzi la sua raccolta. Kou, in uno scatto d'ira, si era sca-
gliato contro il suo ricco socio che l'aveva criticato per aver riempi-
to l'enciclopedia, due anni prima, di voci lunghe e inutili intorno
alle sue fissazioni e cos, una volta chiuso l'ufficio di Babiali, aveva
trasferito tutta la sua collezione, le brutte copie, i ritagli di giornale
e le fotografie nel suo appartamento, a Gztepe. Come tutti i
maniaci di Istanbul che nel loro passato hanno nascosta una sto-
ria triste e non riescono mai a radunare in un museo tutto ci che
hanno raccolto, anche Kou aveva cominciato a vivere da solo in
una casa che, negli ultimi anni della sua vita, aveva riempito fino
all'orlo dei suoi materiali (un ammasso di appunti e ritratti). La ca-
sa signorile di legno che aveva fatto costruire suo padre, dopo la
morte di sua sorella era stata venduta, ma Kou non riusciva ad al-
lontanarsi dal suo quartiere. Ormai l'unica persona che gli stava
accanto era un ragazzo figlio di nessuno, simile ai bambini di stra-
da di Istanbul su cui aveva scritto anche una voce nella sua opera,
di nome Mehmet, che aveva conosciuto per caso e adottato, e che
aveva messo alla guida di una casa editrice da lui stesso fondata.
Naturalmente aveva anche circa quaranta "amici", scrittori,
storici e letterati, che per trent'anni riempirono di voci l'Enciclo-
pedia di Istanbul, senza assolutamente ricevere alcun compenso (co-
me Semavi Eyice). Tra questi autori che avevano in comune l'a-
more per Istanbul, c'erano, della vecchia generazione, Sermet
Muhtar Alus, che scriveva ricordi e brani umoristici sui quartieri,
sui personaggi, sulle case signorili di Istanbul del XIX secolo e sui
pasci dongiovanni, e Osman Nuri Ergin, che aveva raccontato la
storia, molto dettagliata, del municipio di Istanbul, aveva compo-
sto la famosa guida della citt, uscita nel 1934, e infine aveva do-
nato la propria raccolta di libri, fondando cos la biblioteca co-
munale. Entrambi per morirono durante la pubblicazione dei pri-
mi fascicoli. Gli scrittori della nuova generazione si allontanavano
da Kou, come diceva Eyice, "a causa dei suoi capricci", e per
questo le conversazioni e le trasferte nelle taverne, che facevano
inseparabilmente parte della pubblicazione dell'enciclopedia, con
il passare degli anni diventarono sempre pi rare. In Kou c'era
la durezza di modi del collezionista solitario, quale pu essere de-
scritta da uno psicologo come Melanie Klein, la quale analizza mol-
to bene l'infanzia delle persone legate ossessivamente sia agli og-
getti sia alle persone.
Spesso (tra il 1950 e il 1970) si incontravano, la sera, nei soli-
ti uffici e, dopo aver conversato a lungo, tutti insieme andavano
in una taverna, a Sirkeci. Questi scrittori famosi, che non accet-
tavano nessuna donna tra di loro e vivevano in un mondo estre-
mamente misogino, proprio come i poeti dell'antica letteratura Di-
van, erano gli ultimi rappresentanti di quella letteratura, della tra-
dizione orale e della cultura ottomana maschile. In ogni pagina
dell'enciclopedia si sente questo pregiudizio misogino, che parla
della donna con un linguaggio immaginario, fatto di luoghi comu-
ni, quasi fosse una creatura leggendaria, e si interessa dell'amore
come un argomento letterario, vedendo la sessualit in termini di
stranezza, peccato, sporcizia inganno, tradimento, umiliazione
debolezza, scandalo e senso di colpa. Per trent'anni, a parte un
paio di eccezioni, nessuna donna ha steso voci per l'Enciclopedia
anche perch a decidere delle nuove voci, oltre a Kou, era il grup-
po di amici maschi durante gli incontri nelle librerie, in ufficio e
pelle taverne. Le conversazioni che si svolgevano ormai ogni sera,
in quei locali, cominciarono cos a far parte dell'enciclopedia, dal-
l'elaborazione delle voci alla loro pubblicazione: Kou, nel "bevi-
tore habitu", cita i poeti ottomani, che non riuscivano a fare a
meno delle taverne, con lo stesso entusiasmo di quando elenca gli
scrittori che l'hanno influenzato. Come fa in molte voci, dopo aver
parlato volentieri, con un pretesto, del modo di vestirsi, della bel-
lezza, gentilezza e raffinatezza degli avvenenti ragazzi che servi-
vano il vino nelle taverne, Kou ricorda con rispetto il vero bevi-
tore habitu, Ahmet Rasim, che ho citato parlando degli scrittori
di rubriche sulla citt.
L'amore sincero di Ahmet Rasim per Istanbul, lontano dalla
retorica e dalle esagerazioni, la sua capacit di descrivere ci che
vedeva e sentiva, in un lampo, per le strade della citt, come i qua-
dri, i panorami e i piccoli racconti, la sua forza nel far rivivere i ri-
cordi non come sue storie personali ma come una curiosit della
citt rimasta nel passato, la sua abitudine di richiamare alla me-
moria e classificare gli usi, le tradizioni, i costumi, le mode e gli
entusiasmi di Istanbul che cambiavano continuamente, avevano
influenzato Reat Ekrem Kou quanto il suo mentore, il professor
Ahmet Refik.
Ahmet Rasim aveva raccontato le storie d'amore, di corteg-
giamenti e seduzioni ambientate nella vecehia Istanbul amman-
tandole sia di un sapore d'intrigo e cattiveria sia di un'atmosfera
d'esotismo e romanticismo, e aveva influenzato Kou sia per le vo-
ci dell'Enciclopedia, sia anche per tanti articoli "basati sui docu-
menti", che lui scriveva, proprio come il suo maestro, perch fos-
sero pubblicati a puntate sui giornali. (I pi importanti sono Che
cosa  successo per amore a Istanbul, Le taverne e i danzatori trave-
stiti nella veccbia Istanbul e Donne-uomo). Kou, durante la pub-
blicazione della sua enciclopedia, inserisce in ogni occasione le ci-
tazioni del suo maestro, grazie alle incertezze delle leggi sui dirit-
ti d'autore in Turchia negli anni Sessanta, senza alcun disagio,
forse perch crede - con un ingenuit da collezionista che non si
pu biasimare - che dopo tanti anni ogni brano ritagliato dal gior-
nale o copiato e nascosto nella sua borsa, nei dossier e nelle buste
sia diventato suo.
Fu l'atteggiamento che ebbero nei confronti della filosofia di
scrittura che impararono dall'Occidente a separare questi due
scrittori, i pi grandi e i pi strani di Istanbul - Ahmet Rasim
e Reat Ekrem Kou -, nati a distanza di quarant'anni (1865 e
1905), in un periodo che conosce la pubblicazione dei primi gior-
nali in citt: l'era di Abdulhamit, attraversata da un intenso sfor-
zo di occidentalizzazione e dall'oppressione politica, l'apertura
delle universit, l'opposizione dei Giovani Turchi e le loro ope-
re, l'ammirazione per l'Occidente nella letteratura e i primi ro-
manzi in turco, i grandi flussi migratori e gli incendi devastanti.
Ahmet Rasim, che durante la sua giovinezza aveva scritto romanzi
e poesie sotto l'influenza dell'Occidente avendo conosciuto pre-
sto l'insuccesso, cominci a considerare tale influsso una sorta di
"imitazione", una forma di snobismo una faccenda che con lui
non c'entrava affatto. E, ancor pi importante, trov troppo oc-
cidentali e "stranieri" concetti come originalit, immortalit, ado-
razione per l'artista, cos segu una filosofia di scrittura modesta
epicurea, di stile derviscio: stendeva articoli di giornale per gua-
dagnarsi il pane, in modo assolutamente spontaneo, prendendo
forza dalla vivacit infinita della citt, senza affaticarsi troppo e
senza preoccuparsi di questioni come la stabilit e l'"arte". In-
vece Kou non riusciva a togliersi dalla testa gli stili e i metodi di
classificazione occidentali, e la scientificit e l'idea di "grandez-
za" nella letteratura. Aveva difficolt a conciliare la sua passione
per le curiosit, le fissazioni e le bizzarrie con l'Occidente e l'i-
dea del termine "occidentale" che aveva in testa. Questo dipen-
deva anche dal fatto che non conosceva a sufficienza le opere ro-
mantiche eccentriche e anticonformiste, perch viveva a Istan-
bul. C.omunque, la cultura che recava l'impronta ottomana si
aspettava da uno scrittore, da un insegnante e da un editore un
dialogo istruttivo con la societ, il potere e la cultura, e non la ri-
cerca di uno spazio perverso e marginale, nel sottosuolo della scrit-
tura. Kou prima aveva voluto essere professore universitario,
poi, quando fu cacciato, volle pubblicare una grande e,nciclope-
dia. Intuiva che usando le strutture che dominavano l'informa-
zione avrebbe potuto legittimare "le curiosit" che gli venivano
spontaneamente e in questo modo proteggerle con un'aureola di
autorit e "scienza".
Invece lo scrittore ottomano che sentiva le stesse stranezze, lo
stesso amore per la citt e per i ragazzi belli, non aveva assoluta-
mente bisogno di una protezione del genere. Nei ehrengiz, che so-
no una forma letteraria molto usata nel XVII e XVIII secolo, questi
autori, mentre da una parte esponevano e lodavano le bellezze del-
la citt, dall'altra riservavano pagine e pagine per i bei ragazzi (i di-
letti) di quella stessa citt. Inoltre, nei ebrengiz, i versi dedicati agli
adoni non si nascondevano timidamente fra le bellezze e partico-
larit del luogo. Al contrario, i ebrengiz che Kou usa spesso come
fonti della sua enciclopedia erano stati creati dagli autori che lui
chiama "poeti paciosi" proprio per lodare i bei ragazzi di una citt,
in un modo s divertente ma anche serio. Se si d solo un'occhiata
al Libro di viaggi di Evliya elebi, senza soffermarsi sulle "abbre-
viazioni" e sulle censure decretate dallo stato turco moderno, ve-
diamo che anche questo scrittore ottomano pi "classico", quando
descrive una citt e parla delle sue case, le moschee, la sua atmo-
sfera e le sue storie bizzarre, ogni volta tocca l'argomento dei bei
ragazzi - i diletti - di quella citt. Reat Ekrem Kou, trovando
chiuse le vie per esprimere le proprie stranezze, fissazioni e pro-
blemi sessuali, che l'etica comune non avrebbe accettato, inizi a
pubblicare un'enciclopedia su Istanbul.
Dietro a questo suo coraggio, che rispetto con tutto il cuore,
c'era naturalmente anche il pensiero molto innocuo e infantile
sull'enciclopedia come prodotto di una cultura e di una civilt.
In una sua parte chiamata Da Osman Gazi ad Ataturk, che inizi
a far uscire dopo la prima interruzione dell'Enciclopedia di Istan-
bul, scrive che il libro intitolato Creatura strana di Zekeriya da
Kazvin, che fu tradotto dall'arabo in turco nel XV secolo,  una
specie di enciclopedia. Kou, in uno slancio di nazionalismo, cer-
ca di dimostrare che anche gli ottomani, prima di subire l'influsso
dell'Occidente, avevano trovato forme simili a quelle enciclope-
diche, e le avevano usate; inoltre, vede l'enciclopedia come una
sorta di antologia alfabetica dove si pu trovare ogni tipo di infor-
mazione. Sembra che a Kou non passasse affatto per la mente
che tra le notizie o "le storie" doveva esserci un ordine, una clas-
sificazione d'importanza e una gerarchia logica che indicasse l'es-
senza o la funzione della civilt, e per questo motivo alcune vo-
ci dell'enciclopedia dovevano essere lunghe, altre corte e altre
ancora - sempre con lo stesso criterio - non dovevano proprio
esserci: la storia doveva servire a lui, non lui alla storia. Perci
si pu paragonare Kou a quello storico "debole" che Nietzsche
descrive nella sua opera intitolata Sull'utilit e il danno della sto-
ria per la vita, il quale trasforma la storia della sua citt, facen-
dosi prendere dai dettagli del passato, nella storia della propria
identit.
Uno dei motivi di questa "debolezza" - proprio come succede
ai veri collezionisti che valutano ci che raccolgono non secondo le
quotazioni del mercato, ma secondo i propri sentimenti - era il suo
attaccamento alle vicende tratte, secondo un impulso sentimenta-
le, dalla vita, dai giornali, dalle biblioteche e dai documenti otto-
mani. Ma un ricercatore felice (in genere  un uomo occidentale),
partendo da un motivo molto personale o muovendosi in base a un
progetto, alla fine pu esporre la sua collezione, cui ha dedicato l'in-
tera vita, secondo un ordine, classificando e relazionando tutto -
proprio come un'enciclopedia -, e attribuendole in questo modo si-
gnificati attraverso una logica e un sistema. Queste strutture si chia-
mano musei, e negli anni in cui visse Kou, a Istanbul non ce n'era
neanche uno nato da una collezione privata (anche oggi quasi non
ne esistono). Se guardiamo ai grandi musei secolari e alle enciclo-
pedie che raccolgono una massa di materiale come a realt che dan-
no senso e ordine alle informazioni e agli oggetti, secondo un cri-
terio razionale di accumulo, classificazione ed esposizione, sarebbe
opportuno pensare all'Enciclopedia di Kou non come a un museo
ma come a una serie di "Wunderkammer", quali c'erano prima dei
musei. Sfogliare le pagine dell'Enciclopedia somiglia a guardare,
con l'occhio di oggi, le conchiglie, le ossa di animali bizzarri, i
campioni di metallo nelle vetrine di una teca com'era di moda tra
i principi e gli artisti europei, specialmente fra il XVI e il XVIII se-
colo, tra ironia e stupore.
L'Enciclopedia di Istanbul all'inizio piacque molto ai bibliofili
del mio tempo, e ne provoc il sorriso. In questo atteggiamento c'
naturalmente l'insofferenza della generazione mezzo secolo pi gio-
vane di Kou, che si vanta di essere pi "occidentale" e "moder-
na" di un autore che chiama la sua curiosa opera "enciclopedia".
C' anche il sentimento di affetto e comprensione nei confronti
dell'innocenza e dell'ottimismo della sua volont di appropriarsi
immediatamente, con superficialit, di un concetto sviluppato dal-
la civilt occidentale in molti secoli. E c' pure la gioia di avere un
libro conforme alla stranezza, confusione, anarchia e bizzarria di
una Istanbul divisa tra il modernismo e la civilt ottomana, che
non stanno in nessuna classificazione o ordine logico. Sono undi-
ci enormi volumi ormai fuori mercato!
Talvolta incontro persone che sono state costrette a leggere
tutti questi undici volumi: un mio amico storico dell'arte impe-
gnato in una ricerca sui conventi demoliti di Istanbul, oppure
un altro che studia gli hamam sconosciuti della citt... Proviamo un
desiderio istintivo, pregno di quel sorriso triste, di parlare un po'
dell'Enciclopedia di Istanbul. Io chiedo al mio amico ricercatore se
ha letto che c'erano rigattieri dietro la porta della sezione maschi-
le degli hamam di Istanbul, che riparavano le scarpe bucate e gli
abiti di coloro che si lavavano dentro. E il mio amico mi chiede per-
ch un tipo di prugna di Istanbul si chiama prugna mausoleo, rife-
rendosi alla voce "Prugna mausoleo di Eyyubsultan" dello stesso
volume enciclopedico. Io sfoglio ancora il volume sul tavolo e do-
mando, Chi  il marinaio Ferhad? (Risposta:  quel coraggioso ma-
rinaio che, nel 1958, un giorno d'estate si tuff in mare e salv un
giovane dici,assettenne caduto dal battello nelle isole dei Princip).
Dopo un po sorridiamo ricordando un'espressione che si trova so-
prattutto negli ultimi volumi: "Durante la compilazione di questa
voce, non si  andato a verificare l'ultimo collaudo della via". Poi
il discorso va all'uccisione della guardia del corpo del gangster di
Beyoglu Arnavud Cafer da parte del suo rivale (la voce  "Omici-
dio di Dolapdere"), oppure parliamo della voce "Il caff dei gio-
catori di domino", dove una volta si riunivano gli appassionati del
gioco, amato specialmente dalle minoranze greche, ebree e arme-
ne di Istanbul. A questo punto la conversazione potrebbe venarsi
di nostalgia, attraverso la descrizione del domino che si giocava a
casa nostra, e che si vendeva un tempo nei negozi di giocattoli, dai
tabaccai e nelle cartolerie di Beyoglu e Niantai. Oppure inizia-
mo a parlare della voce "Don Adam", circonciso per motivi este-
tici, il quale "girava paese dopo paese con cinque ragazze di cui fa-
ceva l'agente, ed era molto conosciuto dai commercianti che veni-
vano dall'Anatolia", oppure dell'Imperial Hotel, che era l'albergo
preferito dai turisti occidentali alla met del XIX secolo, oppure su
come e con quale criterio sono stati cambiati i nomi dei negozi a
Istanbul, partendo dalla dettagliata spiegazione fornita alla voce
"Negozio".
A un certo punto della nostra conversazione, si capisce dai no-
stri sorrisi che l'entusiasmo e l'affetto per l'Enciclopedia, in realt,
sono rivolti a Reat Ekrem Kou. E dopo un po' la tristezza che
sentiamo man mano diffondersi ci fa capire che non  neanche que-
sto il tema centrale. Il reale argomento  l'insuccesso dei tentativi
di comprendere la confusione di Istanbul secondo i metodi di or-
dinamento e spiegazione "occidentali". Naturalmente, un altro
motivo di questo fallimento  la particolarit di Istanbul rispetto
alle citt occidentali, la sua confusione, la sua anarchia, la sua stra-
nezza cos grande e il suo disordine, che si oppone alle classifica-
zioni ordinarie. Comunque il senso delle nostre lamentele su que-
sta "bizzarria", straordinariet e diversit, dopo un po', ci fa
intuire che questi non sono piagnistei ma una sorta di vanto e di
nazionalismo per Istanbul, atteggiamento che piace a coloro che
amano l'enciclopedia di Kou.
Per non cadere nella stranezza di vantarsi della stranezza di
Istanbul, quando pensiamo che i motivi dell'insuccesso del nostro
scrittore triste e dell'interruzione della sua enciclopedia sono la
sua insufficiente padronanza dei metodi di comprensione e classi-
ficazione occidentali, e il fatto di non essere abbastanza moderno,
ricordiamo di amarlo proprio per tali motivi, e per il suo "insuc-
cesso". La causa dell'interruzione e fallimento dell'Enciclopedia -
e dell'insuccesso delle opere dei quattro scrittori tristi - consiste
nel fatto che non erano sufficientemente occidentali. Si erano s
liberati dell'identit tradizionale in modo da accorgersi, con un oc-
chio diverso, della citt e dei suoi panorami, e per essere occiden-
tali avevano certo intrapreso coraggiosamente un viaggio senza ri-
torno che li lasciava tra l'Oriente e l'Occidente. Ma le pagine pi
"belle" e profonde delle opere di Kou e degli altri tre scrittori so-
no quelle in bilico tra questi due mondi: il prezzo del loro sforzo
era la solitudine e il premio l'originalit.
Negli anni successivi alla morte di Kou, a met dei Settanta
nel bazar dei libri di seconda mano accanto alla moschea di Beyazit
dove passo ogni volta che vado al Gran Bazar, mi fermavo a guar-
dare l'esposizione dei fascicoli non rilegati dell'Enciclopedia di
Istanbul, ovvero i libri che Kou pubblic negli ultimi tempi, a
proprie spese, insieme agli altri volumi ingialliti, scoloriti, econo-
mici e vecchi. I librai che conoscevo mi dicevano che non trova-
vano nessuno disposto a comprare questi testi che io avevo sco-
perto nella libreria di mia nonna: nonostante li vendessero un tan-
to al chilo, erano ormai carta straccia.

Capitolo diciannovesimo
Conquista o caduta:
la turchizzazione di Costantinopoli


Da bambino mi occupavo poco dei bizantini, come la maggior
parte dei turchi. Durante l'infanzia, quando sentivo dire bizanti-
no mi venivano in mente le vesti e le barbe sinistre dei preti gre-
ci ortodossi, gli archi bizantini sparsi per la citt, le vecchie chie-
se di mattone rosso e quella di Santa Sofia. Tutto questo era cos
antico che non c'era bisogno di saperlo. Anche l'ottomano che
aveva conquistato e distrutto l'impero bizantino mi sembrava mol-
to indietro nel tempo. Noi eravamo la prima generazione "della
nuova civilt" arrivata a Istanbul dopo di loro. Se non altro, gli
ottomani di cui Reat Ekrem Kou raccontava le curiosit aveva-
no nomi simili ai nostri. Invece i bizantini erano scomparsi con la
conquista. I nipoti dei nipoti dei loro nipoti gestivano i negozi di
manifattura, scarpe e pasticceria a Beyoglu. Uno dei pi grandi
divertimenti della mia infanzia era andare con mia madre a fare
acquisti a Beyoglu, ed entrare e uscire da diversi locali gestiti da
greci. In alcuni negozi di stoffa, padre, madre e figlia lavoravano
insieme, e quando mia madre andava da loro per scegliere una stof-
fa da tende o il velluto per coprire i cuscini, tutta la famiglia co-
minciava a parlare in greco. Ritornati a casa, mi mettevo a imita-
re questa strana lingua e i gesti scomposti delle figlie commesse e
del loro padre. L'attenzione a queste mie parodie, il modo in cui
i giornali parlavano di loro, e il fatto che ogni tanto fossero criti-
cati perch non adottavano il turco, mi facevano intuire che an-
che i greci, proprio come i poveri della citt e gli emarginati delle
baraccopoli, non erano persone "degne di stima". Pensavo che
questo avesse a che fare con il contributo alla conquista della citt
da parte del sultano Mehmet il Conquistatore. Il cinquecentesimo
anniversario della conquista di Istanbul, ricordata talvolta come
"il grande miracolo", venne festeggiato un anno dopo la mia na-
scita, nel 1953, ma oltre alla serie di francobolli emessa in quel-
l'occasione non rimase in me alcuna traccia. In questi francobolli
si vedevano la sfilata delle navi portate via terra, il ritratto di Meh-
met II realizzato dal Bellini, e immagini sacre sulla Conquista, co-
me la veduta di Rumelihisari.
Prendendo in considerazione i nomi di alcuni avvenimenti, pos-
siam0 capire il posto in cui ci troviamo nel mondo, se siamo in
Oriente o in Occidente. Quello che successe nel maggio del 1453,
per gli occidentali era la caduta di COstantinopoli, per gli orienta-
li invece la conquista di Istanbul. In breve, "Caduta" O "Conqui-
sta". Mia moglie, che studi alla Columbia University, a New York,
dopo qualche anno venne accusata, dal professore americano, di
nazionalismo per aver usato il termine "Conquista" in una rela-
zione. In verit il cuore di mia moglie, che guardava all'impresa,
dopo le superiori in Turchia, con le parole dell'istruzione pubbli-
ca turca, batteva un po' anche per gli ortodossi, perch sua madre
era di origine russa. Forse non considerava l'evento n una con-
quista n una caduta, ma come alcuni sfortunati ostaggi di guerra
che non avevano altra colpa se non quella di essere cristiani o mu-
sulmani, era rimasta fra due mondi.
Gli abitanti di Istanbul hanno imparato a festeggiare l'even-
to come "Conquista", all'inizio del XX secolo, grazie al movi-
mento di occidentalizzazione e al nazionalismo turco. Nel secolo
scorso la met della popolazione di Istanbul non era musulmana,
e la maggior parte degli abitanti non musulmani era formata dai
greci, che erano la continuazione dei bizantini. Durante la mia
infanzia e nella prima giovinezza, c'era un forte movimento di
nazionalisti turehi che dall'uso della parola Costantinopoli arri-
vavano alla conclusione che i turchi non appartenevano a questa
citt: un giorno i primi proprietari sarebbero arrivati per caccia-
re noi invasori da cinquecento anni, e come minimo ci avrebbe-
ro considerati cittadini di seconda classe. Loro avevano a cuore
l'idea di "Conquista". Invece anche gli ottomani, talora, chia-
mavano la citt Costantinopoli.
Per i turchi, che davano importanza all'occidentalizzazione
non amavano sottolineare la Conquista. Alle cerimonie del cin-
quecentesimo anniversario della Conquista, nel 1953, nonostante
tutti i preparativi, non presero parte, all'ultimo minuto, n il pre-
sidente della Repubblica Celal Bayar n il primo ministro Adnan
Menderes, proprio per non offendere gli amici occidentali e i gre-
ci. La Turchia, membro della Nato, nei primi anni della guerra
fredda non voleva far ricordare al mondo la Conquista. Invece nel
1955 i negozi dei greci e delle altre minoranze furono saccheggia-
ti dalle masse provocate, di nascosto, dal governo turco, che poi
non riusc pi a controllare la situazione. Questi eventi, durante i
quali le chiese furono danneggiate e alcuni sacerdoti furono ucci-
si, somigliano a quelli, di saccheggio e crudelt, della Caduta, co-
s come vengono narrati dagli storici "occidentali". A causa degli
errori dei due governi, turco e greco, che trattarono le proprie mi-
noranze come "ostaggi", dopo la formazione degli stati nazionali,
il numero dei greci che abbandonarono Istanbul negli ultimi cin-
quant'anni  pi alto rispetto a quello dei greci che lasciarono la
citt nei cinquant'anni che seguirono il 1453.
Nel 1955, mentre gli inglesi si ritiravano da Cipro e il governo
greco si preparava a impossessarsi di tutta l'isola, un agente dei
servizi segreti turchi mise una bomba nella casa dove nacque
Ataturk, a Salonicco. Quando la notizia si diffuse in citt, ampli-
ficata dai giornali di Istanbul che uscirono con una seconda edi-
zione, una folla ostile verso le minoranze non musulmane si ra-
dun in piazza Taksim e distrusse e saccheggi prima Beyoglu, con
quei negozi dove andavo con mia madre, e poi l'intera Istanbul,
per tutta la notte.
I vandali, che con le loro violenze provocarono il terrore nei
quartieri dove il numero degli abitanti greci era alto, come Ortalcy,
BalIklI, Samatya, Fener, saccheggiarono anche le piccole e povere
drogherie greche, incendiarono le stalle, attaccarono le case e vio-
lentarono le donne greche e armene, perci si pu dire che si com-
portarono con la stessa crudelt dei soldati del sultano Mehmet II,
i quali, dopo la Conquista, misero Istanbul a ferro e fuoco. Poi si
seppe che gli organizzatori della devastazione, sostenuti dallo stato,
avevano sparso la voce che il saccheggio era libero, proprio per ec-
citare i razziatori che terrorizzarono la citt e la trasformarono, per
due giorni, in un luogo ancor pi infernale dei peggiori incubi orien-
tali dei cristiani e degli occidentali.
La mattina dopo quella notte in cui tutti coloro che per strada
non erano musulmani rischiarono il linciaggio, Beyoglu e viale
Istiklal erano un mare di macerie, un cimitero di oggetti portati via
non solo dai negozi saccheggiati e distrutti. Sopra tante balle di
stoffa di tutti i colori e generi, sopra i tappeti e gli abiti, erano am-
mucchiati frigoriferi, radio e lavatrici, beni che allora si erano ap-
pena diffusi in Turchia; il viale era coperto di servizi di porcellana,
giocattoli (i negozi dei giocattoli pi belli si trovavano a Beyoglu),
utensili da cucina, gli acquari tanto di moda in quegli anni e lam-
padari, rotti e frantumati. C'erano qua e l biciclette, vetture ca-
povolte, un pianoforte, e i manichini della vetrina di un grande
negozio, gettati per la strada coperta di stoffe a contemplare il cie-
lo. Si vedevano anche i carri armati, che erano arrivati tardi per
placare gli animi.
Tutto questo  cos vivo nella mia mente, nei minimi dettagli,
come se l'avessi visto con i miei occhi, perch a casa se ne parl
a lungo, per anni. Mentre le famiglie cristiane pulivano i loro
appartamenti e i loro negozi, l'argomento pi discusso a casa no-
stra era l'atteggiamento di mio zio e di mia nonna che, in piena
agitazione, correvano da una finestra all'altra per vedere ci che
stava succedendo, mentre le bande di vandali, arrivate davanti al
nostro palazzo, andavano di qua e di l distruggendo le vetrine
dei negozi e urlando slogan contro greci, cristiani e ricchi. Mio
fratello, un paio di giorni prima, aveva comprato una di quelle
piccole bandiere turche, di stoffa, che si vendevano al negozio di
Alaaddin, in uno slancio di nazionalismo turco allora in forte asce-
sa, e l'aveva appesa dentro la Dodge di mio zio, che cos non ven-
ne toccata n ribaltata.
...
.
...
FINE Parte 1.